Ni Una Menos Argentina: la ribellione delle donne dal basso — Al di là del Buco

 

Dal blog del Comitato Carlos Fonseca che ringrazio per la traduzione. Grazie a Maria Antonietta D’Emilio per la segnalazione. di María Galindo Un’analisi del movimento sociale argentino Ni Una Menos, dal punto di vista della femminista boliviana María Galindo, che da anni tesse legami di ribellione con organizzazioni, quartieri e donne del nostro paese (Argentina). […]

via Ni Una Menos Argentina: la ribellione delle donne dal basso — Al di là del Buco

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Senza amore, con rabbia

Feminoska ha scritto un post memorabile. Un post sul corpo, sulla vulnerabilità del corpo, sull’impossibilità momentanea di vivere in un corpo integro. Ho pensato che questo post rappresenta una narrazione impossibile da ignorare, saltare, non leggere. Grazie a Feminoska che ha mi ha concesso la possibilità di ribloggarlo. Leggete, condividete, fatelo girare…

Terzo post-non mio ma di Feminoska, aka AnimAliena- per il “THIS BODY PROJECT”.

AnimALiena

Una delle meraviglie meno tenute da conto dalla maggior parte delle persone è quella di avere un corpo integro. Me ne accorgo quando esco di casa, lo vedo nella noncuranza con la quale chiunque, intorno a me, ne dispone – in modi che mi sono da molto tempo preclusi, e che trovo a volte insensatamente rischiosi.

Dall’inizio di maggio il mio corpo ha smesso di nuovo di funzionare, disabilitando una parte essenziale del nostro stare al mondo, quella del nutrirsi, e procurandomi dolori intensi mai provati prima. Ovviamente, come sempre succede quando si parla di me, non si è trattato di un episodio acuto e facilmente diagnosticabile, qualcosa da affrontare tramite un’operazione o una terapia pesante ma relativamente breve e soprattutto collaudata… ancora oggi, dopo tre mesi, non ho una risposta certa a quello che sto vivendo.

E’ cominciato in sordina, per diventare nel giro di qualche settimana un’ordalia che…

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CORPO CAPITALISTA

Secondo post per il progetto “THIS BODY PROJECT”

Due unici corpi normati e normativi servono allo scopo capitalista: quello del maschio e quello della femmina, nella loro peggiore visione e narrazione binaria. Il primo ha il pene, il secondo la vagina. Nessun’altra possibile narrazione è prevista nel sistema capitalista, non occorre, va bene così!
Il maschio dotato di pene rappresenta la forza lavoro a basso costo, sfruttato e sfruttabile fino alla vergogna e all’indecenza, servo che dice sempre di sì se vuole mantenere quella posizione che gli garantisce quattro soldi che non gli bastano mai e quello status quo infame da povero senza redenzione fra un contratto a tempo determinato e un altro che gli fanno desiderare sempre altro, che difficilmente arriverà, concedendogli una parvenza di “normalità“. Due soldi, un contratto indegno, ma almeno è qualcosa da mostrare a chi non ha neppure quelli.

La femmina dotata di vagina è schiava due volte, per cui non se la cava meglio: nel mondo del lavoro può sperare di strappare un contratto a condizioni ancora più infami di quelle di lui e si trova sempre al di sotto di quel fottutissimo soffitto di cristallo, il quale è infrangibile. In casa è invece schiava dei lavori domestici e di cura, mai nemmeno considerati come tali, che le strappano via non solo il poco tempo che le rimane per prendersi cura di se stessa, ma che le distruggono energie e gioie. Due lavori, due tipi diversi di sottomissione del corpo e dell’energia fisica, mentale, emotiva. Due lavori, uno vergognosamente sottopagato (quando c’è), l’altro non considerato come tale e non riconosciuto come sforzo, dedizione, attività fuori da sé. I lavori domestici, il lavoro di cura e di crescita dei figli sono “naturalizzati” come femminili e, in quanto “naturali”, non è necessario pagarli, riconoscerli, viverli come possibili attività praticabili sia da uomini che da donne.

Il corpo portato allo stremo, la mente alienata, i sogni infranti: questo scriveva Marx molte decadi fa ne Il Capitale riguardo al lavoro, ma nulla sembra essere cambiato, se non per pochi-e fortunati-e e soprattutto non in questo Paese. Zero tutela, zero rispetto per chi lavora, zero possibilità di raggiungere i propri obiettivi, zero opportunità di poter vivere decorosamente con il denaro guadagnato con il sudore della fronte.
Sotto questo sistema capitalista, tutte-i-* perdiamo. Non solo non vi è alcun ricoscimento dei diritti del lavoratore e della lavoratrice, per non parlare de* lavorator* che rappresentano e vivono vite ed esperienze non binarie-non normative e non normate, che nemmeno esistono agli occhi della società capitalista o, se esistono, a parte rare eccezioni, rimangono ai margini.

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Karl Marx, padre de “Il Capitale”

Quello che risulta chiaro è che un sistema che schiavizza il proprio popolo e lo mantiene in uno stato di schiavitù in cui l’asticella si alza sempre di più fino a raggiungere l’impossibile da accettare, è un sistema inumano. Ed è quello che si vuole raggiungere. Il lavoro è potere, il denaro da esso creato è potere, il corpo che genera lavoro è potere, e di questi tre poteri siamo derubate-i-* ogni giorno, costantemente. Non esiste più la meritocrazia, il guadagno in base allo sforzo, ma forse non è mai esistito e questa è una buona favola della buonanotte che ci è stata raccontata per farci sognare cose belle e cullarci prima di chiudere gli occhi.
Senza lavoro non esiste guadagno, non esiste potere, non esiste libertà di azione. Vivere i nostri giorni sulla soglia della sopravvivenza ci rende impauriti-e-*, e quindi pront*-e-i ad accettare qualunque condizione, anche quella della disumanità. Senza denaro, in un sistema capitalista come questo, significa non poter accedere alla sanità, all’educazione, alla possibilità di vedere le proprie prime necessità garantite. In un sistema capitalista come questo senza denaro non c’è scelta di vita e di libertà e spesso si rimane a subire le peggiori atrocità perché non c’è altra via. Il denaro compra alcuni tipi di libertà, come quella di affittare un’altra casa e liberarsi di una relazione abusiva, come quella di cambiare lavoro, come quella di ricominciare un’altra vita da soli-e-*, come quella di avere accesso alle migliori cure in caso di malattia e di una migliore educazione per avanzare negli studi.

Un sistema capitalista come questo distrugge il corpo sociale, il corpo mentale, il corpo animico, il corpo fisico, e mantiene ogni persona nel ruolo che LUI ha stabilito per potersi assicurare lunga vita, probabilmente eterna.
Virginia Woolf scrisse un magnifico trattato sulla libertà femminile che augurava a tutte le generazioni future, Una stanza tutta per sé, nella quale ogni donna avrebbe avuto uno spazio per sé per scrivere, riflettere, crescere come essere umano e comprendere se stessa. Peccato che nessuna penna abbia mai scritto Un lavoro tutto per sé, perché come c’era scritto ironicamente all’entrata del lager più famoso di tutti i tempi… Il lavoro rende liberi. Era vero un tempo? Potrebbe esserlo oggi, cambiando completamente dinamiche di potere.

Il corpo capitalista è sempre un corpo in perdita.

Quando lui buca i preservativi per metterti incinta

Quando il corpo diventa un’incubatrice a propria insaputa, quando il corpo viene sovradeterminato e usato dalla volontà altrui, quando il corpo è oggetto e non soggetto di carne di un’esistenza, di un volere, di una identità fisica nel mondo.

Al di là del Buco

Lei scrive:

Vorrei proporre una riflessione sulla ragazza vittima di stealthing che ha scritto alla pagina. Mi riferisco alla ragazza il cui partner sessuale ha bucato i preservativi ingannandola, e che ora si ritrova a 19 anni con una gravidanza non voluta.

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CORPO ESPULSIVO

Il testo fa riferimento al corpo della donna biologica o che ha subito un’operazione di riassegnazione del sesso, non per discriminare alcuna altra narrazione vivente, ma semplicemente perché nel testo si fa riferimento a precise dinamiche e condizioni fisiche e biologiche.

Un corpo che accoglie, quello della donna. Anche quando non vuole.
Un corpo che accoglie, per poi donare dal nulla, figl* al mondo.
Un corpo che accoglie la sessualità dell’Altro. Anche quando non vuole.
Un corpo che accoglie testimonianze, lamentele, abbracci e baci non richiesti, genitali non suoi e non voluti, parole a fiume dentro le orecchie spinteci a forza. Anche quando non vuole.
Un corpo che usa un linguaggio comprensibile, feroce nell’immediatezza, eppure costantemente frainteso, rimasto inascoltato, riempito di ogni sovradeterminazione possibile.

L’accoglienza è donna, questo potrebbe essere un aforisma, se non fosse già uno stereotipo misogino, eteropatriarcale e non corrispondente al vero.
Il lavoro di cura è quasi ed esclusivamente svolto globalmente dalle donne, anche se negli ultimi anni si è notata un’apertura nei confronti di una accettazione degli uomini (biologici e non) in questo ambito. Per fortuna, ce n’era un gran bisogno!

Sono una bio-donna e nella vita sono stata obbligata a farmi carico di: lavori domestici, lamentele varie ed eventuali da parte di ogni tipo di persona, confidenze non richieste, carezze.baci.abbracci.palpeggiamenti non graditi e non richiesti ma che l’Altro si sentiva autorizzato magnanimamente a dispensare senza chiedermi il consenso e solo perché gli andava, pratiche sessuali di accoglienza quando non mi corrispondevano in momenti di sessualità improbabile, parenti.amiche.amici.partners.sconosciuti che si sentivano male o non erano in condizione di prendersi cura di se stess*, ed una lunga lista di eccetera.

Si è sempre dato per scontato che il corpo della donna sia nato per accogliere, per ricevere.
Viviamo in una società basata e tarata su questo concetto: l’accoglienza-ricezione della donna, fra l’altro con una certa passività che non scandalizza più nessun*, donne comprese.
L’elenco delle azioni che misurano il grado di passività sono davanti agli occhi di tutt*, e proprio perché sono così evidenti, divengono impossibili da riconoscere.
In ordine sparso: posizioni sessuali (missionario e a 90°, sesso orale e anale in modalità di ricezione fa le pratiche sessuali più diffuse e conosciute di sempre); posizioni e strumenti imposti durante le visite mediche (ginecologiche in primis) e posizioni imposte durante il travaglio ed il parto.

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Foto di Ramona Zordini

Credo ci sia stato, e ci sia ancora oggi, un tremendo malinteso che riguarda il corpo della donna. Questo malinteso si è dato probabilmente da una mera lettura del numero di orifizi capaci di accogliere il corpo dell’Altro e non sulla lettura di ciò che il corpo della donna fa costantemente, ovvero espellere. Mi riferisco ai liquidi, signore e signori.
Il corpo di un uomo espelle lacrime, urina, feci, liquido seminale e prostatico. Il corpo di una donna espelle lacrime, urina, feci, liquido prostatico, mestruo, ma anche latte materno, il nascituro o il feto, a seconda dei casi e delle scelte.
Qui la matematica è semplice. L’espulsività del corpo della donna è evidente.
Tutta l’accoglienza che si va narrando e mitologizzando da millenni, è basata quindi non su una lettura reale del corpo della donna, quanto sul numero di cavità del corpo nelle quali l’Altro può entrare per trovare piacere e godimento.
Se l’accoglienza-ricezione è misurabile in base alle cavità e non in base ai liquidi (che spesso sono stati nascosti in quasi tutto il corso della storia della Medicina, si veda liquido prostatico femminile), allora possiamo dire che mani e piedi uniti, seni, inguini (si veda, fra le altre, la pratica masturbatoria chiamata Muffing) sono tutte potenziali cavità in cui trovare piacere, e queste cavità sono ricreabili in tutti i tipi di corpi umani.

Un ‘esperienza poco gradevole ma neppure così drammatica è quando una donna si ritrova, per una ragione o per l’altra, a dover utilizzare ovuli vaginali: la risposta del corpo è chiara, e non è una risposta di accoglienza. Il corpo scioglie ed espelle il più rapidamente possibile ciò che è entrato, per tornare ad una condizione normale.

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Foto di Ramona Zordini

Perché scrivere di questo? Perché questa idea che l’accoglienza-ricezione appartenga alle donne ha delle conseguenze sociali, culturali, fisiche ed emotive enormi e davvero poco felici.
Ho già scritto sopra riguardo all’obbligo di assolvere il lavoro di cura nella stragrande maggioranza dei casi solo per il fatto di essere nate con una vagina e dei lavori domestici imposti da generazioni a bambine solo per il fatto di esserlo, a discapito di essere attività svolgibili da ogni essere umano con il pollice opponibile e mediamente sano.
Una delle questioni che per me sono evidenti è l’esasperazione da contatto: donne sposate, fidanzate o che vivono ogni tipo di relazione, sopportano costantemente baci, abbracci, effusioni, palpeggiamenti non voluti e non richiesti solo perché i o le partners ne hanno voglia. Tanto è una donna, mi accoglie, mi riceve. Io le voglio dimostrare il mio affetto, il mio amore o la mia passione, posso farlo, lo faccio.
Chiaramente non desidero essere io, ora, ad esasperare questa riflessione: non parlo di qualcosa che si desidera da entrambe le parti e dove c’è il completo consenso e la piena gioia nel ricevere tali effusioni, ovviamente, ma di una costante e ripetuta colonizzazione dell’Altro da un punto di vista fisico che non è voluto o richiesto o sopportabile.
Il collegamento che si fa fra donnità e cura, obbliga tantissimi uomini biologici e non (e tutte le altre persone che non si considerano né uomini né donne), a dover rinunciare a lavori che invece potrebbero svolgere al meglio semplicemente perché non hanno il “genere o sesso giusto”.
Sono assolutamente convinta che questa sia una forma doppiamente discriminatoria: nei confronti chi non vuole svolgere lavori e compiti di cura e li svolge sulla base dell’imposizione del sesso o del genere, e nei confronti di chi li vorrebbe svolgere ed è tagliato fuori per le medesime ragioni.

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Ultimo tema, l’esasperazione da performance.
Un corpo obbligato a rispondere in un certo modo a determinati stimoli sessuali-culturali-emotivi-sociali, ad essere come gli si richiede pena la squalifica sociale-culturale-emotiva-sessuale, non può essere un corpo felice, sano.
Parlo di Corpo obbligato quando parlo di un corpo obbligato ad essere nella norma rispetto a quanto che gli viene richiesto (l’accoglienza obbligatoria e perenne); un corpo obbligato ad esistere dentro le leggi che lo determinano in quanto tale perché deve corrispondere a determinate specificità di risposta; un corpo obbligato a manifestarsi come ci si aspetta, come deve farlo secondo le regole.
Un corpo obbligato è un corpo obbediente, beneducato, indottrinato, addomesticato nel migliore dei modi; è un corpo che non resiste, che non reclama, che non sovverte le regole, che non dà fastidio a nessuno perché è innocuo.
Un corpo obbligato eseguirà gli ordini, da buon soldato quale è, anche a discapito della sua stessa integrità ed incolumità.
Un corpo obbligato è un corpo pericoloso per la felicità, poiché la boicotta, la distrugge, la elimina.
Il corpo obbligato non è più corpo, è involucro di dinamiche che non gli appartengono, è contenitore di regole che lo regolano attraverso una regola non sua.

Un corpo obbligato non è più un corpo.

THIS BODY PROJECT

Quasi cinque anni per cominciare a realizzarlo.
Un’idea che fluttua fra le sinapsi ma che esiste solo nella teoria del mio cervello. Raccogli e metti da parte oggi, scrivi domani.
Questo è un bel giorno per battezzare un nuovo progetto, il THIS BODY PROJECT.
Il TBP nasce come costola di TheQueerWord, nasce al suo interno, come figlio anche se ne è stato padre, o madre, o non so bene cosa.

Il TBP nasce come raccoglitore di storie e narrazioni sul corpo. Quali storie? Quante più possibili.
Corpo femminile, corpo maschile, corpo binario e non-binario, corpo non femminile e non maschile e non corpo, corpo sano e malato, corpo fermo e sempre in movimento.
Ogni corpo una voce, una narrazione, una testimonianza di esistenza.

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Corpi femminili creano un magnifico mandala 

Attraverso la condivisione di diverse testimonianze, il progetto è pensato per dar voce ai corpi silenziati, non considerati, non visti né uditi. Corpi morti che vivono, corpi vivi che muoiono in angoli di carne e di strada, di dimenticanza.
E ancora: cos’è un corpo? Insieme di sangue, muscoli, organi, ossa, tenuto insieme dalla pelle? Una macchina infallibile che fallisce? Lo strumento attraverso cui si incarna l’anima?

Cos’è il mio corpo? Cos’è il vostro corpo? Cosa sono i nostri corpi? Come si vive un corpo? Come si vive dentro ad un corpo?
Io non lo so, e voi?

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Corpi d’arte

Ve lo racconto, me lo raccontate. Lo sapremo insieme al termine del progetto?
Forse no, ma ne sarà valsa la pena.
Cominciamo…

Introduzione al seminario “Corpi che non contano, prospettive antispeciste e queer”

A chi appartengono i corpo che non contano? Sono umani? Sono animali? Sono i nostri?
Buona lettura!

AnimALiena

Introduzione al seminario “Corpi che non contano, prospettive antispeciste e queer” – Torino, 28 marzo 2017, Campus Luigi Einaudi. Interventi di Federico Zappino, Marco Reggio e Massimo Filippi.

Buonasera a tutte – sarebbe bello poter aggiungere “le specie”, ma in effetti questo spazio è precluso a tutte le specie animali, esclusa quella umana –  è un piacere e un onore essere qui con voi oggi per introdurre il seminario Corpi che non contano – prospettive antispeciste e queer.

Abbiamo scelto questo luogo – di produzione di sapere, ma anche e soprattutto, di riproduzione di poteri – per tentare di contaminare e hackerare con i nostri contenuti divergenti questa stessa produzione; per neutralizzare, seppure temporaneamente, la riproduzione di quei poteri.

Non è la nostra “prima volta”: questo seminario fa parte di un percorso volto ad approfondire tematiche specifiche e sperimentare la possibilità di una politica delle alleanze capace di superare le affinità…

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