Miquel Missé: riconquistare il corpo

Ormai da molti anni seguo le interviste, i libri pubblicati in catalano e spagnolo, gli interventi appassionati e ispirati nelle conferenze e tavole rotonde sul tema trans, di questo straordinario scrittore, sociologo e attivista trans catalano.
Lui ha un nome che da oggi in poi ricorderete sicuramente: Miquel Missé o, per chi lo conosce meglio, semplicemente Miki.
Attivista instancabile della nuova leva, classe 1986, vergognosamente giovane eppure già così impegnato a cambiare (in meglio) il mondo che ce la farà davvero, a cambiarlo.
Gli mando una mail per chiedergli un’intervista ed incrocio le dita sperando che accetti, lui è super impegnato ad organizzare il primo campus estivo per bambin* trans in quel di Barcellona. Di una gentilezza incredibile e commovente, ci inviamo saluti e domande attraverso l’etere e questo post è il risultato di questo nostro felice incontro virtuale.

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Miquel Missé

 

Un’intervista semplice, che va dritta al punto, perché quando si tratta di lottare per una causa che ci sta a cuore non si possono fare giri di parole.tergiversare.nascondersi, e Miquel di nascondere opinioni.agiti.sentimenti non ci pensa, fortunatamente, neanche per un secondo.

Buona lettura!

TheQword: Come scrittore, sociologo e attivista trans, qual è la tua opinione riguardo alla visibilità delle realtà trans (film, documentari, libri, articoli usciti sui quotidiani) a cui stiamo assistendo ultimamente?

Miquel: Quello che è evidente è che siamo testimoni di un momento storico relazionato con la questione trans:diversi prodotti culturali mainstreaming rappresentano personaggi trans attraverso i media e in alcuni casi sono le stesse persone trans che mandano avanti alcuni di questi progetti.
Come prima cosa direi che è un momento interessante perché mai prima d’oggi si è parlato così tanto del tema trans e vale la pena seguire con attenzione come si presenta l’esperienza trans al grande pubblico.
Come seconda cosa, direi che a me ciò che più interessa sono i discorsi che ci sono dietro queste rappresentazioni. Credo che in molti casi si continui a presentare il tema trans como qualcosa di relativo alla medicina, una situazione di sbilanciamento biologico. Allo stesso tempo, credo che parte di questo boom di visibilità nei media si basi in buona parte nel passing trans, nel mostrare il successo di alcune persone trans nel passare completamente inosservate e sorprendere il pubblico con persone attraenti, belle e con corpi affini ai canoni di bellezza occidentale.
La domanda che io mi pongo è: a chi si dirigono esattamente questi prodotti culturali e quale tipo di impatto hanno nella vita delle persone trans? Voglio dire, intendono contestare il sistema di genere mostrando esperienze che fuggono alla logica binaria o sono invece esempi che cercano di tranquillizzare la società mostrando quanto normali possiamo essere noi persone trans?

TheQword: Molto spesso sento dire: “La transessualità è…”, come se fosse una sola, però io non ne sono per nulla convinta. Credo, invece, che si dovrebbe parlare di “narrative trans”, dato che sono molte e variano da persona a persona. Sei d’accordo oppure la mia opinione in merito è errata?

Miquel: Il titolo del libro che ho scritto si chiama Transexualidades, otras miradas posibles (Transessualità, altre visioni possibili). Effettivamente, ciò che cercava di spiegare è che dietro la versione ufficiale della transessualità ci sono molte altre traiettorie e discorsi che è necessario ascoltare e divulgare.

TheQword: Si possono dare alcune definizioni orientative riguardo a ciò che può essere la transessualità nelle sue molteplici espressioni.forme.esperienze, oppure le parole non aiutano per nulla nel momento in cui la si tenta di spiegare, creando invece confusione e aumentando lo stigma sociale?

Miquel: Per me la transessualità è una parola molto moderna che emerge nei discorsi medici nella metà del XX secolo e che cerca di definire un fenomeno molto più antico e diverso. Il concetto di transessualità è una gabbia dentro la quale abbiamo inserito l’esperienza di molte persone in relazione alla propria identità di genere. Però, per non fuggire dalla domanda, direi che l’esperienza trans ha molto a che fare con il fatto di vivere in un genere distinto da quello con il quale una personale viene socializzata.

TheQword: Chi è attivista trans, non binari*, transfemminista, queer ecc…, alla fine termina con il definire se stess* con un milione di etichette che, si suppone, dovrebbero aiutare nel momento di presentarci al mondo, però, per esperienza personale, a volte le etichette si trasformano molto velocemente in una prigione linguistica che dice poco e nulla su chi siamo e creano ansia e confusione alle persone che ci ascoltano.
Qualche volta è successo anche a te? Sono importanti le etichette? Perché non possiamo semplicemente dire “Ciao, sono Marta… Ciao, sono Miquel”?

Miquel: Buona domanda! Gerard Coll-Planas, eccellente sociologo e mio buon amico, propone riflessioni molto interessanti sulla questione delle etichette. Lui spiega che mentre ci limitano, allo stesso tempo ci danno anche un senso, e che non risulta ancora chiaro se possiamo davvero farne a meno.
In un mondo eteronormativo, potersi chiamare gay, lesbica o bisessuale è, ancora oggi, una conquista importante perché ci aiuta a pensar(e-ci) fuori dal limite egemonico della sessualità, ci dà un luogo ed una comunità di riferimento. In questo senso, io non ho ben chiaro se il problema siano le parole o i significati politici che diamo loro. Il problema non è utilizzare etichette, bensì pensare che siamo quelle etichette e che non possiamo muoverci attraverso di esse.

TheQword: Ti sembra un’utopia troppo grande poter dire a noi stess* che siamo semplicemente esseri umani?

Miquel: Vuoi la verità? Hahahahahaha. Sì, è un’utopia! Però le utopie non sono mai troppo grandi; semmai, il problema è quando sono troppo piccole. Nonostante questo, ultimamente mi sto dedicando alle piccole utopie. Non penso ad un mondo senza generi né a quello degli esseri umani, semplicemente tento di immaginare un mondo nel quale il genere ci schiavizzi meno e non solo riferito a noi persone trans, bensì alle nostre società in generale.

TheQword: Il corpo, Miquel… parliamo del corpo! Che cosa significa “conquistare il corpo”?

Miquel: Per me l’idea di conquista significa “ritornare al corpo”, “riconquistarlo”. L’esperienza del corpo delle persone trans è descritta in centinaia di articoli scientifici, manuali, documentari ecc…; a volte è abbastanza difficile pensare il corpo partendo da altri paradigmi, dimenticando tutto ciò che ci hanno detto i libri, e pensarlo da capo, con altre coordinate. Per me conquistare il corpo significa proprio questo, un processo quotidiano.
La mia personale esperienza è che un giorno mi sono reso conto che quando ero una bambina avevo una relazione migliore con il mio corpo rispetto all’adolescenza, e quando ho cominciato la transizione progressivamente il mio corpo ha cominciato ad essere il mio problema principale. Ero un uomo e questo corpo non mi corrispondeva. Per molto tempo l’ho odiato, l’ho maltrattato, volevo operarmi completamente e il più in fretta possibile. Ero convinto che questo corpo non fosse il mio. Più tardi, un’idea cominciò a farsi strada nei miei pensieri. All’inizio era un’idea che mi disturbava, che mi dava molto fastidio, ma con il tempo la lasciai entrare dentro di me e svilupparsi un po’ alla volta. Ciò che questa idea mi suggeriva era che, forse, il corpo era il luogo dove stavo proiettando tutta la mia frustrazione per il fatto di non essere nato uomo ma che, di fatto, il mio corpo di per sé non aveva nessun problema, funzionava perfettamente. Credo che da lì sia cominciato un processo che non terminerà mai: tornare al mio corpo, guardarlo con altri occhi e tentare di gestire nel modo migliore le contraddizioni che esso genera in me. Questa esperienza è comune a molte persone trans e, allo stesso tempo, invece molte altre persone trans non si identificano per nulla con questa.

Credo che sia un tema davvero molto complesso e generalmente è circondato da molto malessere e sofferenza, per questo mi sembra importante dire che l’idea di conquistare il corpo non è una ricetta di una buona esperienza trans. Semplicemente è un’esperienza ed io la racconto senza pausa perché mi avrebbe fatto piacere se qualcuno me la avesse raccontata quando avevo 15 anni.

TheQword: Ho letto in varie interviste che ti hanno fatto in blogs, magazines e quotidiani, che porti avanti proprio questa idea molto rivoluzionaria: il corpo di una persona trans che decide di cominciare un percorso di cambiamento non è sbagliato. Molto spesso, ho ascoltato una frase molto specifica pronunciata da persone trans: “Sono nat* nel corpo sbagliato!”, però tu inviti a fare una riflessione che parte dal punto opposto: il corpo va bene, questo è un corpo che vale, non c’è nulla di sbagliato. Una rivoluzione, Miquel!
Ci spieghi com’è nata questa tua idea di “legittimità” del corpo?

Miquel: Credo che nella risposta precedente abbia già risposto, in parte, a questa domanda. L’idea del corpo sbagliato è penetrata profondamente nell’immaginario sociale fino al punto che le persone che ci sono accanto, con le migliori intenzioni, ben inteso, ci chiedono senza sosta quando ci opereremo, quando prenderemo gli ormoni, quando cambieremo la nostra carta d’identità. Cambiare tutto questo è molto difficile, però credo anche che sia facile che la gente provi empatia con l’idea che esista un corpo sbagliato. Utilizzo spesso l’esempio del peso corporeo e mi chiedo: le persone in sovrappeso sono nate nel corpo sbagliato? Che cosa accadrebbe se all’improvviso un movimento di persone in sovrappeso rivendicasse il diritto alla modificazione fisica con fondi pubblici perché sentono che quello dentro il quale vivono non è il proprio corpo ed hanno il diritto di “restaurarlo”?
Sicuramente ci sarà qualcun* che a questo punto dell’intervista esclamerà: “Ma dai, sono due cose che non si possono comparare!”, ed io allora chiedo, di rimando: perché? Per caso solo noi persone trans abbiamo il diritto di pensarci nel corpo sbagliato? Tenendo conto di come il nostro sistema sta assimilando questa idea, non mi stupirebbe se altri collettivi replicassero la narrativa del corpo sbagliato. Funziona! Davvero è una buona idea, magari un po’ fantascientifica, però buona.

La gente prova empatia con l’idea del corpo sbagliato perché suona come un’ingiustizia, un’ingiustizia che si può risolvere con trattamenti medici. Chi può opporsi a questo? Però no, non c’è un corpo sbagliato.
Ciò che esiste nella realtà è che molte persone desiderano modificare il proprio corpo per sentirsi meglio in questo mondo e ciò ci dice molto più del nostro mondo che del nostro corpo.

TheQword: Qual è l’importanza che oggigiorno e negli anni ha ed ha avuto il corpo nella tua vita, come persona prima di tutto, e in secondo luogo come attivista trans? Come vivi il tuo corpo oggi, come lo hai vissuto prima? Immagino che non sia stato per nulla facile…

Miquel: Il mio corpo è uno dei miei grandi conflitti vitali e tento di gestirlo nel miglior modo possibile. Molte volte mi piacerebbe che assomigliasse di più all’idea che ho nella mia testa, però non sto facendo molto per cambiarlo. Da diversi anni assumo testosterone, però non mi sono mai sottoposto ad alcuna operazione. A volte penso: operati e falla finita!, però poi la bilancia si riequilibra e rimango tranquillo per un po’ di tempo.
Credo che questa sia una storia comune a molte persone che, anche senza essere trans, portano avanti una battaglia importante con il proprio corpo, con i kg, con le cicatrici, con i tatuaggi che vorrebbero farsi cancellare, con l’altezza.
Quando attraverso un momento di grande frustrazione con il mio corpo mi guardo intorno e mi rendo conto di essere un privilegiato assoluto. Non che funzioni sempre automaticamente, ma questo mi serve per reagire e comprendere che viviamo in un mondo nel quale in corpo è un prodotto ed è castigato da mille leggi impossibili. Tento di imparare a conviverci e, al tempo stesso, non so se mi sto sbagliando; forse dovrei operarmi ed essere meno “purista”. Sono dilemmi esistenziali che un* si trova ad affrontare…

TheQword: Vieni socializzato come uomo ed hai una carta di identità che riporta i tuoi dati anagrafici come donna. Tutto ciò ti causa problemi, ti infastidisce, ti mette in una situazione di difficoltà o di disagio?

Miquel: Mi mette in situazioni sconcertanti e a volte disturbanti, però ho molto ben chiaro che è una decisione che ho preso io, quella di non cambiare il mio documento d’identità, e che se voglio posso farlo. Lo Stato spagnolo mi richiede un certificato di disforia di identità di genere e due anni di trattamenti medici come requisiti per cambiarlo. Il giorno in cui questo sconcerto e questa sensazione disturbante mi genereranno molti conflitti, immagino che mi sottoporrò al penoso processo che mi propone il mio Paese.
Per il momento, è come una sorta di militanza, di resistenza, nella quale rivendico il mio nome legale, che è una parte di me.

TheQword: Com’è cominciato il tuo percorso trans?

Miquel: Quando avevo 13 o 14 anni cominciai a scoprirmi come ragazzo; avevo, per così dire, una doppia vita. Questo “luogo”, che all’inizio era molto innocente e totalmente scollegato dalla transessualità, divenne man mano un luogo confortevole nel quale desideravo vivere. A 15 anni vidi il film Boys don’t cry e scoprii così tutto un mondo: gli uomini transessuali. Fu per me una grande rivoluzione. Fu allora che iniziai una transizione di genere classica: ero un uomo e sarei riuscito a vivere come tale. Tutto il resto, ormai lo sapete…

TheQword: Ci parli di “Cultura Trans”?

Miquel: Cultura Trans è un progetto attivista di visibilità e diffusione di riferenti trans da una prospettiva non patologizzante. Nato nel 2011 a Barcellona, attualmente ce ne stiamo occupando Pol Galofre ed io. L’idea è quella di diffondere, attraverso la cultura, idee nuove per pensare il tema trans. Organizziamo giornate di dibattiti, cineforum, mostre, concerti, ed uno dei nostri progetti più amati è il Trans-Art Cabaret.

TheQword: Cosa ti piacerebbe dire ad un* giovane adolescente che comincia adesso il suo percorso trans?

Miquel: La verità è che è una domanda difficile, perché le nuove generazioni di adolescenti trans vivono in contesti radicalmente distinti rispetto a quelli che ho conosciuto io. I riferenti trans e l’accesso all’informazione stanno cambiando ad un ritmo vertiginoso. Alla fine degli anni ’90 un foglietto di una associazione trans era un vero e proprio tesoro, viaggiavamo per centinaia di km per conoscere personalmente altre persone trans. Adesso esistono centinaia di youtubers che ci raccontano le proprie storie, pagine di Facebook a cui sono iscritte persone trans da diverse parti del mondo. Nonostante questo, sì che direi loro qualcosa: che non si sentano colpevoli per le decisioni che prendono, che non si spaventino se si trovano a dubitare durante il percorso perché è la cosa che accade più frequentemente e, soprattutto, che ricordino sempre che il loro corpo non è sbagliato o, per essere precisi, non lo è più di quello del resto delle persone.

Impossibile aggiungere altro, è tutto qui.

Grazie Miquel e alla prossima, e ci sarà una prossima volta… questa è un’anticipazione solo per voi, per solleticare la vostra curiosità. Cattivona che sono!

Vi lascio qui di seguito alcuni links che riguardano la bio ed il lavoro di Miquel, la pagina di Cultura Trans e alcune interviste fatte al nostro magnifico ospite: anche se sono particolarmente suggerite per hispano.hablantes, ve le indico ugualmente, non è bello sovradeterminare le vostre capacità di comprensione della lingua spagnola, non si fa!

Stay tuned…

http://www.editorialegales.com/autores/miquel-misse/107/

http://www.ara.cat/es/Miquel-Misse-desde-decidi-chico_0_1565843540.html

http://www.idemtv.com/es/2016/04/14/transsexualitat-david-i-goliat/

http://culturatrans.org/nosotros/

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