L’alfabeto segreto del corpo vulnerabile

Felice martedì mattina e ben ritrovat*-e-+i su THE Q WORD!
Oggi torniamo ad occuparci di narrazioni del corpo all’interno del progetto THIS BODY PROJECT e lo facciamo parlandovi della vulnerabilità.
Ci sono animali (umani) più vulnerabili di altri: parliamo delle persone nate con una vagina e obbligate a leggersi come donne e a vivere di conseguenza, quelle che hanno una qualche forma di disabilità, i bambini e le bambine, quelle che soffrono di una malattia cronica o temporanea, quelle che fanno parte di narrazioni non-egemoni (non-binarie, LGBTIA, queer), quelle mestruanti, quelle che non hanno alcuna possibilità di integrarsi nella società perché ritenute inferiori o diverse rispetto ai cittadini e alle cittadine native-i.

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Corpi vulnerabili

Dopo circa un anno dalla pubblicazione in Spagna, ho comprato e cominciato a leggere un libro che sapevo già mi avrebbe portato qualcosa di straordinario nella vita. Il libro si chiama Diario de un cuerpo, l’ha scritto la magnica Erika Irusta e l’ha pubblicato la casa editrice Catedral. Non esiste ancora una versione italiana del libro, ma spero di cuore che arrivi presto.
Il libro racconta di Erika, prima Pedagoga Mestruale al mondo: parla della sua vita dentro a un corpo, una psiche ed una emotività vissute attraverso il prisma dell’ipersensibilità. Erika, come me, è una P.A.S. (persona altamente sensibile, o ipersensibile) e per tutta la sua vita si è sentita vulnerabile. Erika parla anche di come tutte le donne (quelle che lo sono biologicamente fin da subito, tutte le altre donne e femmine lo diventano quando decidono di portarsi nel mondo come tali) siano animali vulnerabili, poiché nate, cresciute, educate e obbligate a vivere all’interno di un sistema (che Erika chiama La Norma) che le distrugge sistematicamente senza conoscerle, amarle, avere cura dei loro elementi e permettergli di vivere appieno la propria vita.

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Erika Irusta, autrice di “Diario de un cuerpo”

Ieri, guardando l’ennesimo spot pubblicitario accattivante per promuovere l’ennesima automobile appena sputata fuori dalla fabbrica, ho pensato alle caratteristiche tecniche e agli accessori:

10 altoparlanti
Amplificatore 6×55 W
Autoradio
Bluetooth
Climatizzatore
Comandi vocali
Connessione USB
Connessione dati
Controllo automatico velocità
Hill Descent Control
Hill Start Assist – (ausilio alla partenza in salita)
IDIS (Intelligent Driver Information System)
Navigatore satellitare
Schermo touchscreen a colori da 9″
Sensori di parcheggio posteriori
Servosterzo

Poi ho capito la connessione delle mie sinapsi…
La prestazione. La fottuta prestazione.
Ho fatto di tutto, tranne essere felice, per potermi dire che anche io riuscivo ad essere così prestante e quindi vivere di conseguenza.
La prestazione che la società e la cultura ci richiedono è basata su pilastri quali:

  • forza fisica
  • resistenza
  • massima produttività
  • resilienza
  • passività
  • sottomissione
  • perfetto stato di salute.

Ora, chiunque mi conosce da meno di tre minuti si rende perfettamente conto che io non ho nessuna di queste caratteristiche. No, questo non è esatto: le ho sviluppate a modo mio, in una mia versione, che non corrisponde in niente, manco lontanamente, al modo egemone di intenderle. La prestazione egemone che mi viene richiesta è per me impossibile da portare avanti. M’infrango, somatizzo, mi arrabbio, devo obbligatoriamente prendere le distanze, manco completamente li obiettivi.

Attraverso il libro di Erika ho capito, finalmente. Come posso, io, vivere una vita attraverso elementi, assetti, costruzioni e aderenze a valori, comportamenti e richieste che non mi appartengono, che spesso mi disgustano, e che non posso.voglio soddisfare in nessun modo? Non c’è corrispondenza fra quello che la società mi richiede e quello che io posso restituirle.
La prestazione egemone richiede presenza costante, iperproduttività, nessuna assenza consentita, nessun disturbo fisico che non sia trattabile con una bomba di aspirina, antipiretico e sciroppo (tutto il resto è malattia e non serve ai fini produttivi).
C’è anche un altro tipo di prestazione, quella relazionale, che invece prevede: costanza, presenza, attenzione massima, generosità, obbedienza cieca ai desideri dell’Altro, ascolto, accoglienza, resilienza, libido eternamente alta, assertività, verità e trasparenza, salute, allegria, energia per fare miliardi di cose sempre diverse per non annoiarsi, voglia di viaggiare…
Non si può neanche così, credo. Almeno non io. Troppo per una sola persona.
Chi mi conosce adesso da almeno quattro minuti sa che per me non è possibile mantenere la prestazione relazionale (fra partners, amiche.amici.amic*, membri di una famiglia) così come è concepita e costruita, come ci obbligano a viverla e a performarla.
Così ho deciso di cambiare completamente focus e comprendere davvero quale sia la mia via per abbandonare la prestazione egemone.
Chi è accanto a me dal primo di gennaio (o da prima) sa che spesso non posso essere presente, che mi accade sovente di mancare agli appuntamenti, che non posso esserci anche quando desidero fortemente stare, partecipare, presenziare. In questo mese e mezzo ne ho sofferto brutalmente, poi ho deciso di raccontare con onestà quello che stava accadendo intorno a me, dentro al Sanatorio, come affettuosamente ormai lo chiamo io, e le persone della mia rete affettiva hanno compreso. Io manco, spesso. E sono vulnerabile. Sono vulnerabili, ognuno-a-* a proprio modo, anche le persone che compongono le mie famiglie e quelle che fanno parte della mia rete affettiva. Lo sono tutte. Perché sono donne (in tutte le loro narrazioni), perché portano nel mondo narrazioni differenti (LGBTIA e queer), perché sono precarie o disoccupate, perché sono non-comforming, perché sono malate, perché sono senza casa, perché sono senza supporto familiare. Tutti-e-* noi siamo animali vulnerabili.

Ci ho messo una vita a capire che vulnerabile non è sinonimo di fragile.

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La cover del libro di Erika Irusta, “Diario de un cuerpo”, pubblicato da Catedral

Erika ha scritto le più belle pagine sulla vulnerabilità degli animali umani che abbia mai letto nella vita. Ne traduco una pagina affinché possiate leggerla anche voi, nella speranza che venga tradotto in italiano questo libro formidabile.
Ecco le parole di Erika:

“Un corpo vulnerabile è un corpo con possibilità di essere vulnerabilizzato. Mentre un corpo normativo è un corpo con capacità di vulnerabilizzare. I corpi vulnerabili sono di molti colori. I corpi normativi sono di un solo colore. Uno dei principali tratti dei corpi vulnerabili è che sono corpi definiti, questo è: scritti e letti dai corpi che comandano e regolano (corpi normativi). Questi ultimi stabiliscono la norma e intorno ad essa danno vita alle politiche: la politica dei corpi. La Norma è invisibile, funziona come l’ultimo strato sommerso di un iceberg. La normalità è quello che crediamo di vedere. L’abbietto, il vulnerabile, è ciò che rimane occulto.
In realtà siamo noi corpi vulnerabili che sosteniamo la norma. Questo è uno dei nostri dolorosi paradossi. Aspiriamo alla norma perché la vita fuori da questa ci pone in una situazione di vulnerabilità. Nessuno(a-*) vuole essere vulnerabile. In ogni caso è “meglio” avere la possibilità di vulnerabilizzare. Per questo finiamo con l’essere educate (i-*) ad essere protette (i-*) dalla norma e per aspirare a sfiorare il potere che dà il sentirsi all’interno di essa. Potere che non è altro che una macabra illusione perché i corpi vulnerabili non potranno mai ostentare il potere dei corpi normativi. Non dentro questa norma, la loro Norma.
[…] I corpi normativi sono morti. In loro non esiste breccia attraverso la quale respirare. Sono morti, finiti. Sono così detti che al pronunciarli si spaccano la bocca. Al contrario, i corpi vulnerabili respirano attraverso la ferita. La ferita li mantiene in vita. Terribile paradosso nuovamente. Sono vivi solo perché sono sensibili alla morte.”

Alla prossima gente! 😉

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Rosario Gallardo: la fottuta estasi dell’osceno

Ci sono cose che accadono e che bisogna raccontare, altrimenti sembra di non averle vissute veramente ed è un sacrilegio. Il 21 ottobre a me è accaduto Rosario Gallardo. Non di conoscere, non di vedere, ma di vivere Rosario Gallardo attraverso la presentazione del suo libro Estasi dell’osceno. Tattiche di pornoguerrilla (pubblicato da Golena Edizioni per Malatempora) da Nora Book & Coffee (fate un salto in via Delle Orfane 24d a Torino e vedrete di cosa parlo) e la sua performance live Coin-op ospitata da Cavallerizza Reale e promossa dal Fish & Chips Film Festival. Chi è Rosario Gallardo? Non ve lo posso dire in due parole, perché sarebbe come depotenziare un miraco in corso…
Oggi ho l’osceno onore e il blasfemo privilegio di presentarvi Rosario Gallardo all’interno del THIS BODY PROJECT in tutto il suo erotico splendore… Leggete qui!

1. Chi siete e quanti siete a fare parte di Rosario Gallardo?
Rosario Gallardo è un collettivo elastico. Il cuore è costituito da me e mio marito, ma a seconda dei progetti coinvolge anche altre persone come, ad esempio, il nostro giovane Manfredi, col quale abbiamo realizzato tra le altre cose anche il
cortometraggio O mio fiore delicato e la performance Coin-op.

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Rosario Gallardo nella performance Coin-op a Cavallerizza Reale

2. Il nome Rosario Gallardo, appurato che non si tratta di una unica persona, da dove nasce?
Lo abbiamo inventato cercando un nome che potesse essere percepito come
maschile e come femminile, che evocasse la ricorrenza e la sacralità della preghiera e la gajarderia sfrenata della lussuria.

3. Che cosa è la Pornoguerrilla e come la intendete-vivete voi?
Atti “pornoestetici” e di “esibizionismo sacro” realizzati attraverso la produzione di fotografie, testi, video, performance live a carattere pornoestetico, costituiscono la nostra pornoguerriglia. Tra le qualità principali vi è la rinuncia alla viltà rituale con cui le persone abbracciano la vergogna per la loro sessualità e per il loro corpo. Lo scopo è quello di destrutturare il nucleo culturale della castrazione sociale su cui si l’autoritarismo si poggia. Di fatto è la nostra pratica yoga-psico- magica antirincoglionimento, con la quale avere molti orgasmi e farne avere anche agli altri, guadagnando punti amore da spendersi in altre pratiche sporcaccione generatrici d’altro amore!

4. Da dove traete ispirazione per le vostre performance, films, articoli e libri?
Da tutto; da un prodotto dell’infotainment come da un ricordo d’infanzia. La nostra prima mostra fotografica Il culo dove si mette il pane era ispirata ai divieti imposti a Nicola bambino da sua nonna. Mentre l’azione Coin-op è costruita su una ricerca che portiamo avanti da anni come cam-girl/cam- boy nei live show via web.
Sexworking virtuale che ha dato vita già a un videoclip, a una performance
presentata per la giornata AMACI, oltre che a Coin-op, e costituisce anche una
pratica di finanziamento per il progetto RG.

5. Parliamo del libro da poco pubblicato da Golena Edizioni per Malatempora, L’estasi dell’osceno… un libro di forte impatto emotivo, quasi una sorta di diario personale, una cronaca del piacere, un insieme di scritti personali, intimi, autobiografici…
Sì, è sicuramente un testo costituito da fatti intimi e autobiografici ma non è
un’autobiografia. Vuole piuttosto essere un oggetto utile, una sorta di percorso in
cinque passi che accompagna il lettore attraverso i primi cinque misteri gaudiosi
gallardi. La visione proposta è queer e pornoguerrigliera. Purtroppo ho verificato che la sola lettura entusiasma ma non basta a liberare il vostro corpo e il vostro spirito dovrete accompagnarla con la pratica di solenni gesti pornoestetici di esibizionismo sacro e con la benedizione da compiere di persona alla sacra fonte del mio orgasmo.

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Cover del libro di Rosario Gallardo, Estasi dell’osceno. Tattiche di Pornoguerriglia

6. Che cosa è per voi l’oscenità?
Ciò che viene messo strategicamente al di là dei margini dal conformismo e dalla
normalizzazione. Non sono gli oggetti/concetti ad essere osceni di per sé, ma è
l’esperienza che abbiamo di loro. Freud, nel suo primo lavoro di ricerca, Il motto di spirito, dà una brillante interpretazione del piacere del motto; in quell’ottica, ad esempio, la battuta oscena è un momento in cui si allenta la pressione della censura interna. Nell’interpretazione del suo pensiero, la dicotomia tra desideri tollerati e ciò che richiede una rimozione è un pilastro necessario all’evoluzione psicologica dell’individuo capace di convivenza civile. Noi crediamo che sia parte di una meccanica di controllo sociale messa lì in malafede, tramandata e difesa coi denti da tutti perché a ben poche persone viene voglia di assumersi la responsabilità di rischiare una reale disubbidienza sulla propria pelle.

7. Che cosa è invece il Postporno?
Il postporno nasce negli anni ottanta, durante le lotte femministe, prosex e
sexpositive, durante la famosa Rivoluzione Sessuale. Artisti, intellettuali, pornostars e registi porno come Annie Sprinkle (pornostar), Michele Capozzi (che molto spesso ha fatto parte di Rosario Gallardo), Frank Moore (performance artist, sciamano, poeta, pittore, ecc), firmarono i Post-porn Modernist Manifesto con l’idea di lanciare un discorso sulla sessualità creativo e positivo, non assoggettato alla produzione meramente commerciale e machista del porno mainstream che all’epoca era un grande business. Oggi le produzioni che si definiscono postporno sono di natura molto diversa tra loro. La consapevolezza del peso politico e del ruolo chiave che i costumi sessuali e morali hanno nelle dinamiche economiche è spesso una caratteristica, ma ho anche visto postporno che era solo un po’ meno porno e un po’ più post e basta. La situazione della pornografia è molto cambiata negli ultimi trent’anni, grazie al web e alla tecnologia a buon mercato. Oggi la “pornografia” è una vasta varietà di voci spesso svincolate dal discorso economico, ad esempio l’amatoriale e le produzioni del porno indie hanno dato vita a una pornografia dialogica che costituisce generi e sottogeneri, discorsi, trame e chicche uniche e ricerche di sperimentazione. Il web è un inconscio collettivo che lotta per venire a galla.

8. Il vostro è un matrimonio molto fuori dagli schemi, a quanto si legge nel libro e a quanto si vede durante la performance. Avete trovato il vostro modo di non trasformarlo nella tomba dell’amore… Come avete costruito un matrimonio così fuori dalle norme e dagli obblighi culturali e sociali?
Siamo fatti così e ci siamo incontrati. Destino? Culo? Sì, tanto cazzo nel culo
sicuramente. Ho imparato che se l’innamoramento è qualcosa che accade
l’amore invece è qualcosa che va fatto e va fatto tutti i giorni, almeno una volta al giorno. Quando abbiamo gettato le basi del nostro rapporto avevamo appena vent’anni e questo ci è stato utile, a quell’età tutto è più assoluto, radicale, reale.
Abbiamo fatto voto di lealtà, prima di tutto a noi stessi e solo dopo abbiamo giurato di essere l’uno per l’altro sia amanti che madre e padre. E quando sono arrivati i figli, praticamente subito, non ci siamo vergognati di noi, optando per una pacifica omologazione sociale. Penso che sia importante una fede fanatica e una radicalità
violenta per rimanere autori del proprio stile di vita, ma anche tanti orgasmi e una sana pratica oscena. Probabilmente noi, senza Rosario Gallardo e tutte quelle
sperimentazioni che lo hanno generato, non saremmo così uniti e leali l’un l’altro.

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Una pic domestica di Rosario Gallardo

9. Maternità sovversiva: la tua, Maria, appare una maternità molto sovversiva, vissuta con grande slancio, passione e decostruzione, anche qui, delle norme. Mi ricordi un’altra Maria, Maria Llopis, immensa attivista Postporno spagnola e autrice di Maternità sovversive (anche questo libro pubblicato da Golena Edizioni). Come vivi la maternità?
Sono diventata mamma solo due volte, lo so che la terra è sovrappopolata ma a me
figliare piace troppo. Sono state due esperienze diverse e ho vissuto due aspetti
diversi di me stessa. Forse dipende dall’indole dei miei figli o dal mio momento
storico: col primo avevo le idee chiarissime, mentre col secondo mi sono sentita
completamente persa. Figliare ti strappa i demoni dal petto e te li sbatte in faccia, forse è questo stress su cui si appiglia il ricatto dell’omologazione. Ho conosciuto Maria Llopis prima che diventasse madre e poi l’ho rincontrata di recente durante il tour di “Maternità sovversive”. E’ molto importante fornire informazioni e conoscenze tali da supportare la costruzione di una cultura alternativa. Non tanto per sostituire un dogma con un’altro, ma piuttosto per dare un esempio della plasticità del reale. E’ diverso il mondo se ti hanno insegnato che le donne sono condannate a partorire con dolore (da dio onnipotente) e poi scopri che si può anche partorire con un orgasmo (alla faccia dell’onnipotente guastafeste).

10. La performance che ho visto il 21 ottobre a Cavallerizza, Coin-op, mi ha completamente fatta innamorare di Rosario Gallardo e di questo modo di intendere il corpo: quello che ho visto durante la performance è stata pura gioia, passione, libertà, conoscenza e coscienza di sé. Che cosa è per voi il corpo? Come lo usate? Come lo preparate prima di una performance? Come ve ne prendete cura?
Il mio corpo è il luogo della mia esistenza. Più che usarlo cerco di lasciar fluire in lui le vibrazioni, è una cassa di risonanza. Prima di una performance digiuno, limito il mio contatto con l’acqua e con le persone, cerco di avere più orgasmi possibili. E’ bello quello che tu mi scrivi della tua esperienza alla performance Coin-Op. Grazie, sento che sei stata con me. Per Manfredi era la sua prima esperienza Gallarda dal vivo e mi è sembrato praticasse qualche preparativo, Nicola invece bestemmia e cambia tutto fino all’ultimo istante. Credo che la bestemmia sia comunque il suo rituale preferito.

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Rosario Gallardo nell’opera performativa

11. Ultima domanda: nel libro il prologo è scritto da Diana J. Torres, mia madre di squirting e grande ispiratrice di tutto il mio lavoro di ricerca sperimentale sul corpo e attivismo; citate però anche Maria Llopis e Itziar Ziga, Paul B. Preciado… insomma, come me anche voi venite da una certa scuola spagnola che ha illuminato e sta illuminando una controcultura entusiasmante da almeno una quindicina di anni. Ho visto giusto?
In realtà quando abbiamo conosciuto le ragazze spagnole noi eravamo Rosario
Gallardo già da un pezzo e la pornoguerrilla era più o meno quella di adesso. E’ stato però molto importante, oltre che conoscersi, riconoscerci nella nostra affinità e instaurare un’alleanza. Noi siamo lupi solitari e non veniamo dall’esperienza dei collettivi e quello che ci lega non è l’aver fatto il corteo insieme o l’ideologia politica a monte, ma le affinità nelle idee e nei lavori specifici. Sinceramente non me ne frega un cazzo di chi si dichiara “attivista postporno”, anzi, odio la moda del postporno intesa come un porno non proprio porno ma “alternativo” e saccente. Io penso a Diana, Maria, Itziar come ad intellettuali, artiste, amiche. Diana inoltre è anche la mia madrina di squirting, mi ha fatta innamorare al primo sguardo e la sua lontananza è dura da digerire.

12. Un consiglio, una dritta o una frase illuminante per chi sta leggendo questa intervista…
Fatevi arrapare e non abbiate paura d’essere mostruosi, puzzolenti, troppo flosci,
troppo irruenti, troppo vacche, troppo larghe, troppo poco calde. I vostri genitali sono sede di piacere e non di vergogna e se serve svergognatevi pure perché arraparsi è l’unica via possibile. ll 6 dicembre (oggi!) è San Nicola, che porta i doni, fatevene uno e venite da noi a godervela un po’. Saremo a Bologna, ecco il programma:
-alle ore 19.00 saremo all’IGOR Libreria presso Senape Vivaio Urbano per la presentazione del libro Estasi dell’osceno. Tattiche di pornoguerrilla, conducono l’incontro le ragazze di InsidePorn.
-dalle 20.00 al Kinodromo per una selezione di corti dell’Hacker Porn Film Festival di Roma tra cui verrà proiettato anche O mio fiore
delicato, il nostro cortometraggio più blasonato!

Links utili per saperne di più su Rosario Gallardo:

http://www.golenaedizioni.com/page.php?176

https://www.facebook.com/rosario.gallardo.355?pnref=lhc.unseen

http://www.rosariogallardo.com/gallardo-tv/omiofioredelicato/

Benvenute-i-* nel mondo di Rosario Gallardo… 😉

 

 

 

ALICE ARDUINO: ATTIVISMO, PASSIONE E ARTE SOVVERSIVA

L’onestà intellettuale prima di tutto… Alice Arduino, fotografa-blogger-scrittrice-fotoreporter-attivista-artista-intellettuale sovversiva e grandissima donna combattente, è una mia amica. Ho pensato di intervistarla per il progetto “THIS BODY PROJECT” perché se c’è una persona che ama il corpo, lo ritrae e lo narra con passione, senza tabù e con incredibile onestà e tenerezza, quella è proprio Alice. Lo scrivo con chiarezza, il fatto che siamo amiche, perché sono di parte, perché adoro il lavoro di Alice, lo seguo con dedizione e cerco di promuoverlo in ogni dove e in ogni quando. Quindi, fatta la premessa onesta, vi presento Alice Arduino in tutto il suo splendore. Eccola per la prima volta su TheQWord, per il “THIS BODY PROJECT”.

  1. Ciao Alice, benvenuta su TheQWord! Per cominciare con il piede giusto… parlaci un po’ di te (chi sei, di cosa ti occupi…).

Mi chiamo Alice e sono una fotografa che si occupa di immagini sportive e di eventi. Da sempre militante e attivista, realizzo progetti a sfondo sociale occupandomi di temi sensibili, quali l’ambito LGBTI+, stereotipi sul genere, violenza sulle donne o catastrofi naturali, come il reportage sul terremoto che ha colpito l’Aquila nel 2009.

Il mio lavoro però, non si limita solo alla fotografia, mezzo con cui esprimo le mie azioni militanti. Realizzo anche opere artistiche con quadri ad olio in stile surrealista o di stampo fumettistico, ambito in cui esprimo me stessa in forme diverse e fantasiose. Ho un blog chiamato Talco Web (https://talcoweb.com/) in cui recensisco principalmente libri, films e serie tv che meritano attenzione per i temi trattati, diffondendo conoscenza e informazione su ciò che è già stato realizzato.

  1. Guardando i tuoi progetti fotografici ho notato che i tuoi scatti sono molto collegati alla questione del corpo: qual è la tua relazione con il tuo corpo e con il corpo dell’Altro?

Io ho un buon rapporto con il mio corpo. Mi piaccio e spesso lo uso nelle mie opere fotografiche. È anche più facile perché su di me posso sperimentare e decidere cosa voler rappresentare. Parto da un’analisi di me stessa per parlare anche degli altri. I miei pensieri e le mie riflessioni possono essere le stesse che ha un’altra donna o un uomo. I miei progetti devono far riflettere chi osserva. Lo spettatore non deve mai essere passivo, ma coinvolto in prima persona quando osserva una mia fotografia.

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Alice Arduino
  1. Come nascono i tuoi progetti fotografici?

Nascono dalla voglia di raccontare delle storie, di voler narrare qualcosa, pongono domande, offrono risposte ma allo stesso tempo possono essere interpretati in più modi da chi osserva. Sono aperta ad analizzare qualsiasi tema, ogni cosa che catturi la mia attenzione e che, secondo me, necessita di essere sviluppato più a fondo. Nei miei progetti c’è sempre il mio punto di vista, la mia visione, l’espressione dei miei valori e principi che però non tolgono una interpretazione più ampia del tema trattato.

  1. Hai voglia di parlarci del tuo progetto “Drag King- Uno sguardo sui generi?”

Il progetto nasce per caso, in poche ore, ed è stato realizzato in una giornata. Ero venuta a conoscenza di un laboratorio organizzato a Torino da un collettivo femminista chiamato Sguardi sui Generis e ho voluto analizzare la figura femminile e le sue trasformazioni da donna a uomo, attraverso il gioco dei Drag Kings, trattando gli stereotipi sulla figura femminile, sul modo di vestirsi, di comportarsi e di interpretare il ruolo maschio-femmina. Non avevo una idea chiara di come svilupparlo, ho semplicemente voluto narrare il corpo e le sue trasformazioni in più fasi dall’inizio alla fine della vestizione. Da qui, l’idea di rappresentare quattro immagini in sequenza che narrassero il passaggio. Ad ogni ragazza è stato chiesto di rappresentare una postura che secondo lei fosse “femminile” e successivamente “maschile”, prima con abiti prettamente femminili, dopo con indosso vestiti tipici maschili. Ognuna ha espresso il suo punto di vista in modo molto personale, evidenziando come il genere uomo/ donna è, effettivamente, una costruzione sociale. Il modo di vestire può etichettare una persona, incanalandola dentro quegli stereotipi uomo/donna che la società tanto ama. Ho voluto realizzare delle immagini che portassero alla riflessione di ciò che siamo e rappresentiamo. Il discorso è legato alla figura femminile più soggetta a critiche, qualora non rientrasse nei canoni prestabiliti (capelli lunghi, composta, educata, sensuale etc…) ma lo stesso ragionamento può essere allargato anche alla figura maschile, spesso intrappolata negli stereotipi di uomo forte e macho. Alcune foto realizzate sono state pubblicate nel libro in Il Re Nudo. Per un archivio Drag King in Italia, a cura di Michela Baldo, Rachele Borghi, Olivia Fiorilli (https://www.libreriauniversitaria.it/re-nudo-archivio-drag-king/libro/9788846738271), e nel 2013 è stata fatta una presentazione del libro ed esposizione delle opere presso la Libreria Feltrinelli di Torino.

Potete vedere le immagini del progetto al link: Drag King: uno sguardo sui generi (https://www.alicearduino.com/drag-king)

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Uno scatto dal progetto “Drag King: uno sguardo sui generi”
  1. Ho trovato straordinari gli scatti che danno corpo a Jacket & Naked e Raggi X, da cosa sono stati ispirati?

Jacked & Naked (2016) (https://www.alicearduino.com/jacket-and-nacked e Raggi X (2014) (https://www.alicearduino.com/raggi-x), sono stati realizzati per una riflessione sul corpo femminile. Il primo è una ricerca dentro se stessi, un progetto che nasce con l’intento di analizzare il corpo e l’inconscio attraverso foto artistiche, volto ad analizzare qualcosa di reale e tangibile come il corpo, ma anche astratto, non visibile, come l’anima. I graffi, le immagini corrose e lo sfuocato nelle foto esprimono le ferite che ognuno di noi ha sulla pelle e nell’inconscio. L’unione di due elementi che coesistono dentro di noi e si mischiano ogni giorno nella vita quotidiana, attraverso autoscatti che vogliono esaltare le curve del corpo femminile senza essere esplicite.

Il secondo, invece, analizza l’interno, lo scheletro, le ossa, ciò che ci rende esseri umani, analizzando tre fotografie di me, attraverso tre punti di vista differenti: se nello “scheletro della mano” si mostra il “dentro e fuori” con due foto ravvicinate, nel “teschio” la radiografia si incastra perfettamente come continuazione del corpo, nella “cassa toracica”, l’immagine è sovrapposta mostrando ossa e pelle in un’unica figura trasparente. Tre modi diversi di raccontare chi siamo.

6. Frocifissione è un’idea quasi blasfema e per questo vogliamo sapere tutto    ciò che la riguarda. Hai avuto problemi nel far conoscere il progetto?

No, assolutamente, ma credo che questo sia dato dal fatto che i canali dove è stata esposta l’opera erano neutri e non ha avuto molta pubblicità. Nel 2010 per la Giornata Mondiale contro l’Omofobia era in mostra presso l’Università di Torino e nel 2012 a “Io Espongo”, rassegna per giovani emergenti. Qui ha preso 20 voti, rispetto alla prima classificata che ha passato il primo step di selezione con 40 voti. È stata già una vittoria! In generale, sui social l’opera è stata criticata e considerata, appunto, blasfema, ma da altri è stata apprezzata e capita. Era mio intento creare una immagine forte che arrivasse dritta al cuore senza usare giri di parole, che trasmettesse sgomento, fastidio o ammirazione in chi la vedesse. L’obiettivo era non lasciare indifferenti e provocare emozioni nell’osservatore. Ho più volte dichiarato: “La mia intenzione è di creare scalpore, colpire e creare shock visivo e mentale! La mia non è un’opera blasfema ma ha in sé qualcosa di più profondo. È una DENUNCIA! Denuncia nei confronti di una Chiesa che si fa portatrice di verità e della parola di Dio interpretando la Bibbia, che proclama Pace e Amore ma è ipocrita, omofoba e razzista. La messa in croce sta a significare la SOFFERENZA che le persone omosessuali hanno e subiscono ogni giorno da parte di uno Stato che nega i diritti civili e di una Chiesa che ci addita come “persone che devono guarire da una malattia”. “Still Alive” ovvero “sopravvivere”. Sopravvivere ai soprusi che vengono inflitti ogni giorno alle persone omosessuali. Io rappresento una donna/uomo in croce che, al contrario di Gesù che è morto per redimere e salvare l’umanità e che aveva Dio a proteggerlo, non ha niente. Sono solo una persona umana che lotta per avere ciò che gli spetta! E lo farò con ogni mezzo possibile!“.

Naturalmente, non ho avuto l’appoggio da parte delle associazioni LGBTI+ torinesi ma solo di alcuni singoli. Spesso i miei lavori non sono considerati dalla comunità di cui faccio parte. Non ho mai capito il motivo, visto che lavoriamo nella stessa direzione. Le mie opere sono molto più apprezzate e sostenuti da persone eterosessuali! Non a caso, la maggior parte dei miei progetti, sono stati esposti presso la Galleria del MAU – Museo di Arte Urbana con cui spesso collaboro e che ringrazio ogni volta per lo spazio e la fiducia che mi concede.

Vorrei riproporre Frocifissione in altri contesti e sono sicura che solleverebbe molte polemiche. In tal caso dovrei anche pensare alle eventuali conseguenze e magari avere un avvocato per tutelarmi da eventuali attacchi legali da parte della Chiesa o delle istituzioni. Avessi i soldi, probabilmente spingerei maggiormente l’opera e farei in modo che possa essere pubblicizzata, discussa e criticata. In ciò che faccio ci metto sempre la faccia e il nome. Sono visibile e questo, a differenza di altri artisti che lavorano con pseudonimi e non si espongono direttamente, mi porta ad affrontare i problemi in prima persona.

La fotografia è visibile al link: Frocifissione (https://www.alicearduino.com/frocifissione)

 

  1. Ora, tu non sei solo una fotografa che si occupa di violenza sulle donne, corpo e terremoti, bensì sei anche la straordinaria narratrice-scrittrice che c’è dietro il monumentale progetto Celebrate Yourself. Raccontaci di cosa si tratta.

Celebrate Yourself è il mio ultimo progetto, pensato e promosso nel 2017 e che vedrà l’esposizione di una mostra in una galleria a Torino nella primavera del 2018. Le interviste sono state pubblicate sulla rivista Pride Online che ha creduto nella mia idea e ha dato spazio alle storie. Ho voluto parlare e raccontare con interviste registrare, scritte e fotografie, le vite delle persone appartenenti alla comunità LGBTI+. Sentivo la necessità di narrare la realtà, di andare oltre le etichette quali “lesbica, gay, bisessuale, transessuale”, mostrando persone con i loro hobbies, passioni, valori e principi. Volevo che parlassero di sé, dei loro amori, della vita di coppia, dei figli, delle relazioni sociali positive e negative, di tutto ciò che sono e fanno ogni giorno. Insomma, ho voluto esaltare le loro qualità. Queste persone esistono, ma sono ancora poco accettate nella società. Nonostante l’avvento delle Unioni Civili in Italia, mancano ancora molti diritti e le persone LGBTI+ sono sempre considerate persone di serie B.

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Alcuni magnifici scatti del progetto “Celebrate Yourself”

Il progetto ha un duplice obiettivo: da una parte vuole aiutare chi ancora non ha fatto coming out ad uscire allo scoperto, a togliersi il tabù della vergogna e la paura di non essere accettato/a. Dall’altro, vuole sensibilizzare maggiormente le persone etero rispetto a questo mondo, perché gli/le intervistati/e sono normali, fanno sport, vanno a teatro, suonano uno strumento musicale, cantano, vanno al cinema, cucinano, lavorano, e poi sono anche omosessuali e transessuali. Questo, però, passa in secondo piano, perché il fatto che ti piaccia un uomo o una donna, i tuoi gusti sessuali, non deve essere una prerogativa di discriminazione o di una mancanza di rispetto verso gli altri. Chi ha partecipato al progetto ha “celebrato se stesso”, si è messo in gioco, ha parlato senza nascondersi. Ha compiuto un atto di coraggio, qualcosa di non scontato, visto che molte persone omosessuali, ancora oggi, non si sono dichiarate alle famiglie o sul posto di lavoro. A loro va la mia gratitudine e un ringraziamento per aver portato avanti questa lotta insieme a me.

Il progetto è visibile sul mio sito: Celebrate Yourself (https://www.alicearduino.com/celebrate-yourself)

  1. Oltre alle tante cose delle quali ti occupi, tu sei anche una grande attivista per i diritti delle persone LGBTI+ e ti esponi in prima persona per battaglie quali il femminismo inclusivo, la violenza di genere e i diritti civili: come e quando è cominciata la tua vita di attivista?

Non c’è stato un giorno esatto. Fin dall’asilo mi piacevano le ragazze ma ammetterlo a me stessa e al mondo è stato lungo e faticoso. Mi sono innamorata di un’amica ma la cosa non era corrisposta. Da quel momento in poi non ho più potuto negare la mia attrazione verso il sesso femminile. Sono sempre stata una ribelle e casinista. Ho sempre voluto essere libera da ogni imposizione sociale. Nel 2006 a Torino è nato l’Arcigay ed ho iniziato a militare nell’associazionismo. Sentivo il bisogno di relazionarmi con altre persone simili a me, avere un luogo sicuro dove potermi esprimere. Qui ho preso sicurezza, sono diventata responsabile del Gruppo Scuole e andavo nelle classi a parlare con i ragazzi/e di omosessualità, sia come formatrice sia portando la mia testimonianza diretta. Ho fatto il mio coming out al mondo all’età di 26 anni, durante il Pride Nazionale di Torino. La mia foto sul carro uscì sulla prima pagina della Stampa. Ero felice e orgogliosa. Mi piace la visibilità perché è uno strumento di lotta, oltre che di soddisfazione. Da allora ho deciso che non mi sarei mai più nascosta e avrei aiutato gli altri a fare lo stesso, dando l’esempio con le mie militanze e progetti. Avevo intorno a me amici che mi accettavano, l’ho detto ai genitori e ho continuato a farlo e a parlare di me a chiunque incontrassi, fregandomene del loro giudizio. In fondo, se non ti piaccio o hai problemi con i gay, è affar tuo, non mio. Io sto bene con me stessa e questo è ciò che conta.

  1. Siamo due grandi fans dello straordinario lavoro di Diana J. Torres, attivista pornoterrorista, queer e puro corpo politico: cosa ti piace di lei e cosa ti appassiona del suo lavoro?

Adoro Diana perché è convinta delle sue idee e non si ferma davanti a niente. È una provocatrice e il suo obiettivo non è solo quello di scioccare con le sue performance ma anche di far riflettere le persone sulle ipocrisie presenti nella nostra società. Sono consapevole che talvolta è necessario smuovere gli animi delle persone con immagini e gesti forti per farle uscire dal loro guscio e costringerle a vedere. È diventata il mio mito quando ho scoperto del suo assalto pornoterrorista nella Basilica di San Pietro. Un attacco diretto alla Chiesa facendo partire le registrazioni di orgasmi nella navata centrale, mettendo a disagio i presenti e i preti. Ha colpito al cuore coloro che per primi promuovono la castità ma usano il sesso di nascosto per violentare bambini e fare orge. Li ha messi in imbarazzo davanti a tutti. Ammiro chi attacca in modo deciso i poteri forti senza paura.

Molti dei miei pensieri sono gli stessi di Diana. In maniera diversa e più pacata rispetto a lei, rivedo il mio lavoro di attivista, i miei valori, principi e le mie lotte. Con mezzi e metodi diversi, entrambe combattiamo per ciò in cui crediamo con l’obiettivo di smuovere le coscienze dormienti.

(Gli articoli scritti da Alice sul magnifico lavoro di Diana J. Torres li potete trovare qui: https://talcoweb.com/2017/11/03/la-lotta-contro-il-sistema-il-pornoterrorismo-di-diana-j-torres/

e qui: https://talcoweb.com/2017/10/10/il-potere-della-vagina-nella-rivoluzione-sessuale-di-diana-j-torres/)

 

  1. Un pensiero, una citazione o un consiglio per la nuova generazione di lettori-lettrici-lett* che ci seguono?

Non abbiate timori. Imparate ad ascoltarvi e a guardarvi dentro, superate le vostre paure. È necessario affermare le nostre idee e sogni. Siamo la nuova generazione, siamo quella che getterà le basi per il cambiamento. Impariamo dalla storia, dalle lotte femministe e da coloro che hanno lasciato il segno. Mahatma Gandhi diceva:

Siate il cambiamento che vorreste vedere nel mondo.

Sono cresciuta con questo pensiero e lo applico ogni giorno nella mia vita.

Dopo tanto splendore, adesso la parola passa a voi. 🙂

 

CorpoGrafia

Quinto post del progetto “THIS BODY PROJECT”

Testo scritto da un grande meta-artista, Larsen Iceberg, un anno fa.
Ripropongo il testo in versione integrale, così potente, così appassionato, così crudele.
Leggete il testo… tanto corpo sprecato, abbruttito, deportato.

Le viscere dell'Iceberg

Uno

dieci

cento

mille

milioni

miliardi di corpi nudi ammassati.

Corpi morti, corpi abusati, corpi disegnati.

Ogni cm di carne.

Interi campi coltivati di pelle di ogni colore, tutto racchiuso in 142×72,5×8 millimetri.

Si ha un enciclopedia umana tra le dita.

Una volta per vedere questo massacro bisognava aspettare l’ora tarda, quando le tenebre calavano e l’indicibile trovava il posto nella nostra vita. Si accendeva una specie di lavatrice con lo schermo, ci si sintonizzava su canali lontani dai palinsesti diurni e luccicanti. Sembrava che quei canali sorgevano solo di notte, con la luce del sole sparivano. Come vampiri.

Oppure bisognava travestirsi, uscire in incognito per recarsi dal bagarino di carne nella tua zona. Ma era preferibile allontanarsi dal proprio territorio. Forse nemmeno la casa in cui si vive vuole vederci in quello stato.

Ma ora, nell’impero della psiconetica, nel regno della connessione la ricerca di corpi è quasi estinta.

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CORPO DISOBBEDIENTE

Quarto post del progetto “THIS BODY PROJECT

Disubbidire è un’arte.
Disubbidire alla Legge del Padre, allo Stato, a Dio (qualora esistesse davvero), alle regole sociali e culturali imposte al corpo che considerano solamente una biologia-logica-rappresentazione-esistenza binaria che non rappresenta che una parte di un tutto umano e che non tutela praticamente nessuna-o-*.
Esistono regole ormai per tutto, regole non scritte ma piazzate nel maledetto insconscio collettivo dal quale l’essere umano attinge pensieri, azioni e assetti quotidianamente senza neppure saperlo. Regole per come essere, per cosa sentire, per come stare, per come vivere il proprio corpo, per come pensare, per come reagire, per cosa volere. Regole scritte da un sistema etero-cis-patriarcale bianco, egemonico, spesso borghese ed accademico, occidentale.
Regole per come vivere e sentire ciò che nessuno di loro vive e sente.
Allora disubbidiamo e subito.

2

Disubbidiamo all’ignoranza, alla sottomissione, alla verità di altri che non parla per noi e mettiamo in atto chi siamo, cosa siamo e perché siamo, come funzioniamo, cosa vogliamo per noi stess*-e-i.
Disubbidiamo alla biologia, al genere, alla costruzione eteropatriarcale maschilista.
Disubbidiamo alle imposizioni che vogliono vagine liberate e non libere, falli sempre a disposizione e necessariamente penetrativi e performativi, corpi che devono incontrarsi sistematicamente solo per procreare o condividersi sempre allo stesso modo, come stabilito, attraverso metodi-pratiche normati e normativi.
Disubbidiamo alle regole che misurano e paragonano i genitali e che li pretendono conformi, tutti uguali al fine di poter essere definiti “normali” e viviamoci la libertà e la bellezza di essere differenti nelle labbra, nelle curve, negli incavi, nei centimetri, negli odori, nelle pratiche, nei desideri, nelle condivisioni, nelle passioni e nelle fantasie. Nulla dev’essere corretto, modificato, operato, migliorato, perché ogni corpo è perfetto di per sé quando chi lo abita si sente bene nel viverlo e sentirlo. Disubbidiamo ai canoni estetici che mortificano corpo.mente.emotività e cercano di renderci quei fottuti mostri che invece non siamo.
Disubbidiamo alla normatività vaginale-fallica-giovane-superdotata-depilata-possibilmente bianca ed in forma-capace di mantenere erezione-lubrificazione in eterno, al binarismo che non prevede altre narrazioni possibili che possano distaccarsi dalla solita storia di due generi-due sessi e null’altro.
Disubbidiamo per riprenderci i corpi, i generi, i non.generi, i sessi, la sessualità e la non-sessualità, le pratiche e le non-pratiche, gli orgasmi e i non-orgasmi; l’importante è che siano nostre scelte, che ci appartengano, che parlino di noi e di ciò che per noi è rappresentativo della nostra esistenza, della nostra volontà, della reale vita che portiamo avanti con forza e desiderio.
Disubbidiamo per viverci libere-i-*, per godere.venire.sentire.vivere.eiaculare.stare ed essere.
Disubbidiamo da adesso, completamente, per sempre.

 

Senza amore, con rabbia

Feminoska ha scritto un post memorabile. Un post sul corpo, sulla vulnerabilità del corpo, sull’impossibilità momentanea di vivere in un corpo integro. Ho pensato che questo post rappresenta una narrazione impossibile da ignorare, saltare, non leggere. Grazie a Feminoska che ha mi ha concesso la possibilità di ribloggarlo. Leggete, condividete, fatelo girare…

Terzo post-non mio ma di Feminoska, aka AnimAliena- per il “THIS BODY PROJECT”.

AnimALiena

Una delle meraviglie meno tenute da conto dalla maggior parte delle persone è quella di avere un corpo integro. Me ne accorgo quando esco di casa, lo vedo nella noncuranza con la quale chiunque, intorno a me, ne dispone – in modi che mi sono da molto tempo preclusi, e che trovo a volte insensatamente rischiosi.

Dall’inizio di maggio il mio corpo ha smesso di nuovo di funzionare, disabilitando una parte essenziale del nostro stare al mondo, quella del nutrirsi, e procurandomi dolori intensi mai provati prima. Ovviamente, come sempre succede quando si parla di me, non si è trattato di un episodio acuto e facilmente diagnosticabile, qualcosa da affrontare tramite un’operazione o una terapia pesante ma relativamente breve e soprattutto collaudata… ancora oggi, dopo tre mesi, non ho una risposta certa a quello che sto vivendo.

E’ cominciato in sordina, per diventare nel giro di qualche settimana un’ordalia che…

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CORPO CAPITALISTA

Secondo post per il progetto “THIS BODY PROJECT”

Due unici corpi normati e normativi servono allo scopo capitalista: quello del maschio e quello della femmina, nella loro peggiore visione e narrazione binaria. Il primo ha il pene, il secondo la vagina. Nessun’altra possibile narrazione è prevista nel sistema capitalista, non occorre, va bene così!
Il maschio dotato di pene rappresenta la forza lavoro a basso costo, sfruttato e sfruttabile fino alla vergogna e all’indecenza, servo che dice sempre di sì se vuole mantenere quella posizione che gli garantisce quattro soldi che non gli bastano mai e quello status quo infame da povero senza redenzione fra un contratto a tempo determinato e un altro che gli fanno desiderare sempre altro, che difficilmente arriverà, concedendogli una parvenza di “normalità“. Due soldi, un contratto indegno, ma almeno è qualcosa da mostrare a chi non ha neppure quelli.

La femmina dotata di vagina è schiava due volte, per cui non se la cava meglio: nel mondo del lavoro può sperare di strappare un contratto a condizioni ancora più infami di quelle di lui e si trova sempre al di sotto di quel fottutissimo soffitto di cristallo, il quale è infrangibile. In casa è invece schiava dei lavori domestici e di cura, mai nemmeno considerati come tali, che le strappano via non solo il poco tempo che le rimane per prendersi cura di se stessa, ma che le distruggono energie e gioie. Due lavori, due tipi diversi di sottomissione del corpo e dell’energia fisica, mentale, emotiva. Due lavori, uno vergognosamente sottopagato (quando c’è), l’altro non considerato come tale e non riconosciuto come sforzo, dedizione, attività fuori da sé. I lavori domestici, il lavoro di cura e di crescita dei figli sono “naturalizzati” come femminili e, in quanto “naturali”, non è necessario pagarli, riconoscerli, viverli come possibili attività praticabili sia da uomini che da donne.

Il corpo portato allo stremo, la mente alienata, i sogni infranti: questo scriveva Marx molte decadi fa ne Il Capitale riguardo al lavoro, ma nulla sembra essere cambiato, se non per pochi-e fortunati-e e soprattutto non in questo Paese. Zero tutela, zero rispetto per chi lavora, zero possibilità di raggiungere i propri obiettivi, zero opportunità di poter vivere decorosamente con il denaro guadagnato con il sudore della fronte.
Sotto questo sistema capitalista, tutte-i-* perdiamo. Non solo non vi è alcun ricoscimento dei diritti del lavoratore e della lavoratrice, per non parlare de* lavorator* che rappresentano e vivono vite ed esperienze non binarie-non normative e non normate, che nemmeno esistono agli occhi della società capitalista o, se esistono, a parte rare eccezioni, rimangono ai margini.

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Karl Marx, padre de “Il Capitale”

Quello che risulta chiaro è che un sistema che schiavizza il proprio popolo e lo mantiene in uno stato di schiavitù in cui l’asticella si alza sempre di più fino a raggiungere l’impossibile da accettare, è un sistema inumano. Ed è quello che si vuole raggiungere. Il lavoro è potere, il denaro da esso creato è potere, il corpo che genera lavoro è potere, e di questi tre poteri siamo derubate-i-* ogni giorno, costantemente. Non esiste più la meritocrazia, il guadagno in base allo sforzo, ma forse non è mai esistito e questa è una buona favola della buonanotte che ci è stata raccontata per farci sognare cose belle e cullarci prima di chiudere gli occhi.
Senza lavoro non esiste guadagno, non esiste potere, non esiste libertà di azione. Vivere i nostri giorni sulla soglia della sopravvivenza ci rende impauriti-e-*, e quindi pront*-e-i ad accettare qualunque condizione, anche quella della disumanità. Senza denaro, in un sistema capitalista come questo, significa non poter accedere alla sanità, all’educazione, alla possibilità di vedere le proprie prime necessità garantite. In un sistema capitalista come questo senza denaro non c’è scelta di vita e di libertà e spesso si rimane a subire le peggiori atrocità perché non c’è altra via. Il denaro compra alcuni tipi di libertà, come quella di affittare un’altra casa e liberarsi di una relazione abusiva, come quella di cambiare lavoro, come quella di ricominciare un’altra vita da soli-e-*, come quella di avere accesso alle migliori cure in caso di malattia e di una migliore educazione per avanzare negli studi.

Un sistema capitalista come questo distrugge il corpo sociale, il corpo mentale, il corpo animico, il corpo fisico, e mantiene ogni persona nel ruolo che LUI ha stabilito per potersi assicurare lunga vita, probabilmente eterna.
Virginia Woolf scrisse un magnifico trattato sulla libertà femminile che augurava a tutte le generazioni future, Una stanza tutta per sé, nella quale ogni donna avrebbe avuto uno spazio per sé per scrivere, riflettere, crescere come essere umano e comprendere se stessa. Peccato che nessuna penna abbia mai scritto Un lavoro tutto per sé, perché come c’era scritto ironicamente all’entrata del lager più famoso di tutti i tempi… Il lavoro rende liberi. Era vero un tempo? Potrebbe esserlo oggi, cambiando completamente dinamiche di potere.

Il corpo capitalista è sempre un corpo in perdita.