ALICE ARDUINO: ATTIVISMO, PASSIONE E ARTE SOVVERSIVA

L’onestà intellettuale prima di tutto… Alice Arduino, fotografa-blogger-scrittrice-fotoreporter-attivista-artista-intellettuale sovversiva e grandissima donna combattente, è una mia amica. Ho pensato di intervistarla per il progetto “THIS BODY PROJECT” perché se c’è una persona che ama il corpo, lo ritrae e lo narra con passione, senza tabù e con incredibile onestà e tenerezza, quella è proprio Alice. Lo scrivo con chiarezza, il fatto che siamo amiche, perché sono di parte, perché adoro il lavoro di Alice, lo seguo con dedizione e cerco di promuoverlo in ogni dove e in ogni quando. Quindi, fatta la premessa onesta, vi presento Alice Arduino in tutto il suo splendore. Eccola per la prima volta su TheQWord, per il “THIS BODY PROJECT”.

  1. Ciao Alice, benvenuta su TheQWord! Per cominciare con il piede giusto… parlaci un po’ di te (chi sei, di cosa ti occupi…).

Mi chiamo Alice e sono una fotografa che si occupa di immagini sportive e di eventi. Da sempre militante e attivista, realizzo progetti a sfondo sociale occupandomi di temi sensibili, quali l’ambito LGBTI+, stereotipi sul genere, violenza sulle donne o catastrofi naturali, come il reportage sul terremoto che ha colpito l’Aquila nel 2009.

Il mio lavoro però, non si limita solo alla fotografia, mezzo con cui esprimo le mie azioni militanti. Realizzo anche opere artistiche con quadri ad olio in stile surrealista o di stampo fumettistico, ambito in cui esprimo me stessa in forme diverse e fantasiose. Ho un blog chiamato Talco Web (https://talcoweb.com/) in cui recensisco principalmente libri, films e serie tv che meritano attenzione per i temi trattati, diffondendo conoscenza e informazione su ciò che è già stato realizzato.

  1. Guardando i tuoi progetti fotografici ho notato che i tuoi scatti sono molto collegati alla questione del corpo: qual è la tua relazione con il tuo corpo e con il corpo dell’Altro?

Io ho un buon rapporto con il mio corpo. Mi piaccio e spesso lo uso nelle mie opere fotografiche. È anche più facile perché su di me posso sperimentare e decidere cosa voler rappresentare. Parto da un’analisi di me stessa per parlare anche degli altri. I miei pensieri e le mie riflessioni possono essere le stesse che ha un’altra donna o un uomo. I miei progetti devono far riflettere chi osserva. Lo spettatore non deve mai essere passivo, ma coinvolto in prima persona quando osserva una mia fotografia.

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Alice Arduino
  1. Come nascono i tuoi progetti fotografici?

Nascono dalla voglia di raccontare delle storie, di voler narrare qualcosa, pongono domande, offrono risposte ma allo stesso tempo possono essere interpretati in più modi da chi osserva. Sono aperta ad analizzare qualsiasi tema, ogni cosa che catturi la mia attenzione e che, secondo me, necessita di essere sviluppato più a fondo. Nei miei progetti c’è sempre il mio punto di vista, la mia visione, l’espressione dei miei valori e principi che però non tolgono una interpretazione più ampia del tema trattato.

  1. Hai voglia di parlarci del tuo progetto “Drag King- Uno sguardo sui generi?”

Il progetto nasce per caso, in poche ore, ed è stato realizzato in una giornata. Ero venuta a conoscenza di un laboratorio organizzato a Torino da un collettivo femminista chiamato Sguardi sui Generis e ho voluto analizzare la figura femminile e le sue trasformazioni da donna a uomo, attraverso il gioco dei Drag Kings, trattando gli stereotipi sulla figura femminile, sul modo di vestirsi, di comportarsi e di interpretare il ruolo maschio-femmina. Non avevo una idea chiara di come svilupparlo, ho semplicemente voluto narrare il corpo e le sue trasformazioni in più fasi dall’inizio alla fine della vestizione. Da qui, l’idea di rappresentare quattro immagini in sequenza che narrassero il passaggio. Ad ogni ragazza è stato chiesto di rappresentare una postura che secondo lei fosse “femminile” e successivamente “maschile”, prima con abiti prettamente femminili, dopo con indosso vestiti tipici maschili. Ognuna ha espresso il suo punto di vista in modo molto personale, evidenziando come il genere uomo/ donna è, effettivamente, una costruzione sociale. Il modo di vestire può etichettare una persona, incanalandola dentro quegli stereotipi uomo/donna che la società tanto ama. Ho voluto realizzare delle immagini che portassero alla riflessione di ciò che siamo e rappresentiamo. Il discorso è legato alla figura femminile più soggetta a critiche, qualora non rientrasse nei canoni prestabiliti (capelli lunghi, composta, educata, sensuale etc…) ma lo stesso ragionamento può essere allargato anche alla figura maschile, spesso intrappolata negli stereotipi di uomo forte e macho. Alcune foto realizzate sono state pubblicate nel libro in Il Re Nudo. Per un archivio Drag King in Italia, a cura di Michela Baldo, Rachele Borghi, Olivia Fiorilli (https://www.libreriauniversitaria.it/re-nudo-archivio-drag-king/libro/9788846738271), e nel 2013 è stata fatta una presentazione del libro ed esposizione delle opere presso la Libreria Feltrinelli di Torino.

Potete vedere le immagini del progetto al link: Drag King: uno sguardo sui generi (https://www.alicearduino.com/drag-king)

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Uno scatto dal progetto “Drag King: uno sguardo sui generi”
  1. Ho trovato straordinari gli scatti che danno corpo a Jacket & Naked e Raggi X, da cosa sono stati ispirati?

Jacked & Naked (2016) (https://www.alicearduino.com/jacket-and-nacked e Raggi X (2014) (https://www.alicearduino.com/raggi-x), sono stati realizzati per una riflessione sul corpo femminile. Il primo è una ricerca dentro se stessi, un progetto che nasce con l’intento di analizzare il corpo e l’inconscio attraverso foto artistiche, volto ad analizzare qualcosa di reale e tangibile come il corpo, ma anche astratto, non visibile, come l’anima. I graffi, le immagini corrose e lo sfuocato nelle foto esprimono le ferite che ognuno di noi ha sulla pelle e nell’inconscio. L’unione di due elementi che coesistono dentro di noi e si mischiano ogni giorno nella vita quotidiana, attraverso autoscatti che vogliono esaltare le curve del corpo femminile senza essere esplicite.

Il secondo, invece, analizza l’interno, lo scheletro, le ossa, ciò che ci rende esseri umani, analizzando tre fotografie di me, attraverso tre punti di vista differenti: se nello “scheletro della mano” si mostra il “dentro e fuori” con due foto ravvicinate, nel “teschio” la radiografia si incastra perfettamente come continuazione del corpo, nella “cassa toracica”, l’immagine è sovrapposta mostrando ossa e pelle in un’unica figura trasparente. Tre modi diversi di raccontare chi siamo.

6. Frocifissione è un’idea quasi blasfema e per questo vogliamo sapere tutto    ciò che la riguarda. Hai avuto problemi nel far conoscere il progetto?

No, assolutamente, ma credo che questo sia dato dal fatto che i canali dove è stata esposta l’opera erano neutri e non ha avuto molta pubblicità. Nel 2010 per la Giornata Mondiale contro l’Omofobia era in mostra presso l’Università di Torino e nel 2012 a “Io Espongo”, rassegna per giovani emergenti. Qui ha preso 20 voti, rispetto alla prima classificata che ha passato il primo step di selezione con 40 voti. È stata già una vittoria! In generale, sui social l’opera è stata criticata e considerata, appunto, blasfema, ma da altri è stata apprezzata e capita. Era mio intento creare una immagine forte che arrivasse dritta al cuore senza usare giri di parole, che trasmettesse sgomento, fastidio o ammirazione in chi la vedesse. L’obiettivo era non lasciare indifferenti e provocare emozioni nell’osservatore. Ho più volte dichiarato: “La mia intenzione è di creare scalpore, colpire e creare shock visivo e mentale! La mia non è un’opera blasfema ma ha in sé qualcosa di più profondo. È una DENUNCIA! Denuncia nei confronti di una Chiesa che si fa portatrice di verità e della parola di Dio interpretando la Bibbia, che proclama Pace e Amore ma è ipocrita, omofoba e razzista. La messa in croce sta a significare la SOFFERENZA che le persone omosessuali hanno e subiscono ogni giorno da parte di uno Stato che nega i diritti civili e di una Chiesa che ci addita come “persone che devono guarire da una malattia”. “Still Alive” ovvero “sopravvivere”. Sopravvivere ai soprusi che vengono inflitti ogni giorno alle persone omosessuali. Io rappresento una donna/uomo in croce che, al contrario di Gesù che è morto per redimere e salvare l’umanità e che aveva Dio a proteggerlo, non ha niente. Sono solo una persona umana che lotta per avere ciò che gli spetta! E lo farò con ogni mezzo possibile!“.

Naturalmente, non ho avuto l’appoggio da parte delle associazioni LGBTI+ torinesi ma solo di alcuni singoli. Spesso i miei lavori non sono considerati dalla comunità di cui faccio parte. Non ho mai capito il motivo, visto che lavoriamo nella stessa direzione. Le mie opere sono molto più apprezzate e sostenuti da persone eterosessuali! Non a caso, la maggior parte dei miei progetti, sono stati esposti presso la Galleria del MAU – Museo di Arte Urbana con cui spesso collaboro e che ringrazio ogni volta per lo spazio e la fiducia che mi concede.

Vorrei riproporre Frocifissione in altri contesti e sono sicura che solleverebbe molte polemiche. In tal caso dovrei anche pensare alle eventuali conseguenze e magari avere un avvocato per tutelarmi da eventuali attacchi legali da parte della Chiesa o delle istituzioni. Avessi i soldi, probabilmente spingerei maggiormente l’opera e farei in modo che possa essere pubblicizzata, discussa e criticata. In ciò che faccio ci metto sempre la faccia e il nome. Sono visibile e questo, a differenza di altri artisti che lavorano con pseudonimi e non si espongono direttamente, mi porta ad affrontare i problemi in prima persona.

La fotografia è visibile al link: Frocifissione (https://www.alicearduino.com/frocifissione)

 

  1. Ora, tu non sei solo una fotografa che si occupa di violenza sulle donne, corpo e terremoti, bensì sei anche la straordinaria narratrice-scrittrice che c’è dietro il monumentale progetto Celebrate Yourself. Raccontaci di cosa si tratta.

Celebrate Yourself è il mio ultimo progetto, pensato e promosso nel 2017 e che vedrà l’esposizione di una mostra in una galleria a Torino nella primavera del 2018. Le interviste sono state pubblicate sulla rivista Pride Online che ha creduto nella mia idea e ha dato spazio alle storie. Ho voluto parlare e raccontare con interviste registrare, scritte e fotografie, le vite delle persone appartenenti alla comunità LGBTI+. Sentivo la necessità di narrare la realtà, di andare oltre le etichette quali “lesbica, gay, bisessuale, transessuale”, mostrando persone con i loro hobbies, passioni, valori e principi. Volevo che parlassero di sé, dei loro amori, della vita di coppia, dei figli, delle relazioni sociali positive e negative, di tutto ciò che sono e fanno ogni giorno. Insomma, ho voluto esaltare le loro qualità. Queste persone esistono, ma sono ancora poco accettate nella società. Nonostante l’avvento delle Unioni Civili in Italia, mancano ancora molti diritti e le persone LGBTI+ sono sempre considerate persone di serie B.

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Alcuni magnifici scatti del progetto “Celebrate Yourself”

Il progetto ha un duplice obiettivo: da una parte vuole aiutare chi ancora non ha fatto coming out ad uscire allo scoperto, a togliersi il tabù della vergogna e la paura di non essere accettato/a. Dall’altro, vuole sensibilizzare maggiormente le persone etero rispetto a questo mondo, perché gli/le intervistati/e sono normali, fanno sport, vanno a teatro, suonano uno strumento musicale, cantano, vanno al cinema, cucinano, lavorano, e poi sono anche omosessuali e transessuali. Questo, però, passa in secondo piano, perché il fatto che ti piaccia un uomo o una donna, i tuoi gusti sessuali, non deve essere una prerogativa di discriminazione o di una mancanza di rispetto verso gli altri. Chi ha partecipato al progetto ha “celebrato se stesso”, si è messo in gioco, ha parlato senza nascondersi. Ha compiuto un atto di coraggio, qualcosa di non scontato, visto che molte persone omosessuali, ancora oggi, non si sono dichiarate alle famiglie o sul posto di lavoro. A loro va la mia gratitudine e un ringraziamento per aver portato avanti questa lotta insieme a me.

Il progetto è visibile sul mio sito: Celebrate Yourself (https://www.alicearduino.com/celebrate-yourself)

  1. Oltre alle tante cose delle quali ti occupi, tu sei anche una grande attivista per i diritti delle persone LGBTI+ e ti esponi in prima persona per battaglie quali il femminismo inclusivo, la violenza di genere e i diritti civili: come e quando è cominciata la tua vita di attivista?

Non c’è stato un giorno esatto. Fin dall’asilo mi piacevano le ragazze ma ammetterlo a me stessa e al mondo è stato lungo e faticoso. Mi sono innamorata di un’amica ma la cosa non era corrisposta. Da quel momento in poi non ho più potuto negare la mia attrazione verso il sesso femminile. Sono sempre stata una ribelle e casinista. Ho sempre voluto essere libera da ogni imposizione sociale. Nel 2006 a Torino è nato l’Arcigay ed ho iniziato a militare nell’associazionismo. Sentivo il bisogno di relazionarmi con altre persone simili a me, avere un luogo sicuro dove potermi esprimere. Qui ho preso sicurezza, sono diventata responsabile del Gruppo Scuole e andavo nelle classi a parlare con i ragazzi/e di omosessualità, sia come formatrice sia portando la mia testimonianza diretta. Ho fatto il mio coming out al mondo all’età di 26 anni, durante il Pride Nazionale di Torino. La mia foto sul carro uscì sulla prima pagina della Stampa. Ero felice e orgogliosa. Mi piace la visibilità perché è uno strumento di lotta, oltre che di soddisfazione. Da allora ho deciso che non mi sarei mai più nascosta e avrei aiutato gli altri a fare lo stesso, dando l’esempio con le mie militanze e progetti. Avevo intorno a me amici che mi accettavano, l’ho detto ai genitori e ho continuato a farlo e a parlare di me a chiunque incontrassi, fregandomene del loro giudizio. In fondo, se non ti piaccio o hai problemi con i gay, è affar tuo, non mio. Io sto bene con me stessa e questo è ciò che conta.

  1. Siamo due grandi fans dello straordinario lavoro di Diana J. Torres, attivista pornoterrorista, queer e puro corpo politico: cosa ti piace di lei e cosa ti appassiona del suo lavoro?

Adoro Diana perché è convinta delle sue idee e non si ferma davanti a niente. È una provocatrice e il suo obiettivo non è solo quello di scioccare con le sue performance ma anche di far riflettere le persone sulle ipocrisie presenti nella nostra società. Sono consapevole che talvolta è necessario smuovere gli animi delle persone con immagini e gesti forti per farle uscire dal loro guscio e costringerle a vedere. È diventata il mio mito quando ho scoperto del suo assalto pornoterrorista nella Basilica di San Pietro. Un attacco diretto alla Chiesa facendo partire le registrazioni di orgasmi nella navata centrale, mettendo a disagio i presenti e i preti. Ha colpito al cuore coloro che per primi promuovono la castità ma usano il sesso di nascosto per violentare bambini e fare orge. Li ha messi in imbarazzo davanti a tutti. Ammiro chi attacca in modo deciso i poteri forti senza paura.

Molti dei miei pensieri sono gli stessi di Diana. In maniera diversa e più pacata rispetto a lei, rivedo il mio lavoro di attivista, i miei valori, principi e le mie lotte. Con mezzi e metodi diversi, entrambe combattiamo per ciò in cui crediamo con l’obiettivo di smuovere le coscienze dormienti.

(Gli articoli scritti da Alice sul magnifico lavoro di Diana J. Torres li potete trovare qui: https://talcoweb.com/2017/11/03/la-lotta-contro-il-sistema-il-pornoterrorismo-di-diana-j-torres/

e qui: https://talcoweb.com/2017/10/10/il-potere-della-vagina-nella-rivoluzione-sessuale-di-diana-j-torres/)

 

  1. Un pensiero, una citazione o un consiglio per la nuova generazione di lettori-lettrici-lett* che ci seguono?

Non abbiate timori. Imparate ad ascoltarvi e a guardarvi dentro, superate le vostre paure. È necessario affermare le nostre idee e sogni. Siamo la nuova generazione, siamo quella che getterà le basi per il cambiamento. Impariamo dalla storia, dalle lotte femministe e da coloro che hanno lasciato il segno. Mahatma Gandhi diceva:

Siate il cambiamento che vorreste vedere nel mondo.

Sono cresciuta con questo pensiero e lo applico ogni giorno nella mia vita.

Dopo tanto splendore, adesso la parola passa a voi. 🙂

 

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CorpoGrafia

Quinto post del progetto “THIS BODY PROJECT”

Testo scritto da un grande meta-artista, Larsen Iceberg, un anno fa.
Ripropongo il testo in versione integrale, così potente, così appassionato, così crudele.
Leggete il testo… tanto corpo sprecato, abbruttito, deportato.

Le viscere dell'Iceberg

Uno

dieci

cento

mille

milioni

miliardi di corpi nudi ammassati.

Corpi morti, corpi abusati, corpi disegnati.

Ogni cm di carne.

Interi campi coltivati di pelle di ogni colore, tutto racchiuso in 142×72,5×8 millimetri.

Si ha un enciclopedia umana tra le dita.

Una volta per vedere questo massacro bisognava aspettare l’ora tarda, quando le tenebre calavano e l’indicibile trovava il posto nella nostra vita. Si accendeva una specie di lavatrice con lo schermo, ci si sintonizzava su canali lontani dai palinsesti diurni e luccicanti. Sembrava che quei canali sorgevano solo di notte, con la luce del sole sparivano. Come vampiri.

Oppure bisognava travestirsi, uscire in incognito per recarsi dal bagarino di carne nella tua zona. Ma era preferibile allontanarsi dal proprio territorio. Forse nemmeno la casa in cui si vive vuole vederci in quello stato.

Ma ora, nell’impero della psiconetica, nel regno della connessione la ricerca di corpi è quasi estinta.

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CORPO DISOBBEDIENTE

Quarto post del progetto “THIS BODY PROJECT

Disubbidire è un’arte.
Disubbidire alla Legge del Padre, allo Stato, a Dio (qualora esistesse davvero), alle regole sociali e culturali imposte al corpo che considerano solamente una biologia-logica-rappresentazione-esistenza binaria che non rappresenta che una parte di un tutto umano e che non tutela praticamente nessuna-o-*.
Esistono regole ormai per tutto, regole non scritte ma piazzate nel maledetto insconscio collettivo dal quale l’essere umano attinge pensieri, azioni e assetti quotidianamente senza neppure saperlo. Regole per come essere, per cosa sentire, per come stare, per come vivere il proprio corpo, per come pensare, per come reagire, per cosa volere. Regole scritte da un sistema etero-cis-patriarcale bianco, egemonico, spesso borghese ed accademico, occidentale.
Regole per come vivere e sentire ciò che nessuno di loro vive e sente.
Allora disubbidiamo e subito.

2

Disubbidiamo all’ignoranza, alla sottomissione, alla verità di altri che non parla per noi e mettiamo in atto chi siamo, cosa siamo e perché siamo, come funzioniamo, cosa vogliamo per noi stess*-e-i.
Disubbidiamo alla biologia, al genere, alla costruzione eteropatriarcale maschilista.
Disubbidiamo alle imposizioni che vogliono vagine liberate e non libere, falli sempre a disposizione e necessariamente penetrativi e performativi, corpi che devono incontrarsi sistematicamente solo per procreare o condividersi sempre allo stesso modo, come stabilito, attraverso metodi-pratiche normati e normativi.
Disubbidiamo alle regole che misurano e paragonano i genitali e che li pretendono conformi, tutti uguali al fine di poter essere definiti “normali” e viviamoci la libertà e la bellezza di essere differenti nelle labbra, nelle curve, negli incavi, nei centimetri, negli odori, nelle pratiche, nei desideri, nelle condivisioni, nelle passioni e nelle fantasie. Nulla dev’essere corretto, modificato, operato, migliorato, perché ogni corpo è perfetto di per sé quando chi lo abita si sente bene nel viverlo e sentirlo. Disubbidiamo ai canoni estetici che mortificano corpo.mente.emotività e cercano di renderci quei fottuti mostri che invece non siamo.
Disubbidiamo alla normatività vaginale-fallica-giovane-superdotata-depilata-possibilmente bianca ed in forma-capace di mantenere erezione-lubrificazione in eterno, al binarismo che non prevede altre narrazioni possibili che possano distaccarsi dalla solita storia di due generi-due sessi e null’altro.
Disubbidiamo per riprenderci i corpi, i generi, i non.generi, i sessi, la sessualità e la non-sessualità, le pratiche e le non-pratiche, gli orgasmi e i non-orgasmi; l’importante è che siano nostre scelte, che ci appartengano, che parlino di noi e di ciò che per noi è rappresentativo della nostra esistenza, della nostra volontà, della reale vita che portiamo avanti con forza e desiderio.
Disubbidiamo per viverci libere-i-*, per godere.venire.sentire.vivere.eiaculare.stare ed essere.
Disubbidiamo da adesso, completamente, per sempre.

 

Senza amore, con rabbia

Feminoska ha scritto un post memorabile. Un post sul corpo, sulla vulnerabilità del corpo, sull’impossibilità momentanea di vivere in un corpo integro. Ho pensato che questo post rappresenta una narrazione impossibile da ignorare, saltare, non leggere. Grazie a Feminoska che ha mi ha concesso la possibilità di ribloggarlo. Leggete, condividete, fatelo girare…

Terzo post-non mio ma di Feminoska, aka AnimAliena- per il “THIS BODY PROJECT”.

AnimALiena

Una delle meraviglie meno tenute da conto dalla maggior parte delle persone è quella di avere un corpo integro. Me ne accorgo quando esco di casa, lo vedo nella noncuranza con la quale chiunque, intorno a me, ne dispone – in modi che mi sono da molto tempo preclusi, e che trovo a volte insensatamente rischiosi.

Dall’inizio di maggio il mio corpo ha smesso di nuovo di funzionare, disabilitando una parte essenziale del nostro stare al mondo, quella del nutrirsi, e procurandomi dolori intensi mai provati prima. Ovviamente, come sempre succede quando si parla di me, non si è trattato di un episodio acuto e facilmente diagnosticabile, qualcosa da affrontare tramite un’operazione o una terapia pesante ma relativamente breve e soprattutto collaudata… ancora oggi, dopo tre mesi, non ho una risposta certa a quello che sto vivendo.

E’ cominciato in sordina, per diventare nel giro di qualche settimana un’ordalia che…

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CORPO CAPITALISTA

Secondo post per il progetto “THIS BODY PROJECT”

Due unici corpi normati e normativi servono allo scopo capitalista: quello del maschio e quello della femmina, nella loro peggiore visione e narrazione binaria. Il primo ha il pene, il secondo la vagina. Nessun’altra possibile narrazione è prevista nel sistema capitalista, non occorre, va bene così!
Il maschio dotato di pene rappresenta la forza lavoro a basso costo, sfruttato e sfruttabile fino alla vergogna e all’indecenza, servo che dice sempre di sì se vuole mantenere quella posizione che gli garantisce quattro soldi che non gli bastano mai e quello status quo infame da povero senza redenzione fra un contratto a tempo determinato e un altro che gli fanno desiderare sempre altro, che difficilmente arriverà, concedendogli una parvenza di “normalità“. Due soldi, un contratto indegno, ma almeno è qualcosa da mostrare a chi non ha neppure quelli.

La femmina dotata di vagina è schiava due volte, per cui non se la cava meglio: nel mondo del lavoro può sperare di strappare un contratto a condizioni ancora più infami di quelle di lui e si trova sempre al di sotto di quel fottutissimo soffitto di cristallo, il quale è infrangibile. In casa è invece schiava dei lavori domestici e di cura, mai nemmeno considerati come tali, che le strappano via non solo il poco tempo che le rimane per prendersi cura di se stessa, ma che le distruggono energie e gioie. Due lavori, due tipi diversi di sottomissione del corpo e dell’energia fisica, mentale, emotiva. Due lavori, uno vergognosamente sottopagato (quando c’è), l’altro non considerato come tale e non riconosciuto come sforzo, dedizione, attività fuori da sé. I lavori domestici, il lavoro di cura e di crescita dei figli sono “naturalizzati” come femminili e, in quanto “naturali”, non è necessario pagarli, riconoscerli, viverli come possibili attività praticabili sia da uomini che da donne.

Il corpo portato allo stremo, la mente alienata, i sogni infranti: questo scriveva Marx molte decadi fa ne Il Capitale riguardo al lavoro, ma nulla sembra essere cambiato, se non per pochi-e fortunati-e e soprattutto non in questo Paese. Zero tutela, zero rispetto per chi lavora, zero possibilità di raggiungere i propri obiettivi, zero opportunità di poter vivere decorosamente con il denaro guadagnato con il sudore della fronte.
Sotto questo sistema capitalista, tutte-i-* perdiamo. Non solo non vi è alcun ricoscimento dei diritti del lavoratore e della lavoratrice, per non parlare de* lavorator* che rappresentano e vivono vite ed esperienze non binarie-non normative e non normate, che nemmeno esistono agli occhi della società capitalista o, se esistono, a parte rare eccezioni, rimangono ai margini.

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Karl Marx, padre de “Il Capitale”

Quello che risulta chiaro è che un sistema che schiavizza il proprio popolo e lo mantiene in uno stato di schiavitù in cui l’asticella si alza sempre di più fino a raggiungere l’impossibile da accettare, è un sistema inumano. Ed è quello che si vuole raggiungere. Il lavoro è potere, il denaro da esso creato è potere, il corpo che genera lavoro è potere, e di questi tre poteri siamo derubate-i-* ogni giorno, costantemente. Non esiste più la meritocrazia, il guadagno in base allo sforzo, ma forse non è mai esistito e questa è una buona favola della buonanotte che ci è stata raccontata per farci sognare cose belle e cullarci prima di chiudere gli occhi.
Senza lavoro non esiste guadagno, non esiste potere, non esiste libertà di azione. Vivere i nostri giorni sulla soglia della sopravvivenza ci rende impauriti-e-*, e quindi pront*-e-i ad accettare qualunque condizione, anche quella della disumanità. Senza denaro, in un sistema capitalista come questo, significa non poter accedere alla sanità, all’educazione, alla possibilità di vedere le proprie prime necessità garantite. In un sistema capitalista come questo senza denaro non c’è scelta di vita e di libertà e spesso si rimane a subire le peggiori atrocità perché non c’è altra via. Il denaro compra alcuni tipi di libertà, come quella di affittare un’altra casa e liberarsi di una relazione abusiva, come quella di cambiare lavoro, come quella di ricominciare un’altra vita da soli-e-*, come quella di avere accesso alle migliori cure in caso di malattia e di una migliore educazione per avanzare negli studi.

Un sistema capitalista come questo distrugge il corpo sociale, il corpo mentale, il corpo animico, il corpo fisico, e mantiene ogni persona nel ruolo che LUI ha stabilito per potersi assicurare lunga vita, probabilmente eterna.
Virginia Woolf scrisse un magnifico trattato sulla libertà femminile che augurava a tutte le generazioni future, Una stanza tutta per sé, nella quale ogni donna avrebbe avuto uno spazio per sé per scrivere, riflettere, crescere come essere umano e comprendere se stessa. Peccato che nessuna penna abbia mai scritto Un lavoro tutto per sé, perché come c’era scritto ironicamente all’entrata del lager più famoso di tutti i tempi… Il lavoro rende liberi. Era vero un tempo? Potrebbe esserlo oggi, cambiando completamente dinamiche di potere.

Il corpo capitalista è sempre un corpo in perdita.

CORPO ESPULSIVO

Il testo fa riferimento al corpo della donna biologica o che ha subito un’operazione di riassegnazione del sesso, non per discriminare alcuna altra narrazione vivente, ma semplicemente perché nel testo si fa riferimento a precise dinamiche e condizioni fisiche e biologiche.

Un corpo che accoglie, quello della donna. Anche quando non vuole.
Un corpo che accoglie, per poi donare dal nulla, figl* al mondo.
Un corpo che accoglie la sessualità dell’Altro. Anche quando non vuole.
Un corpo che accoglie testimonianze, lamentele, abbracci e baci non richiesti, genitali non suoi e non voluti, parole a fiume dentro le orecchie spinteci a forza. Anche quando non vuole.
Un corpo che usa un linguaggio comprensibile, feroce nell’immediatezza, eppure costantemente frainteso, rimasto inascoltato, riempito di ogni sovradeterminazione possibile.

L’accoglienza è donna, questo potrebbe essere un aforisma, se non fosse già uno stereotipo misogino, eteropatriarcale e non corrispondente al vero.
Il lavoro di cura è quasi ed esclusivamente svolto globalmente dalle donne, anche se negli ultimi anni si è notata un’apertura nei confronti di una accettazione degli uomini (biologici e non) in questo ambito. Per fortuna, ce n’era un gran bisogno!

Sono una bio-donna e nella vita sono stata obbligata a farmi carico di: lavori domestici, lamentele varie ed eventuali da parte di ogni tipo di persona, confidenze non richieste, carezze.baci.abbracci.palpeggiamenti non graditi e non richiesti ma che l’Altro si sentiva autorizzato magnanimamente a dispensare senza chiedermi il consenso e solo perché gli andava, pratiche sessuali di accoglienza quando non mi corrispondevano in momenti di sessualità improbabile, parenti.amiche.amici.partners.sconosciuti che si sentivano male o non erano in condizione di prendersi cura di se stess*, ed una lunga lista di eccetera.

Si è sempre dato per scontato che il corpo della donna sia nato per accogliere, per ricevere.
Viviamo in una società basata e tarata su questo concetto: l’accoglienza-ricezione della donna, fra l’altro con una certa passività che non scandalizza più nessun*, donne comprese.
L’elenco delle azioni che misurano il grado di passività sono davanti agli occhi di tutt*, e proprio perché sono così evidenti, divengono impossibili da riconoscere.
In ordine sparso: posizioni sessuali (missionario e a 90°, sesso orale e anale in modalità di ricezione fa le pratiche sessuali più diffuse e conosciute di sempre); posizioni e strumenti imposti durante le visite mediche (ginecologiche in primis) e posizioni imposte durante il travaglio ed il parto.

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Foto di Ramona Zordini

Credo ci sia stato, e ci sia ancora oggi, un tremendo malinteso che riguarda il corpo della donna. Questo malinteso si è dato probabilmente da una mera lettura del numero di orifizi capaci di accogliere il corpo dell’Altro e non sulla lettura di ciò che il corpo della donna fa costantemente, ovvero espellere. Mi riferisco ai liquidi, signore e signori.
Il corpo di un uomo espelle lacrime, urina, feci, liquido seminale e prostatico. Il corpo di una donna espelle lacrime, urina, feci, liquido prostatico, mestruo, ma anche latte materno, il nascituro o il feto, a seconda dei casi e delle scelte.
Qui la matematica è semplice. L’espulsività del corpo della donna è evidente.
Tutta l’accoglienza che si va narrando e mitologizzando da millenni, è basata quindi non su una lettura reale del corpo della donna, quanto sul numero di cavità del corpo nelle quali l’Altro può entrare per trovare piacere e godimento.
Se l’accoglienza-ricezione è misurabile in base alle cavità e non in base ai liquidi (che spesso sono stati nascosti in quasi tutto il corso della storia della Medicina, si veda liquido prostatico femminile), allora possiamo dire che mani e piedi uniti, seni, inguini (si veda, fra le altre, la pratica masturbatoria chiamata Muffing) sono tutte potenziali cavità in cui trovare piacere, e queste cavità sono ricreabili in tutti i tipi di corpi umani.

Un ‘esperienza poco gradevole ma neppure così drammatica è quando una donna si ritrova, per una ragione o per l’altra, a dover utilizzare ovuli vaginali: la risposta del corpo è chiara, e non è una risposta di accoglienza. Il corpo scioglie ed espelle il più rapidamente possibile ciò che è entrato, per tornare ad una condizione normale.

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Foto di Ramona Zordini

Perché scrivere di questo? Perché questa idea che l’accoglienza-ricezione appartenga alle donne ha delle conseguenze sociali, culturali, fisiche ed emotive enormi e davvero poco felici.
Ho già scritto sopra riguardo all’obbligo di assolvere il lavoro di cura nella stragrande maggioranza dei casi solo per il fatto di essere nate con una vagina e dei lavori domestici imposti da generazioni a bambine solo per il fatto di esserlo, a discapito di essere attività svolgibili da ogni essere umano con il pollice opponibile e mediamente sano.
Una delle questioni che per me sono evidenti è l’esasperazione da contatto: donne sposate, fidanzate o che vivono ogni tipo di relazione, sopportano costantemente baci, abbracci, effusioni, palpeggiamenti non voluti e non richiesti solo perché i o le partners ne hanno voglia. Tanto è una donna, mi accoglie, mi riceve. Io le voglio dimostrare il mio affetto, il mio amore o la mia passione, posso farlo, lo faccio.
Chiaramente non desidero essere io, ora, ad esasperare questa riflessione: non parlo di qualcosa che si desidera da entrambe le parti e dove c’è il completo consenso e la piena gioia nel ricevere tali effusioni, ovviamente, ma di una costante e ripetuta colonizzazione dell’Altro da un punto di vista fisico che non è voluto o richiesto o sopportabile.
Il collegamento che si fa fra donnità e cura, obbliga tantissimi uomini biologici e non (e tutte le altre persone che non si considerano né uomini né donne), a dover rinunciare a lavori che invece potrebbero svolgere al meglio semplicemente perché non hanno il “genere o sesso giusto”.
Sono assolutamente convinta che questa sia una forma doppiamente discriminatoria: nei confronti chi non vuole svolgere lavori e compiti di cura e li svolge sulla base dell’imposizione del sesso o del genere, e nei confronti di chi li vorrebbe svolgere ed è tagliato fuori per le medesime ragioni.

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Ultimo tema, l’esasperazione da performance.
Un corpo obbligato a rispondere in un certo modo a determinati stimoli sessuali-culturali-emotivi-sociali, ad essere come gli si richiede pena la squalifica sociale-culturale-emotiva-sessuale, non può essere un corpo felice, sano.
Parlo di Corpo obbligato quando parlo di un corpo obbligato ad essere nella norma rispetto a quanto che gli viene richiesto (l’accoglienza obbligatoria e perenne); un corpo obbligato ad esistere dentro le leggi che lo determinano in quanto tale perché deve corrispondere a determinate specificità di risposta; un corpo obbligato a manifestarsi come ci si aspetta, come deve farlo secondo le regole.
Un corpo obbligato è un corpo obbediente, beneducato, indottrinato, addomesticato nel migliore dei modi; è un corpo che non resiste, che non reclama, che non sovverte le regole, che non dà fastidio a nessuno perché è innocuo.
Un corpo obbligato eseguirà gli ordini, da buon soldato quale è, anche a discapito della sua stessa integrità ed incolumità.
Un corpo obbligato è un corpo pericoloso per la felicità, poiché la boicotta, la distrugge, la elimina.
Il corpo obbligato non è più corpo, è involucro di dinamiche che non gli appartengono, è contenitore di regole che lo regolano attraverso una regola non sua.

Un corpo obbligato non è più un corpo.

THIS BODY PROJECT

Quasi cinque anni per cominciare a realizzarlo.
Un’idea che fluttua fra le sinapsi ma che esiste solo nella teoria del mio cervello. Raccogli e metti da parte oggi, scrivi domani.
Questo è un bel giorno per battezzare un nuovo progetto, il THIS BODY PROJECT.
Il TBP nasce come costola di TheQueerWord, nasce al suo interno, come figlio anche se ne è stato padre, o madre, o non so bene cosa.

Il TBP nasce come raccoglitore di storie e narrazioni sul corpo. Quali storie? Quante più possibili.
Corpo femminile, corpo maschile, corpo binario e non-binario, corpo non femminile e non maschile e non corpo, corpo sano e malato, corpo fermo e sempre in movimento.
Ogni corpo una voce, una narrazione, una testimonianza di esistenza.

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Corpi femminili creano un magnifico mandala 

Attraverso la condivisione di diverse testimonianze, il progetto è pensato per dar voce ai corpi silenziati, non considerati, non visti né uditi. Corpi morti che vivono, corpi vivi che muoiono in angoli di carne e di strada, di dimenticanza.
E ancora: cos’è un corpo? Insieme di sangue, muscoli, organi, ossa, tenuto insieme dalla pelle? Una macchina infallibile che fallisce? Lo strumento attraverso cui si incarna l’anima?

Cos’è il mio corpo? Cos’è il vostro corpo? Cosa sono i nostri corpi? Come si vive un corpo? Come si vive dentro ad un corpo?
Io non lo so, e voi?

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Corpi d’arte

Ve lo racconto, me lo raccontate. Lo sapremo insieme al termine del progetto?
Forse no, ma ne sarà valsa la pena.
Cominciamo…