IL BUIO DENTRO L’ORO

Si pensa di trovare un riparo, un rifugio, di condividere la stessa battaglia, di trovare amici-amiche-amic*, di poter formare una nuova famiglia e di creare un’alleanza. Poi, senza sapere come, da grandi condivisioni, pacche sulle spalle e grandi momenti vissuti insieme, ci si trova deportate-i-* in un campo di concentramento umano spaventoso dal quale se ne esce perdendo tutto o quasi.
Non si crede più nell’idea che si portava avanti fino a quel momento, o si fa molta fatica a credere che la si possa portare avanti senza dover per forza essere costretti-e-* ad un gioco al massacro senza senso. L’autostima è distrutta, il senso di vuoto è inumano, il corpo s’infrange in mille somatizzazioni e cronicizza tutto il male.

Si pensa di trovare un riparo, un rifugio, di condividere la stessa battaglia: queste sono alcune fra le ragioni per le quali ci avviciniamo ad un’associazione, ad un collettivo, ad un’assemblea, ad un comitato.
Pensiamo che troveremo mani che si uniscono alle nostre, che percorreremo la medesima via, che lotteremo fianco a fianco per vedere i nostri sforzi tramutarsi in sogni realizzati. Lottiamo ogni giorno per i diritti, per la parità, per vederci riconosciuta la dignità ed il valore, per smettere di morire il silenzio-nell’abbandono-nella piena violenza.
A volte le associazioni, i comitati, le assemblee, i collettivi funzionano, altre volte, invece, diventano spirali infernali dove l’Altro è niente, vale niente, viene ridotto a niente.

Questo post è uno dei più difficili che mi ritrovo a scrivere, poiché mi tocca nel profondo e riguarda non solo la mia esperienza personale, ma anche la vita ed il vissuto di amiche-amici-amic* che hanno sofferto e stanno soffrendo a causa di qualcosa di cui non si parla, qualcosa che è un tabù assoluto e del quale difficilmente si riesce a trovare una via per parlarne senza enormi sensi di colpa.
Parlo dei giochi di potere distruttivi che ho trovato all’interno delle associazioni LGBTI+, ma anche dei collettivi pseudo-queer.
Ho visto e vissuto in prima persona ciò che avviene se ti rifiuti di rimanere un-a-* gregario-a-*, se desideri partecipare attivamente, se desideri portare proposte nuove, se il pensiero che porti è divergente e se dai fastidio ai-alle-a* capoccia di turno. Verrai prima messo-a-* da parte, poi il tuo pensiero ed i tuoi intenti verranno distorti e distrutti, in seguito verranno messi in atto giochini sadici per distruggere la tua vita, la tua relazione sentimentale, il tuo lavoro durato anni e portato avanti con rigore, sacrificio, abnegazione e passione, il tuo percorso personale (sottraendogli sistematicamente dignità, valore, importanza, onore) e, infine, verrai messa-o-* all’angolo, allontanat*-a-o in brevissimo tempo senza spiegazione con il bene placido del resto del branco che ti guarda sogghignando senza difenderti.

silenzio
Silenzio. Foto di Geeketto

Non si parla, non si può parlare, di cosa accade in alcune associazioni, gruppi, collettivi e assemblee LGBTI+ e queer perché si pensa che parlare, denunciare, esporsi, danneggerà l’intero movimento e l’intera comunità, ma io non posso rimanere in silenzio, perché so cosa sta accadendo in alcune realtà e se rimango in silenzio saprò per sempre di essere stat* complice.
Pensavo di essere l’unica persona ad aver vissuto una deportazione, una distruzione personale, una cacciata dal falso Eden, ma non è così ed è per questo che scrivo oggi, esponendomi, parlandovi di questo: amiche che stanno perdendo salute, contatti umani, possibilità di carriera… amic* che lottano per riconquistare credibilità, ma anche l’accesso all’affettività violata e devastata… amici che sono stati messi da parte, derisi, utilizzati come pedine per scopi associativi e pubblicitari e, una volta considerati inutili alla (propria) causa, minati personalmente e pubblicamente.
I giochi di potere, la gerarchia di dittatori-dittatrici- dittat* e di sudditanza-schiavitù è la stessa di sempre, quella che si critica tanto del mondo etero-patriarcale-cisgender-bianco-binario e che poi si ripropone ancora più ferocemente nella realtà LGBTI+ e queer. Si porta avanti (a parole) un manifesto di unità, condivisione, alleanza, ma è solo facciata, solo un modo per fare numero e raggiungere visibilità e credibilità. Chi non è al vertice è semplice carne da macello, né più né meno, manodopera a costo zero, corpi che servono solo per aumentare la visibilità e fare massa.
Detesto le citazioni bibbliche ma l’immagine che ho davanti adesso è proprio quella del lupo che si finge agnello, solo che poi devasta l’intero gregge o salva solo chi gli-le-* fa davveo comodo.
Rispetto alla gerarchizzazione del potere e la messa in atto della distruzione dell’essere umano come persona, credo che in una parte di attivismo LGBTI+, ma soprattutto in un particolare e specifico attivismo queer, la pericolosità sia massima, molto più elevata rispetto all’attivismo altro: spesso all’interno dell’attivismo LGBTI+ e queer troviamo persone altamente preparate sulla decostruzione del pensiero-identità-ruolo-orientamento-espressione, più specificatamente (nel caso del focus queer) sulla disintegrazione (teorica) del pensiero binario e delle norme sociali, culturali, identitarie ed educative ad esso collegate che si portano avanti da millenni.
Queste persone sono pericolose non perché decostruiscono il binarismo, che io stess* decostruisco da anni incessantamente e difendo totalmente come unica vera possibilità di avere un mondo plurale e ricco di narrazioni differenti e tutte ugualmente importanti, bensì perché utilizzano e strumentalizzano tali conoscenze per deportare, devastare e sovradeterminare l’Altro senza pietà, ergendosi a portatori-portatrici del Verbo unico e indiscutibile. Quando ci si oppone a tutto questo è la fine.

 
La manipolazione di concetti, idee e strumenti, è abominevole, soprattutto se portata avanti per tenere in scacco un’altra persona, imprigionarla, ed usarla secondo le proprie egocentriche e narcisistiche volontà.
Quando una persona manipola un’altra persona per i propri fini è violenza.
Quando una persona con maggiori conoscenze e strumenti li utilizza per soggiogare un’altra persona è violenza.
Quando una persona utilizza il proprio potere per tirare i fili emotivi-psichici-fisici di un’altra persona è violenza.
Quando una persona, forte del suo ruolo all’interno di un gruppo, esercita tale ruolo per sovradeterminare, minacciare, ledere un’altra persona è violenza.

Oggi ho parlato io. Spero che questa non rimanga l’unica voce.

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FREE AS A BIRD…

Liber@ come un uccellino, cantavano i Beatles un centiliardo di anni fa.
Queer libera tutt*! Oh yeah!
Ma perché?, mi chiederete voi e anche se non me lo chiedete ve lo dico lo stesso perché ho tanto tempo libero e la giornata è lunghissima e non so come portarmi a casa.
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So…
Pensiamo, solitamente, che ad un genere specifico corrisponda un ruolo, a cui poi corrispondono OBBLIGATORIAMENTE (ahimè, sigh!) delle aspettative inumane impossibili da soddisfare.
Mo, pensiamoci together: no genere, no ruolo, no aspettative… pepepepepepe, pepepepe, pepepepepeeeeeeeeeeeee (peccato che voi non riusciate a vederlo… ma qui è partito un trenino tipo carnevale di Rio!)… e siamo tutt* liber* di fare un po’ quello che diavolo ci pare. Davvero è così semplice? Ovviamente no, ma qui siamo nel regno dell’U-topia e quindi possiamo pure pensare per un secondissimo a questa fantastica possibilità culturale e sociale e magari anche fisica e spirituale.
Immaginate… sì, chiudete gli occhietti, bambini e bambine: immaginate un mondo nel quale un uomo non è necessariamente un amante del calcio, non si gratta il culo attraverso le brache del pantalone calato del pigiama azzurrino e liso dal troppo uso,
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non si sversa di alcool tutti i fine settimana e non appella tutte le giovini di sesso femminile con i sinonimi corrispondenti a “donna che pratica il proprio lavoro sulla strada”. Immaginate, bambin*… immaginate un uomo che invece ama il gossip e ne parla con l’estetista mente si fa fare le sopracciglia come dio comanda, o che ama i peluches o l’aperitivo vegano alle sei di sera.
Immaginate poi una donna a cui non gliene fotte un accidenti di mettere a posto casa e che non si fa venire un burnout se il tappetino del bagno c’ha sopra i pelucchi del cane, o che preferisce evitare di fare figli a tutti i costi solo perché c’ha trent’anni e le ovaie rischiano di diventare prugne secche e che invece vuole passarsi il fine settimana in giro in sella alla sua moto.
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Niente unghie smaltate, niente piega del sabato mattina, niente lingerie indossata per compiacere un uomo che poi non le piace neanche così tanto.
Ce la fate ad immaginare questa realtà alternativa? Pure io un po’ di fatica, effettivamente, la faccio. Ma andiamo avanti, bambin*…
E se il Queer significasse proprio questo, abbandonare il genere (che è solo nella vostra mente, sisì bambin*, ma questa è una storia che vi racconterò un’altra volta) in quanto irreale, e sgretolare pertanto i suoi derivati e le sue conseguenze (ruolo-aspettative-frustrazioni per inadempimento e tradimento delle aspettative e così via all’infinito infinitesimale…)?
Quali ruoli dovremmo ancora rispettare? Il ruolo lavorativo? Se sei un medico o una dottoressa ci si aspetta, anche per un tuo giuramento di Ippocrate, che tu accorra al capezzale della persona malata che ha bisogno dei tuoi servigi.
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Pensiamo allora al fatto che il lavoro si sta evolvendo… anche il ruolo lavorativo lo seguirà in questa evoluzione?
Sarebbe possibile mantenere solo un ruolo lavorativo in evoluzione, concetto super Queer anche questo, ma non vorrei essere noiosa!, e lasciare indietro tutti gli altri ruoli che ci sembrano corrispondere necessariamente? Posso smettere di ricoprire il ruolo di figlia, sorella, compagna, nuora, nipote, zia e smembrare così le aspettative per rimanere semplicemente Marta che vive la sua vita e fa quello che può quando può al meglio che può?
Può essere il Queer l’unica metodologia applicabile per ottenere una reale parità fra le persone, oltre l’uomo e oltre la donna e oltre tutto ciò che sta in mezzo?
La gente ha delle grandi aspettative perché esse rappresentano una grande rassicurazione (non emozionatevi, non è farina del mio sacco, è un pensiero di una vera mente eccelsa, quella del mio compagno d’armi), oltreché una enorme zona di conforto. Se abiti con una donna puoi pure sbattertene altamente di mettere a posto casa, tanto sai che per la sua insana mentalità da femmina-casalinga-ipercontrollatrice a tutti i costi, pulirà lei ogni tua schifezza.
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E se sai che ci saranno degli scatoloni da spostare durante un trasloco, sciatalgia a parte, ci penserà il macho di casa a trasportarli, ti puoi rilassare. Anche questo è binarismo, ruolo, aspettativa.
La fluidità attraverso i generi porta ad una concreta fluidità dei ruoli o li smembra completamente?
L’educazione scolastica ed emotiva dovrebbe basarsi sul potenziamento delle capacità e dei talenti propri, non sull’esclusione o sulla performatività degli stereotipi. Femmine biologiche che vogliono intraprendere la carriera di idraulico? Certo che sì! Potranno i ragazzi adolescenti guardare le repliche di Dawson’s Creek e piangere quando Jen muore? Ovviamente!
L’indottrinamento di genere, e quindi del ruolo a cui corrispondere senza neppure discutere sulla sua fattibilità o meno, dovrebbe essere considerato un crimine contro l’umanità. Un po’ come il binarismo.
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Fate bei sogni, bambin*…