LAST TRANSITION

Goooooooooooooood morning gente!

Peccato non avere la voce di Robin Williams, avrebbe fatto un effetto fighissimo.

Dopo settimane, mesi, decadi, rieccoci sintonizzat* su TheQueerWord per un post fulmineo, senza foto né virtuosismi vari, che chiude una fase della mia vita durata 34 anni, ovvero tutta la mia intera esistenza.

Eravamo arrivat*… dove eravamo arrivat*? Ah sì, al Gendertao della sottoscritta.

Sono molte settimane che ho in mente di scrivere questo post, ma lo scrivo dopo aver atteso che nella mia mente tutto fosse più chiaro e adesso, abbastanza sicura, posso scrivere che la mia stranissima fluttuazione riguardo al genere si può definire conclusa.

Figa l’idea del Gendertao, anche perché fa effetto essere una persona che si conia il tipo di genere al quale appartiene da sola, insomma, non da tirarsela ma fa figo.

Ho decostruito così tanto negli ultimi anni che ormai per me non hanno più significato i termini “maschile” e “femminile”, anche se conosco perfettamente a quali idee le persone normalmente li associano e riesco a sopportarlo ormai in scioltezza senza farmi venire un ictus tutte le volte. Per questo sono passata a parlare di yin e yang molti mesi fa, di maschili e femminili alla maniera occidentale che mi si incontrano dentro e che sono sempre presenti entrambi nello stesso momento dentro la persona che sono.

E poi sono arrivata a decostruire anche il concetto, la struttura, la performance e la sensazione di “genere” fino a non comprendere più per quale ragione dovrei ancora aderire ad una schiavitù costruita, performante e performata. Siamo tutt* d’accordo (vabbè dai, non proprio tutt*!) che il genere è performativo, pura agency.

Ieri mi sono finalmente liberata di un pensiero espresso ad alta voce che è di una banalità storica: il mio genere non vive nel mio corpo, ma nella mente dell’Altro, però non mi riguarda, non è un mio problema, non è più qualcosa di cui desidero occuparmi-preoccuparmi.

Non mi spaventa la sovradeterminazione, l’ho vissuta sempre e la vivo tutt’oggi ma non mi tocca, anche se cerco di non metterla in campo con le altre persone, soprattutto laddove è possibile chiedere con delicatezza ma in maniera esplicita che cosa corrisponde davvero alla persona con la quale mi relaziono.

Se dovessi spiegare cosa sono adesso riguardo alla “faccenda gender”, per chi ama le definizioni a tutti i costi e ce ne sono tante di persone che si sentono al sicuro quando è possibile usarle, potrei dire che sono arrivata a considerarmi una persona agender.

Esco dai giochi, dalle spiegazioni complesse, dalle lotte per trovare altre mille raffinatissime definizioni che non spiegano nulla, dalle logiche perverse del linguaggio, dalle gabbie dorate del riconoscimento e della legittimazione ad esistere anche se…, dalla verticalità del potere di menti che beatificano il gender come priorità assoluta per l’esistenza e la sopravvivenza dell’essere umano.

Dopo che Medea, nella omonima tragedia greca, in preda ad un furia brutale e vendicativa uccide i figli avuti da Giasone suo marito e la sua nuova giovane moglie, il coro le chiede: “Medea, dopo tutto questo cosa resta?” e lei risponde: “Io. Resto io.”.

Dopo tutta questa enorme transizione verso e attraverso il genere, resto io. Una persona, un essere umano.

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Introduzione agli xenogeneri

INTRODUZIONE AGLI XENOGENERI… Per hispano-hablantes, ma assolutamente necessario condividere e diffondere.

Es importante destacar en la inconmensurable diversidad de géneros la existencia de identidades no binarias desde una perspectiva totalmente ajena a la clasificación antropológica tradicional; esto es, identidades construidas y categorizadas en base a ideas no concernientes al entendimiento característico del ser humano del género.
Antes de tratar de entender esto, debemos recordar que la concepción, así como la experiencia de género, son únicas e individuales, y, por consiguiente, no es válido considerar irreales identidades de género que no experimentamos.
También debemos recordar que las etiquetas tratan de describir la realidad, sin que la realidad se ajuste a estas. Por esto, existirá toda la terminología necesaria para reproducir la complejidad y heterogeneidad de géneros.
“Xenogénero” es un término paraguas que recoge todas estas identidades carentes de (o con escasa) conexión con esa clasificación desde el punto de vista humano típico.
Estas identidades están relacionadas con la neurodiversidad (los neurogéneros), otherkinismo (identidad íntegra no totalmente humana), sinestesia, conceptos o incluso complejos arquetipos…

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Miquel Missé: riconquistare il corpo

Ormai da molti anni seguo le interviste, i libri pubblicati in catalano e spagnolo, gli interventi appassionati e ispirati nelle conferenze e tavole rotonde sul tema trans, di questo straordinario scrittore, sociologo e attivista trans catalano.
Lui ha un nome che da oggi in poi ricorderete sicuramente: Miquel Missé o, per chi lo conosce meglio, semplicemente Miki.
Attivista instancabile della nuova leva, classe 1986, vergognosamente giovane eppure già così impegnato a cambiare (in meglio) il mondo che ce la farà davvero, a cambiarlo.
Gli mando una mail per chiedergli un’intervista ed incrocio le dita sperando che accetti, lui è super impegnato ad organizzare il primo campus estivo per bambin* trans in quel di Barcellona. Di una gentilezza incredibile e commovente, ci inviamo saluti e domande attraverso l’etere e questo post è il risultato di questo nostro felice incontro virtuale.

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Miquel Missé

 

Un’intervista semplice, che va dritta al punto, perché quando si tratta di lottare per una causa che ci sta a cuore non si possono fare giri di parole.tergiversare.nascondersi, e Miquel di nascondere opinioni.agiti.sentimenti non ci pensa, fortunatamente, neanche per un secondo.

Buona lettura!

TheQword: Come scrittore, sociologo e attivista trans, qual è la tua opinione riguardo alla visibilità delle realtà trans (film, documentari, libri, articoli usciti sui quotidiani) a cui stiamo assistendo ultimamente?

Miquel: Quello che è evidente è che siamo testimoni di un momento storico relazionato con la questione trans:diversi prodotti culturali mainstreaming rappresentano personaggi trans attraverso i media e in alcuni casi sono le stesse persone trans che mandano avanti alcuni di questi progetti.
Come prima cosa direi che è un momento interessante perché mai prima d’oggi si è parlato così tanto del tema trans e vale la pena seguire con attenzione come si presenta l’esperienza trans al grande pubblico.
Come seconda cosa, direi che a me ciò che più interessa sono i discorsi che ci sono dietro queste rappresentazioni. Credo che in molti casi si continui a presentare il tema trans como qualcosa di relativo alla medicina, una situazione di sbilanciamento biologico. Allo stesso tempo, credo che parte di questo boom di visibilità nei media si basi in buona parte nel passing trans, nel mostrare il successo di alcune persone trans nel passare completamente inosservate e sorprendere il pubblico con persone attraenti, belle e con corpi affini ai canoni di bellezza occidentale.
La domanda che io mi pongo è: a chi si dirigono esattamente questi prodotti culturali e quale tipo di impatto hanno nella vita delle persone trans? Voglio dire, intendono contestare il sistema di genere mostrando esperienze che fuggono alla logica binaria o sono invece esempi che cercano di tranquillizzare la società mostrando quanto normali possiamo essere noi persone trans?

TheQword: Molto spesso sento dire: “La transessualità è…”, come se fosse una sola, però io non ne sono per nulla convinta. Credo, invece, che si dovrebbe parlare di “narrative trans”, dato che sono molte e variano da persona a persona. Sei d’accordo oppure la mia opinione in merito è errata?

Miquel: Il titolo del libro che ho scritto si chiama Transexualidades, otras miradas posibles (Transessualità, altre visioni possibili). Effettivamente, ciò che cercava di spiegare è che dietro la versione ufficiale della transessualità ci sono molte altre traiettorie e discorsi che è necessario ascoltare e divulgare.

TheQword: Si possono dare alcune definizioni orientative riguardo a ciò che può essere la transessualità nelle sue molteplici espressioni.forme.esperienze, oppure le parole non aiutano per nulla nel momento in cui la si tenta di spiegare, creando invece confusione e aumentando lo stigma sociale?

Miquel: Per me la transessualità è una parola molto moderna che emerge nei discorsi medici nella metà del XX secolo e che cerca di definire un fenomeno molto più antico e diverso. Il concetto di transessualità è una gabbia dentro la quale abbiamo inserito l’esperienza di molte persone in relazione alla propria identità di genere. Però, per non fuggire dalla domanda, direi che l’esperienza trans ha molto a che fare con il fatto di vivere in un genere distinto da quello con il quale una personale viene socializzata.

TheQword: Chi è attivista trans, non binari*, transfemminista, queer ecc…, alla fine termina con il definire se stess* con un milione di etichette che, si suppone, dovrebbero aiutare nel momento di presentarci al mondo, però, per esperienza personale, a volte le etichette si trasformano molto velocemente in una prigione linguistica che dice poco e nulla su chi siamo e creano ansia e confusione alle persone che ci ascoltano.
Qualche volta è successo anche a te? Sono importanti le etichette? Perché non possiamo semplicemente dire “Ciao, sono Marta… Ciao, sono Miquel”?

Miquel: Buona domanda! Gerard Coll-Planas, eccellente sociologo e mio buon amico, propone riflessioni molto interessanti sulla questione delle etichette. Lui spiega che mentre ci limitano, allo stesso tempo ci danno anche un senso, e che non risulta ancora chiaro se possiamo davvero farne a meno.
In un mondo eteronormativo, potersi chiamare gay, lesbica o bisessuale è, ancora oggi, una conquista importante perché ci aiuta a pensar(e-ci) fuori dal limite egemonico della sessualità, ci dà un luogo ed una comunità di riferimento. In questo senso, io non ho ben chiaro se il problema siano le parole o i significati politici che diamo loro. Il problema non è utilizzare etichette, bensì pensare che siamo quelle etichette e che non possiamo muoverci attraverso di esse.

TheQword: Ti sembra un’utopia troppo grande poter dire a noi stess* che siamo semplicemente esseri umani?

Miquel: Vuoi la verità? Hahahahahaha. Sì, è un’utopia! Però le utopie non sono mai troppo grandi; semmai, il problema è quando sono troppo piccole. Nonostante questo, ultimamente mi sto dedicando alle piccole utopie. Non penso ad un mondo senza generi né a quello degli esseri umani, semplicemente tento di immaginare un mondo nel quale il genere ci schiavizzi meno e non solo riferito a noi persone trans, bensì alle nostre società in generale.

TheQword: Il corpo, Miquel… parliamo del corpo! Che cosa significa “conquistare il corpo”?

Miquel: Per me l’idea di conquista significa “ritornare al corpo”, “riconquistarlo”. L’esperienza del corpo delle persone trans è descritta in centinaia di articoli scientifici, manuali, documentari ecc…; a volte è abbastanza difficile pensare il corpo partendo da altri paradigmi, dimenticando tutto ciò che ci hanno detto i libri, e pensarlo da capo, con altre coordinate. Per me conquistare il corpo significa proprio questo, un processo quotidiano.
La mia personale esperienza è che un giorno mi sono reso conto che quando ero una bambina avevo una relazione migliore con il mio corpo rispetto all’adolescenza, e quando ho cominciato la transizione progressivamente il mio corpo ha cominciato ad essere il mio problema principale. Ero un uomo e questo corpo non mi corrispondeva. Per molto tempo l’ho odiato, l’ho maltrattato, volevo operarmi completamente e il più in fretta possibile. Ero convinto che questo corpo non fosse il mio. Più tardi, un’idea cominciò a farsi strada nei miei pensieri. All’inizio era un’idea che mi disturbava, che mi dava molto fastidio, ma con il tempo la lasciai entrare dentro di me e svilupparsi un po’ alla volta. Ciò che questa idea mi suggeriva era che, forse, il corpo era il luogo dove stavo proiettando tutta la mia frustrazione per il fatto di non essere nato uomo ma che, di fatto, il mio corpo di per sé non aveva nessun problema, funzionava perfettamente. Credo che da lì sia cominciato un processo che non terminerà mai: tornare al mio corpo, guardarlo con altri occhi e tentare di gestire nel modo migliore le contraddizioni che esso genera in me. Questa esperienza è comune a molte persone trans e, allo stesso tempo, invece molte altre persone trans non si identificano per nulla con questa.

Credo che sia un tema davvero molto complesso e generalmente è circondato da molto malessere e sofferenza, per questo mi sembra importante dire che l’idea di conquistare il corpo non è una ricetta di una buona esperienza trans. Semplicemente è un’esperienza ed io la racconto senza pausa perché mi avrebbe fatto piacere se qualcuno me la avesse raccontata quando avevo 15 anni.

TheQword: Ho letto in varie interviste che ti hanno fatto in blogs, magazines e quotidiani, che porti avanti proprio questa idea molto rivoluzionaria: il corpo di una persona trans che decide di cominciare un percorso di cambiamento non è sbagliato. Molto spesso, ho ascoltato una frase molto specifica pronunciata da persone trans: “Sono nat* nel corpo sbagliato!”, però tu inviti a fare una riflessione che parte dal punto opposto: il corpo va bene, questo è un corpo che vale, non c’è nulla di sbagliato. Una rivoluzione, Miquel!
Ci spieghi com’è nata questa tua idea di “legittimità” del corpo?

Miquel: Credo che nella risposta precedente abbia già risposto, in parte, a questa domanda. L’idea del corpo sbagliato è penetrata profondamente nell’immaginario sociale fino al punto che le persone che ci sono accanto, con le migliori intenzioni, ben inteso, ci chiedono senza sosta quando ci opereremo, quando prenderemo gli ormoni, quando cambieremo la nostra carta d’identità. Cambiare tutto questo è molto difficile, però credo anche che sia facile che la gente provi empatia con l’idea che esista un corpo sbagliato. Utilizzo spesso l’esempio del peso corporeo e mi chiedo: le persone in sovrappeso sono nate nel corpo sbagliato? Che cosa accadrebbe se all’improvviso un movimento di persone in sovrappeso rivendicasse il diritto alla modificazione fisica con fondi pubblici perché sentono che quello dentro il quale vivono non è il proprio corpo ed hanno il diritto di “restaurarlo”?
Sicuramente ci sarà qualcun* che a questo punto dell’intervista esclamerà: “Ma dai, sono due cose che non si possono comparare!”, ed io allora chiedo, di rimando: perché? Per caso solo noi persone trans abbiamo il diritto di pensarci nel corpo sbagliato? Tenendo conto di come il nostro sistema sta assimilando questa idea, non mi stupirebbe se altri collettivi replicassero la narrativa del corpo sbagliato. Funziona! Davvero è una buona idea, magari un po’ fantascientifica, però buona.

La gente prova empatia con l’idea del corpo sbagliato perché suona come un’ingiustizia, un’ingiustizia che si può risolvere con trattamenti medici. Chi può opporsi a questo? Però no, non c’è un corpo sbagliato.
Ciò che esiste nella realtà è che molte persone desiderano modificare il proprio corpo per sentirsi meglio in questo mondo e ciò ci dice molto più del nostro mondo che del nostro corpo.

TheQword: Qual è l’importanza che oggigiorno e negli anni ha ed ha avuto il corpo nella tua vita, come persona prima di tutto, e in secondo luogo come attivista trans? Come vivi il tuo corpo oggi, come lo hai vissuto prima? Immagino che non sia stato per nulla facile…

Miquel: Il mio corpo è uno dei miei grandi conflitti vitali e tento di gestirlo nel miglior modo possibile. Molte volte mi piacerebbe che assomigliasse di più all’idea che ho nella mia testa, però non sto facendo molto per cambiarlo. Da diversi anni assumo testosterone, però non mi sono mai sottoposto ad alcuna operazione. A volte penso: operati e falla finita!, però poi la bilancia si riequilibra e rimango tranquillo per un po’ di tempo.
Credo che questa sia una storia comune a molte persone che, anche senza essere trans, portano avanti una battaglia importante con il proprio corpo, con i kg, con le cicatrici, con i tatuaggi che vorrebbero farsi cancellare, con l’altezza.
Quando attraverso un momento di grande frustrazione con il mio corpo mi guardo intorno e mi rendo conto di essere un privilegiato assoluto. Non che funzioni sempre automaticamente, ma questo mi serve per reagire e comprendere che viviamo in un mondo nel quale in corpo è un prodotto ed è castigato da mille leggi impossibili. Tento di imparare a conviverci e, al tempo stesso, non so se mi sto sbagliando; forse dovrei operarmi ed essere meno “purista”. Sono dilemmi esistenziali che un* si trova ad affrontare…

TheQword: Vieni socializzato come uomo ed hai una carta di identità che riporta i tuoi dati anagrafici come donna. Tutto ciò ti causa problemi, ti infastidisce, ti mette in una situazione di difficoltà o di disagio?

Miquel: Mi mette in situazioni sconcertanti e a volte disturbanti, però ho molto ben chiaro che è una decisione che ho preso io, quella di non cambiare il mio documento d’identità, e che se voglio posso farlo. Lo Stato spagnolo mi richiede un certificato di disforia di identità di genere e due anni di trattamenti medici come requisiti per cambiarlo. Il giorno in cui questo sconcerto e questa sensazione disturbante mi genereranno molti conflitti, immagino che mi sottoporrò al penoso processo che mi propone il mio Paese.
Per il momento, è come una sorta di militanza, di resistenza, nella quale rivendico il mio nome legale, che è una parte di me.

TheQword: Com’è cominciato il tuo percorso trans?

Miquel: Quando avevo 13 o 14 anni cominciai a scoprirmi come ragazzo; avevo, per così dire, una doppia vita. Questo “luogo”, che all’inizio era molto innocente e totalmente scollegato dalla transessualità, divenne man mano un luogo confortevole nel quale desideravo vivere. A 15 anni vidi il film Boys don’t cry e scoprii così tutto un mondo: gli uomini transessuali. Fu per me una grande rivoluzione. Fu allora che iniziai una transizione di genere classica: ero un uomo e sarei riuscito a vivere come tale. Tutto il resto, ormai lo sapete…

TheQword: Ci parli di “Cultura Trans”?

Miquel: Cultura Trans è un progetto attivista di visibilità e diffusione di riferenti trans da una prospettiva non patologizzante. Nato nel 2011 a Barcellona, attualmente ce ne stiamo occupando Pol Galofre ed io. L’idea è quella di diffondere, attraverso la cultura, idee nuove per pensare il tema trans. Organizziamo giornate di dibattiti, cineforum, mostre, concerti, ed uno dei nostri progetti più amati è il Trans-Art Cabaret.

TheQword: Cosa ti piacerebbe dire ad un* giovane adolescente che comincia adesso il suo percorso trans?

Miquel: La verità è che è una domanda difficile, perché le nuove generazioni di adolescenti trans vivono in contesti radicalmente distinti rispetto a quelli che ho conosciuto io. I riferenti trans e l’accesso all’informazione stanno cambiando ad un ritmo vertiginoso. Alla fine degli anni ’90 un foglietto di una associazione trans era un vero e proprio tesoro, viaggiavamo per centinaia di km per conoscere personalmente altre persone trans. Adesso esistono centinaia di youtubers che ci raccontano le proprie storie, pagine di Facebook a cui sono iscritte persone trans da diverse parti del mondo. Nonostante questo, sì che direi loro qualcosa: che non si sentano colpevoli per le decisioni che prendono, che non si spaventino se si trovano a dubitare durante il percorso perché è la cosa che accade più frequentemente e, soprattutto, che ricordino sempre che il loro corpo non è sbagliato o, per essere precisi, non lo è più di quello del resto delle persone.

Impossibile aggiungere altro, è tutto qui.

Grazie Miquel e alla prossima, e ci sarà una prossima volta… questa è un’anticipazione solo per voi, per solleticare la vostra curiosità. Cattivona che sono!

Vi lascio qui di seguito alcuni links che riguardano la bio ed il lavoro di Miquel, la pagina di Cultura Trans e alcune interviste fatte al nostro magnifico ospite: anche se sono particolarmente suggerite per hispano.hablantes, ve le indico ugualmente, non è bello sovradeterminare le vostre capacità di comprensione della lingua spagnola, non si fa!

Stay tuned…

http://www.editorialegales.com/autores/miquel-misse/107/

http://www.ara.cat/es/Miquel-Misse-desde-decidi-chico_0_1565843540.html

http://www.idemtv.com/es/2016/04/14/transsexualitat-david-i-goliat/

http://culturatrans.org/nosotros/

Glossario della de/frammentazione

Di Larsen Iceberg*

Introduzione agli studi di genere

L’evoluzione e la degenerazione umana ha modificato l’essere umano tanto da spostare il suo assetto, una volta appartenente al regno animale, verso una complessità esistenziale macchinosa e cibernetica.
Abbiamo investito molto nella crescita del nostro cervello (con risultati discutibili) disinvestendo il rapporto con il nostro corpo, disconoscendolo infine.
Questo nostro sistema identitario non permette più di viversi per ciò che si è e ciò che si vuole essere. L’ipotetico sviluppo cognitivo ci ha permesso di scoprire molti particolari della realtà e di com’è fatta. Ma tutta questa rete di informazioni e processi, di cui alcuni estremamente complicati e minuziosi, è a volte irriducibile. Non semplificabile.
Paradossalmente la complessità degli studi di genere tende a distorcere/decostruire i concetti per rendere più accessibile alle persone la “cosa umana”.
quale è il significato degli studi di genere?
È un flusso di ricerca, formato da più correnti di studio, con un approccio multiassiale e interdisciplinare sulla sessualità e sull’identità di genere, rapportandole agli aspetti psico-socio-culturali assunti e vissuti.
Senza doversi specializzare in tale disciplina appassionante, ma dal calibro contundente per chi si inoltra in questioni delicate, possiamo porci dubbi e processare aspetti di base.
che cosa si intende per sesso biologico?
Possiamo vederlo come un risultato del corredo genetico, che esprime una base anatomica e fisiologica come le caratteristiche sessuali primarie e secondarie e il loro funzionamento.
La cultura ci ha insegnato che esistono due sessi: si è uomo o donna rispetto all’essere nati con il pene o con la vagina.
Ma è un’inesattezza scientifica, perché i sessi biologici non sono solo due.
Ecco che possiamo introdurre il concetto di intersessualità.
L’intersessualità è un termine per identificare quei corpi che per corredo genetico presentano caratteristiche maschili e femminili. È interessante come questi corpi vengano trattati come inesatti, piuttosto che nature biologiche. Difatti, spesso, un neonato che presenta tali caratteristiche viene modificato chirurgicamente per appartenere a un solo sesso. In questo caso, l’equipe medica assieme ai genitori decideranno l’attribuzione di una specificità.
Se pare molto chiaro il concetto di sesso biologico, il rapporto tra quest’ultimo con “l’identità di genere” invece è più sfumato.
2 (1)
che cos’è l’identità di genere?
È una delle prime risposte alla domanda “chi sono io?”. L’identità di genere può differire dal sesso biologico (come il §oggetto può differire dall’Io), poiché la sua formazione è influenzata da fattori non solo biologici, ma soprattutto sociali, culturali ed educativi. Ci insegnano che se nasciamo con il pene o con la vagina apparteniamo a specifici generi. Eppure non è sempre così. Il processo identitario è molto complesso, soprattutto al giorno d’oggi. Ma come Judith Butler suggerisce, alla domanda “chi sono io?”, dovremmo aggiungere: “chi sei tu?”, poiché è nel rapporto con l’Altro che la nostra stessa identità si forma, come fu teorizzato da J. Lacan nella teoria dello “stadio dello specchio”.
Inoltre possiamo osservare quanto è difficile per ogni campo di concentramento** accettare ciò che è fuori dalla norma, lo vediamo per quanto riguarda la cosa psichiatrica, come nell’orientamento sessuale.
che cos’è l’orientamento sessuale?
È la percezione del proprio Desiderio Erotico/sessuale verso un Altro che sentiamo debba avere determinate caratteristiche, o almeno abbiamo la convinzione di saperlo. Anche questo aspetto è influenzato, anzi sovradeterminato, dal sistema socio/culturale in cui viviamo.
Spesso l’orientamento sessuale si confonde con quello affettivo, dando per scontato che l’amore, diverso dall’innamoramento, includa a priori tutto il resto del Desiderio. Non è un caso che sulla scala dei bisogni di Maslow, come in altre rappresentazioni, le due necessità siano a diverse altezze.
L’orientamento affettivo può essere visto come la capacità di amare l’Altro, anche esso con determinate caratteristiche, ma non quantificabili in un processo logico.
È bene considerare un altro fattore che va a determinare con gli altri l’intero funzionamento della persona.
Parliamo dell’espressione di genere. Cioè il modo in cui decidiamo, o pensiamo di decidere, di esprimere nel mondo ciò che sentiamo di essere. Si dà per scontato che chi si sente maschio debba corrispondere all’immagine ideale del Sé conseguente, ma quest’ultima non è stata scelta del §oggetto, bensì sovracostruita dal sistema.
L’espressione di genere si esprime con la fisicità, l’abito, la parola, il gesto e il segno non solo per affermare il sé, bensì per comunicare la modalità di Avvicinamento che l’Altro dovrà mettere in atto per essere riconosciuto.
“Nasciamo tutti nudi, tutto il resto non è che un travestimento”, Rupaul – Drag queen 
I vari rituali di travestimento esercitati in alcune occasioni sociali riconosciute (Carnevale, Halloween, il cosplay, ecc..) o fuori dalla norma culturale come il “drag” o il crossdressing sono rivendicazioni, più o meno consce, della libertà di espressione. Poiché tale libertà ci è negata dalla nascita, sin da quando i genitori e i parenti scelgono vestiti e colori per identificare il §oggetto senza il suo consenso.
2 (2)
Nell’autoanalisi ognuno di noi può rileggere le proprie unicità, ed è possibile scoprirsi diversi da ciò che pensavamo di essere e sapere di noi. Può essere un percorso lungo e immerso nel conflitto.
Perché de/costruirsi e perdersi per conoscerci è parte di qualsiasi percorso di crescita, ma senza il ritorno al nostro corpo e alla nostra integrità (non ci si riferisce a una integrità morale, ma ad un §oggetto integro e fluido) non troveremo né pace né felicità.
Esso è il nostro “Core”, colui a cui dobbiamo rendere conto ad ogni passo nel cammino dell’esistenza.
**si fa riferimento alla teoria del “Concentramento sistemico” teorizzata da Larsen Iceberg nel 2015.

*Larsen Iceberg è metartista, scrittore, poeta, camminante, costruttore
di labirinti mentali, vivente e investigatore dell’umano e del
sovraumano. Ultimamente la sua esistenza è vissuta fra capolavori
proetici e scoperte sul tema del
genere.sesso.espressionedigenere.manifestazioneumanainclusiva.
Larsen Iceberg vive a Torino, città che fotografa, annusa e abbraccia quotidianamente.

SAVE THE LAST MAN

Tre fratelli, due padri, amici a non finire… tutti bio-uomini. Da sempre e per sempre.
Sono sempre stat* un po’ un Canone Inverso, elemento che non c’entrava molto con tutti loro, ma che in fondo lì in mezzo si sentiva da dio. Ed ho continuato a starci, in quel mondo, ad essere l’amica, il compagno-camerata, il migliore amico, la sorella, il-la figli*.
Ho vissuto tre innamoramenti, ho convissuto con le persone destinatarie di quelle enormi passioni che mi hanno fatt* spostare, restare, andare, tornare… tre bio-uomini, ma prima di tutto tre persone.
Quindi, ad occhio e croce, si può dire, semplificando moltissimo, che sono-stat* circondat* da un fracco e mezzo di uomini. Sì, vero.
Vivere fra loro mi ha portato a considerare molto spesso il ruolo della donna, le dinamiche che si instaurano volenti o nolenti fra le persone di sesso biologico differente, che si trovano a volersi bene e a voler condividere la propria vita insieme.

Essere un’attivista transfemminista ed aver attraversato tutta la vita in mezzo ai bio-uomini mi ha portat* prima di tutto a non appoggiare il matronato, né il matriarcato (inteso come lo si intende qui in Occidente), né le isterie femminili né tanto meno alcuni atteggiamenti di protezione a tutti i costi verso il bio-femminile a prescindere, solo per il fatto di essere nate donne.
Ho visto spesso un medesimo atteggiamento (considerato socialmente discutibile a livello oggettivo) messo in campo da una bio-donna e poi da un bio-uomo, e se per il lui in questione sembra esserci la lapidazione collettiva, la lei in questione se la cava con una battuta o una critica soft un po’ generica.
Ora, tutt* noi sappiamo che il fantastico eteropatriarcato ha generato praticamente solo Idre a ottomila teste e che il femminicidio è solo la punta di uno schifosissimo iceberg di violenze, soprusi e comportamenti tremendi messi in campo solo ed esclusivamente per ledere, minare e distruggere un essere umano. Su questo non si discute, anzi, la lotta comune ad ogni essere umano dovrebbe essere (non dico solo, chiaramente) quella femminista inclusiva di tutte le narrative femminili… ma anche maschili.

E qui immagino volare pomodori marci nella mia direzione… ho già indossato casco e imbottitura da giocatore-trice di Football Americano.

Si pensa che il femminismo nasca solo in tutela delle bio, e non, donne. Nonononono!
Il femminismo, soprattutto quando inclusivo di tutte le realtà umane, significa (o questa è perlomeno l’utopia maxima!) equità. Nessuna persona al di sopra di un’altra, sia essa socializzata come donna o come uomo.

Ho notato ultimamente, soprattutto nelle coppie etero-binarie sposate da un tot di tempo, una determinata dinamica che mi mette davvero in allarme: la donna-moglie tratta di norma malissimo il marito-uomo. Qualunque cosa lui dica lei lo riprende, tutto quello che lui fa non va mai bene, lei non perde mai l’occasione di riprenderlo e/o sgridarlo (?!) in pubblico per mancanze e/o errori vari considerati imperdonabili. Vi giuro che è un fenomeno che vedo sempre più spesso.
Donne arrabbiate, feroci, stanche di qualunque parola, gesto d’affetto, approccio emotivo da parte del marito. Rispostacce che volano a destra e a manca, correzioni costanti che ledono la dignità del gentil consorte e tanti piccoli dettagli che lo mortificano. E gli uomini tacciono, incassano e cercano di salvarsi da un’umiliazione più grande.

Perché non si difendono, perché non dicono nulla?

Per varie ragioni, certamente, anche perché riassumere il tutto ad una questione sola sarebbe riduttivo e poco realistico ed una risposta unidirezionale sarebbe impraticabile. A me due cosine vengono in mente… matronato, intoccabilità della donna vissuta non più come persona ma come simbolo totemico, perdita del concetto del ruolo maschile in quanto portatore di pari doveri e diritti… ve ne vengono in mente altre?

Quello di cui il femminismo inclusivo (di tutte le realtà umane come equamente importanti, come detto prima) si occupa (o dovrebbe occuparsi) è la possibilità e la necessità di donare ai bio-uomini altri e nuovi spazi di risignificazione e di libertà rispetto al ruolo granitico nel quale hanno dovuto obbligatoriamente iscriversi per poter sopravvivere ed essere riconosciuti (socialmente e familiarmente) come tali.
Per cominciare, in maniera molto pragmatica: la possibilità di viversi appieno le emozioni che provano (e che invece, ahimè, spesso sono costretti a blindare, a spingere in un angolo di sé pagando un prezzo altissimo di grande sofferenza) come piangere, commuoversi ed intenerirsi, sentire liberamente e condividere apertamente un’emotività che fino ad ora è spesso accompagnata da battute e frasi tipo: “Oh caxxxxxo, stai sempre a lamentarti, c’hai pure tu le mestruazioni?!”, oppure “Ma ti guardi ‘sti film, sei una femmina o un frocio?”…

2

Proseguendo… la possibilità di togliersi ‘sto fardello maledetto del Principe Azzurro e tutto quello che è legato alle aspettative dell’uomo perfetto: cene romantiche pagate sempre da lui, fiori, anelli, proposte varie, accettare il ruolo di capofamiglia a tutti i costi, sentire l’obbligo di guadagnare di più sempre e comunque rischiando un tragico burnout, fare sempre il primo passo, sentirsi sempre in obbligo di dimostrare di essere un dio greco dell’amore anche quando è si è stanchi morti, indossare sempre e solo abiti comprati nella parte FOR MAN dei negozi di abbigliamento quando invece si vorrebbe indossare altro (e qui valgono anche cappellini di Hello Kitty o T-shirt di My Little Pony), farsi da parte nella relazione (a volte, diciamolo, morbosa ed escludente) fra madre e figli* divenendo uno spettatore di qualcosa che si vorrebbe-potrebbe-desidererebbe vivere invece in maniera completamente diversa…

Aspettative devastanti… come si può chiedere così tanto ad una sola persona? Bio-uomini che vanno in giro come zombie per cercare una quadra possibile per essere l’uomo perfetto. Non si può!

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Parlando con il mio amico Gabri, l’altra sera, è emersa una verità che avevo un po’ sospettato: che spesso, per aderire alle aspettative femminili, molti bio-uomini fingono. Sissignora, fingono. Perché sentono di non avere altra scelta. Non solo per riuscire ad andare a letto con la persona che gli interessa, ma anche solo per poterle fare credere di essere interessante.
E poi, dall’altra parte, spesso ci si trasforma in macchiette femminili ottocentesche svenevoli che si sentono defraudate, tradite, abbandonate, quando poi scopriamo che non c’è nessun uomo dei sogni, ma solo un uomo. Solo un uomo… I bio-uomini fanno una campagna elettorale per poter fare innamorare le fanciulle (che poi, ovviamente, non riescono a tenere in piedi per molto tempo tutto ‘sto teatrino), le bio-donne chiedono l’impossibile e si sentono in diritto di recidere il contratto emotivo, fisico e psichico se qualcosa non va come vorrebbero… Qui c’è grossa crisi, mi sa!

Ho vissuto fra bio-uomini che hanno versato fiumi di lacrime per amore, regalato rose blu e gialle, ascoltato Pausini e Antonacci gocciolando dolore tremendo da cuore e occhi, organizzato cene memorabili, regalato qualcosa di bellissimo ad ogni fottutissimo compli-mese, che si sono svenati per rendere l’anniversario romantico ed indimenticabile. Tutto dato per scontato, perché questo è quello che corrisponde agli uomini.
Personalmente, da essere umano che si vive e vive il Queer anche all’interno della coppia, mi sono scoperta molto romantica (chiaro, a modo mio, vi pareva che potessi fare una roba normale? Ma de che?) e mi sono resa conto che mi piace fare sorprese, avere mille piccole attenzioni, fare regali, preparare cene, regalare fiori (disegnati), scrivere canzoni e poesie sui muri per la persona con la quale vivo un certo tipo di amore.
Adoro offrire cene anche ai miei amici, cedere loro il passo davanti ad una strettoia, aprire loro la porta ed interrompere questo binarismo obbligatorio a-chi-compete-fare-cosa.
Me ne fotto altamente della cavalleria e del bon-ton, dell’educazione eteropatriarcale che permette alle donne di farsi aprire le porte e venire massacrate, tutto in un solo giorno. Qui si gioca alla pari il più possibile: nessuna differenza, nessuna scusa data dalla biologia, dalla “Natura”, da dio sceso in Terra che ci dice qualcosa su come dobbiamo agire in base agli organi genitali con i quali siamo nat*. Ovaie e testicoli sono alla pari, mente con mente, cuore con cuore, sensi con sensi.
Ma le donne restituiscono tutta una serie di attenzioni, galanterie, gesti grandi e piccoli d’affetto? Mmmmm, non sempre, non proprio…

Mi sarebbe tanto piaciuto se Simone De Beauvoir si fosse detta, anche solo per un istante: “Uomini non si nasce, lo si diventa”… ma come si è uomini, come lo si diventa, come si può risignificare tutta questa “uomità” fuori dal disprezzabilissimo stereotipo , fuori dalle leggi non scritte che li condannano alla perfomance e alla performatività costante?

E se Lacan e Kristeva si fossero chiest*: “Esiste l’uomo?”, magari le cose sarebbero andate diversamente.

Il femminismo inclusivo (e Queer) è l’unica tana libera-tutt*!
Proteggiamo le donne, tutte le donne, ma salviamo anche gli uomini, tutti gli uomini.

IN UNA SOLA PERSONA

Questo è il titolo italiano di un libro magnifico del mio amatissimo John Irving, scrittore americano geniale e potentissimo.

In una sola persona, tutto in una sola persona, questo noi siamo. Tutt* noi.

Dopo settimane passate a farmi venire “l’ansia da definizione”, mi sono detta: “Mobbbbbasta!”

Troppe definizioni, troppi nomi, troppe categorie, troppo di tutto e vaffanculocon’stinomimaledetti!

Questa era la mia lista di definizioni applicabili a me stess*:

  • Persona altamente sensibile (PAS)

  • pansessuale

  • pangender

  • demisessuale

  • queer

  • donna biologica

  • persona multipotenziale (o scanner)

  • vegan*

  • antispecista

Santisssimocielocheansiamammamia!

Poi l’illuminazione sulla via del Maurice…

Domenica scorsa, durante un caffè lungo ottantaore, parlando con Mar(i)c(k)o e Beatrice, new- entry nella nostra vita, mi sono smembrat* davanti ai loro occhi per riformarmi liquida questa settimana.

Non vi dirò cosa ci siamo dett* di preciso, mi ci vorrebbe davvero troppo, ma posso dirvi che alla fine mi sono res* conto che l’unica cosa che desidero davvero dire di me stess* è che sono una persona. Non sono queer, vegana, antispecista… no, sono solo una persona.

Al limite posso dire che faccio l’attivista queer, che mangio vegano, che vivo una vita seguendo un focus antispecista. Fare, non essere. Mettere in atto, non essere quell’atto.

Mi sono res* conto di aver confuso l’essere con il fare, sovradeterminandomi e lasciandomi sovradeterminare bestialmente.

Dopo essermi desnortead* (aver perso il nord, in lingua portoghese), rieccomi!

Tutto ciò che sono e faccio e penso e sento in una sola persona: Marta. Solo Marta.

L’ansia è svanita, mi sembra di aver perduto 20 kg, viaggio legger* nella mente, mi riprendo pezzi miei, lascio i piedi scoperti, mi passo lo smalto sulle unghie, gioco con le bolle di sapone, invoco l’amore morto, guardo ossessivamente quei film che mi fanno tirare su dal divano e compiere azioni folli come agitare il mio adorabile culo, cantare a squarciagola a mezzanotte per grande gioia del nostro vicino Fabrizio che ci detesta, scrivere lettere d’amore alla notte, sbocconcellare poesie di furia nel mio personalissimo Kaddish funebre… e tutto questo non si chiama in nessun modo, eppure io sono dentro in pieno e faccio questo… come la mettiamo?

Non mi serve definire quale orientamento sessuale ho, a quale sesso appartengo, qual è la mia identità di genere… definire non significa spiegare, non significa dire, non significa confrontarsi. Opinione personalissima. Definire significa applicare nomi, etichette, incasellare, sovradeterminare, categorizzare, perdere qualcosa di molto importante di noi nel momento in cui adottiamo una parola piuttosto che un’altra per dire all’Altro qualcosa che ci rappresenta.

Noi siamo esseri mutanti, una definizione di oggi dopodomani non andrà più bene.

Chi ci chiede di noi e si accontenta della definizione, forse non ha tutta questa voglia di conoscerci. Dire di noi merita accoglienza, necessita ascolto, vuole tempo. Lasciamo perdere la possibilità di presentarci in 3 secondi con parole simili a quelle incrociate da Settimana Enigmistica, fanno pietà.

Parlarsi, comunicarsi, confrontarsi, accogliersi… tutte azioni che vogliono una specifica: un linguaggio comune per intendersi, e per farlo si ha bisogno di trovare terra neutra su cui risignificare insieme di cosa stiamo parlando.

Chi sono io? Una persona, solo una persona, incredibilmente solo una persona.