Manifesto per una pratica di decostruzione

Siamo personcine che sentono la vostra mancanza, noi di THE Q WORD!
Non lasciamo trascorrere troppo tempo senza scrivervi e proporvi qualcosa di nuovo.
Dopo l’ouverture introduttiva, l’intervista a Lorenzo Gasparrini, le info dal mondo sui progetti di decostruzione della mascolinità e maschile egemone e la recensione del magnifico libro di Chiara Volpato (Psicosociologia del maschilismo), eccoci con un nuovo post de L’Altro Maschile.
Oggi parliamo non più di teoria, bensì di pratica, di alternative e ipotesi di decostruzione e costruzione che possano essere inserite in un contesto di realtà sociale, culturale ed educativa .
In queste ultime settimane ci stiamo spaccando il cervello per trovare nuovi percorsi di costruzione ed oggi vi proponiamo alcuni spunti che ci sono venuti in mente sui quali iniziare a ragionare insieme.
Cominciamo?

1

  • Riconoscimento della società eteropatriarcale nella quale viviamo e comprensione piena dei meccanismi che la alimentano attraverso gli agiti umani collettivi che tutte-i-* noi mettiamo in campo quotidianamente attraverso assetti.gesti.linguaggio.agency;
  • riconoscimento dell’esistenza di una UNICA mascolinità egemone ritenuta valida secondo tale società e smantellamento collettivo di questa;
  • riconoscimento dei privilegi di cui gode SOLAMENTE un determinato tipo di maschile e di mascolonità (uomo bianco.cisgender.etero.abile.conforme.lavoratore);
  • riconoscimento e decostruzione della preponderante eredità culturale.educativa (e relativo imprinting) egemone trasmessa dai genitori (in particolar modo dalle madri) e dal sistema scolastico sessita.misogino.violento.maschilista;
  • comprendere attraverso quali meccanismi sociali, culturali ed educativi viene ritenuta valida la mascolinità egemone e performata attraverso il genere maschile cisgender;
  • comprendere come una unica narrazione di maschile e mascolinità sia all’origine dell’esclusione completa di tutte le altre narrazioni maschili non egemoni con le relative (sempre brutali e disumane) conseguenze (emotive.relazionali.fisiche.psichiche);
  • comprendere come una unica narrazione di maschile e mascolinità  rappresenti la base della piramide di violenza (e potere) gerarchica nelle relazioni umane e l’inizio dell’abisso per la costruzione del sé;
  • creare, accogliere e riconoscere come valide tutte le narrazioni di mascolinità  e maschile alternative non egemoni (o subalterne);
  • non chiedere.pretendere.obbligare le persone che vivono un proprio maschile ed una propria mascolinità di adeguarsi e performare gli stereotipi legati al maschile egemone all’interno di una relazione di qualunque natura (fra partners, genitori e figli-e-*, amici-* e amiche) ed agire in base al ruolo sociale che viene imposto come obbligatoriamente corrispondente (il padre di famiglia che porta a casa la pagnotta, il marito che è la roccia della coppia, il fidanzato che paga la cena, regala i fiori ed è sempre disponibile sessualmente, il figlio che deve trovare il suo posto nel mondo aderendo forzatamente ai comportamenti performati dai suoi coetanei);
  • confrontarsi con chi nasce.cresce.viene educato.vive.performa una mascolinità egemone riguardo a che cosa agisce.richiede.obbliga nei confronti di se stesso quotidianamente, che cosa la società gli impone di essere e performare, quale prezzo paga per aderire al “modello unico” (repressione sistematica delle emozioni, omissioni riguardo a parti importanti di sé e della propria vita, menzogne, solitudini, scelte che non corrispondono alla propria natura e non si condividono moralmente.eticamente.emotivamente…) e quale tipo di relazioni riesce a costruire sulla base di tale modello;
  • costruire e mantenere una comunicazione aperta fra tutti i maschili e femminili egemoni e alternativi (o subalterni);
  • creare spazi neutrali di ascolto.confronto.dialogo e conoscenza reciproca per affrontare, decostruire e porre fine alla violenza sociale e culturale all’interno dei quali tutte le persone possano essere coinvolte in maniera paritaria e possano interagire.relazionarsi.agire sinergicamente;
  • creare spazi di ascolto, supporto e accompagnamento all’interno dei quali i maschili e le mascolinità alternative possano denunciare le violenze subite e perpetrate da parte del maschile e del femminile egemone e da parte di quelli alternativi, ed essere accompagnate in un percorso di recupero completo di sé e della propria vita lontano dalla violenza;
  • dare voce.importanza.credibilità.ascolto a TUTTE le persone che subiscono agiti violenti.discriminatori.abusivi.lesivi della propria persona ed avere la possibilità di denunciare tutti i tipi di violenza tentando di costruire (a livello individuale e collettivo) stategie (sociali.culturali.relazionali.educative) efficaci per porre fine all’invisibilità e alla gerarchizzazione della violenza;
  • non perpetrare gli stereotipi collegati al maschile egemone attraverso il linguaggio.la forma di pensiero.di azione.l’attivismo;
  • evitare l’incasellamento mentale facile e pigro nella categoria e nel sottogruppo sociale quando si tratta di relazionarsi con una persona e agire di conseguenza (per esempio: una persona non è “tutti gli uomini” o “tutte le donne”, non è portatrice di tutti i difetti, punti deboli o grandi forze a loro attribuite, bensì è un individuo a sé e va pensato.sentito.percepito.trattato  come unico soprattutto dentro alla propria narrazione);
  • cercare di identificare con chiarezza e lucidità le trappole emotive e psichiche che si presentano nel momento in cui agiamo in un contesto di genere: discriminazione positiva e negativa, pregiudizi, richieste legate al ruolo, paternalismo, categorizzazione, pensiero binaristico sull’Altro;
  • per le persone, come noi di THE Q WORD, non-binarie: prestare grande attenzione a quale tipo di assetti, agiti e agency legati ai generi (binari) si portano avanti: a volte accade, ed è accaduto anche a me in prima persona, che per trovare e vivere un proprio genere personalissimo si performino e si portino avanti, inconsapevolmente, tentativi di costruzione di parti di sé che poco hanno davvero a che fare con la propria natura.desideri.volontà.benessere, ma che invece riguardano un mero “copia e incolla” di quello che si è sempre visto performare dall’Altro che, però, non è noi; stereotipi; manierismi; isterie; discriminazioni; violenze e sistemi di pensiero legati ad una affettività impari e gerarchica che sono in realtà la somma massima di una sincretizzazione di atteggiamenti nati proprio all’interno del sistema eteropatriarcale che si vuole decostruire;
  • supportare, ascoltare, accogliere e riconoscere come valide tutte le manifestazioni ed esigenze emotive.psichiche.fisiche.relazionali di chi ci è accanto, possibilmente  evitando di metterle in relazione con il genere: ipersensibilità, vulnerabilità, emotività, non disponibilità sessuale, manifestazione aperta dei propri sentimenti, possibilità di vivere liberamente la propria affettività relazionale, sono solitamente attribuite alle persone di genere femminile (cisgender), senza tenere conto che, al contrario, riguardano l’intero universo umano indipendentemente dal genere.orientamento.espressione. ruolo.identità. L’unica differenza è che ci sono persone che appartengono o vengono socializzate con un determinato genere alle quali viene loro “permesso e concesso” di agire socialmente tali caratteristiche emotive.psichiche.fisiche.relazionali, mentre per altre è estremamente disdicevole, quando non pericoloso, farlo;
  • decostruire l’idea e l’abitudine estremamente violenta che sia possibile.necessario.che sia abbia un qualche diritto di criticare.giudicare.deridere le pratiche o le non pratiche affettive.sentimentali.relazionali.erotiche.sensuali.sessuali delle persone;
  • interrompere l’abitudine di costituire il proprio sistema di pensiero basandolo su una graduatoria che attesta in maniera inequivocabile chi è più uomo o più donna rispetto ad altre-i: legittimare questa forma mentis significa continuare a squalificare tutte le narrazioni che prendono, per scelta consapevole e spesso per necessità, le distanze da un maschile o da un femminile egemone, invalidandole completamente e quindi sottraendo loro la possibilità di esistere ed essere riconosciute su un piano reale e quindi sociale, discriminandole, agendo una violenza nei loro confronti difficile poi da eliminare  nel breve.medio.lungo periodo e condannandole all’invisibilità e allo stigma sociale e culturale;
  • decostruire il pensiero che gli uomini trans* (transgender e transessuali binari e non-binari), le lesbiche butch e persone di generi non-binari possano minacciare i “veri uomini“. Nel pensiero maschilista egemone rappresentano un fastidioso memorandum in carne ed ossa che un’altra mascolinità e altri maschili sono possibili dentro ad altri corpi.narrazioni.generi. Contando che i “veri uomini” non esistono né sono mai esistiti né mai esisteranno, la minaccia complottista della loro scomparsa la si può smantellare a partire da subito. Prima è, meglio è.
  • Ultimo ma non ultimo: il riconoscimento della legittimità ad esistere. Tutte le narrazioni possibili del maschile fuori dall’egemonia eteropatriarcale sono valide e non perché qualcuno-a o qualcosa faccia loro il grande favore o la grande concessione di permettergli di esistere, ma perché sono già una realtà concreta, che esiste di per sé pur scontrandosi continuamente contro la mancanza di diritti, che resiste, che lotta per mantenersi in vita e non soccombere sotto i colpi (eterni e sempre tremendi) della società nella quale viviamo. La legittimità, l’accoglienza e il riconoscimento dell’Altro rappresentano il primo vero passo verso un nuovo modo di intendere, costruire e agire in un mondo nel quale un altro maschile (ed altri maschili) è davvero possibile.

Passiamo e chiudiamo… per il momento!

 

 

 

Annunci

Le radici del maschilismo

Bentrovati-e-* su THE Q WORD! Proviamo uno strano affetto per la domenica mattina… c’ispira assai!
Oggi proseguiamo con il progetto L’Altro Maschile e lo facciamo partendo dalla recensione di un libro che fra queste mura è diventato, in pochi giorni, un testo fondamentale per riflettere, smantellare e agire attivamente per (tentare di) costruire un nuovo maschile possibile.
Parliamo del magnifico libro scritto da Chiara Volpato, Psicosociologia del maschilismo, pubblicato da Editori Laterza. Un libro agile, che sulle prime appare modesto, magari per quei principianti che si avvicinano adesso al tema. Beh, sorpresona!
Ci piace sempre rimanere sorprese-i-* qui a THE Q WORD! Quella brezza frizzante che sconvolge le sinapsi e fa muovere il culo è sempre piacevole.

Cominciamo con il dire che il libro è un testo che affronta non solo il tema del maschilismo in sé, ma anche tutti gli aspetti ad esso collegati: la violenza maschilista, la mascolinità egemone, le mascolinità alternative, la nascita degli stereotipi, i privilegi di cui gli uomini cisgender-bianchi-europei-eterosessuali godono senza saperlo o riconoscerlo, il backlash effect, la guerra fra i “sessi”, le dinamiche di distruzione sistematica del femminile e della “donnità”, il soffitto di cristallo, gli effetti della pornografia mainstream sulla costruzione di un maschile egemone, le discriminazioni sul lavoro, l’oggettivazione del corpo dell’Altro e la sua deportazione all’interno di un invisibile campo di concentramento dal quale uscire sembra impossibile.

chiara
Il bel libro di Chiara Volpato, Psicosociologia del maschilismo

Chiara Volpato affronta tali temi con grande cura e chiarezza, permettendo a chi legge non solo di imparare immensamente, ma anche di stupirsi ad ogni pagina. Ovviamente lo stupore spesso si trasforma in indignazione, in un vago senso di vergogna di sé, e proprio per questo è un evento psichico ed emotivo di fondamentale importanza. Sono grande fan e assolutamente a favore della vergogna di sé quando questa ci mette sulla strada del cambiamento di assetto, di focus e d’azione. Personalmente, vergognarmi di me mi sta facendo un gran bene, poiché è una sensazione così acuta, spiacevole e disturbante che mi obbliga a fare il possibile per porvi rimedio con quella tipica velocità che solamente l’emergenza richiede. Così smantello, piccono da dentro, rifletto su ciò che in prima persona agisco, ripeto e costruisco attraverso la violenza, la discriminazione, lo stereotipo e la difficoltà di riconoscere come valida la narrazione dell’Altro se si discosta troppo dal (mio) accettabile e comprensibile.

In questo libro vengono chiarite e portate alla luce, in maniera esaustiva, molte delle radici che alimentano e saziano il sistema eteropatriarcale, il maschilismo, la violenza sessista e la disparità fra i generi.
Leggendo la maggior parte delle pagine si comprende come non si potrà mai sperare di vivere in una società funzionale, equa e priva di violenza, senza prima compiere un enorme percorso di conoscenza, consapevolezza e lucidità dentro se stess*-i-e, poiché l’agency di violenza, discriminazione e sopraffazione dell’Altro è dentro il tessuto che ci compone, che compone ognuno-a-* di noi, in maniera (purtroppo) inclusiva. L’essere umano prima e la società poi sono chiamati a compiere una riflessione fondamentale su ciò che stiamo performando, trasmettendo e vivendo, come valori umani. La chiamata è individuale e collettiva allo stesso tempo.

Lo straordinario lavoro di Chiara Volpato sta proprio qui: raccogliere le informazioni, trasmetterle, farti sentire così tanto a disagio, smosso-a-* e interessat*-a-o da fari muovere i muscoli della mente e del cuore insieme, forse per la prima volta.
Un testo imperativo per decostruire, conoscere e riconoscere ciò che si agisce, senza più l’alibi che ci permette di poter dire: “Ma io non lo sapevo!”.
Adesso lo sappiamo.

CORPO DISOBBEDIENTE

Quarto post del progetto “THIS BODY PROJECT

Disubbidire è un’arte.
Disubbidire alla Legge del Padre, allo Stato, a Dio (qualora esistesse davvero), alle regole sociali e culturali imposte al corpo che considerano solamente una biologia-logica-rappresentazione-esistenza binaria che non rappresenta che una parte di un tutto umano e che non tutela praticamente nessuna-o-*.
Esistono regole ormai per tutto, regole non scritte ma piazzate nel maledetto insconscio collettivo dal quale l’essere umano attinge pensieri, azioni e assetti quotidianamente senza neppure saperlo. Regole per come essere, per cosa sentire, per come stare, per come vivere il proprio corpo, per come pensare, per come reagire, per cosa volere. Regole scritte da un sistema etero-cis-patriarcale bianco, egemonico, spesso borghese ed accademico, occidentale.
Regole per come vivere e sentire ciò che nessuno di loro vive e sente.
Allora disubbidiamo e subito.

2

Disubbidiamo all’ignoranza, alla sottomissione, alla verità di altri che non parla per noi e mettiamo in atto chi siamo, cosa siamo e perché siamo, come funzioniamo, cosa vogliamo per noi stess*-e-i.
Disubbidiamo alla biologia, al genere, alla costruzione eteropatriarcale maschilista.
Disubbidiamo alle imposizioni che vogliono vagine liberate e non libere, falli sempre a disposizione e necessariamente penetrativi e performativi, corpi che devono incontrarsi sistematicamente solo per procreare o condividersi sempre allo stesso modo, come stabilito, attraverso metodi-pratiche normati e normativi.
Disubbidiamo alle regole che misurano e paragonano i genitali e che li pretendono conformi, tutti uguali al fine di poter essere definiti “normali” e viviamoci la libertà e la bellezza di essere differenti nelle labbra, nelle curve, negli incavi, nei centimetri, negli odori, nelle pratiche, nei desideri, nelle condivisioni, nelle passioni e nelle fantasie. Nulla dev’essere corretto, modificato, operato, migliorato, perché ogni corpo è perfetto di per sé quando chi lo abita si sente bene nel viverlo e sentirlo. Disubbidiamo ai canoni estetici che mortificano corpo.mente.emotività e cercano di renderci quei fottuti mostri che invece non siamo.
Disubbidiamo alla normatività vaginale-fallica-giovane-superdotata-depilata-possibilmente bianca ed in forma-capace di mantenere erezione-lubrificazione in eterno, al binarismo che non prevede altre narrazioni possibili che possano distaccarsi dalla solita storia di due generi-due sessi e null’altro.
Disubbidiamo per riprenderci i corpi, i generi, i non.generi, i sessi, la sessualità e la non-sessualità, le pratiche e le non-pratiche, gli orgasmi e i non-orgasmi; l’importante è che siano nostre scelte, che ci appartengano, che parlino di noi e di ciò che per noi è rappresentativo della nostra esistenza, della nostra volontà, della reale vita che portiamo avanti con forza e desiderio.
Disubbidiamo per viverci libere-i-*, per godere.venire.sentire.vivere.eiaculare.stare ed essere.
Disubbidiamo da adesso, completamente, per sempre.

 

Può un uomo essere femminista?

Bella domanda!

Qualche settimana fa mi imbatto in questo articolo, lo leggo con attenzione, poi lo lascio decantare come il vino, penso di tradurlo, parto per il mare e ciao.
Di ritorno da magnifici lidi, riecco l’idea di tradurre questo pezzo, molto semplice se vogliamo, appena accennato, ed oggi è il giorno!

Facciamo le cose fatte bene, o almeno proviamoci… il link dell’articolo in lingua orginale, taaaccc:

Può un uomo essere femminista?

Può un uomo essere femminista? Ho sempre pensato di sì.
Questo articolo personalissimo (quasi una micro confessione in digitale), però, mette in evidenza alcuni punti che mi sono sembrati interessanti, purtroppo appena appena accennati mannaggia, che mi hanno dato parecchio da pensare e su cui ho riflettuto per giorni.
Mantengo, nei confronti di questo articolo,la mente in bianco, nel senso che mi sento abbastanza neutrale, così neutrale che manco la Svizzera.

Vi passo la patata bollente, così ce la smazziamo all together! Ditemi cosa ne pensate.
La traduzione, il più fedele possibile alla versione originale in castigliano, è mia.

Può un uomo essere femminista?

Di Eduardo Aguayo

Esistono gli uomini femministi? Possiamo noi uomini essere femministi?
Sono nato in una famiglia di sinistra, mio padre e mia madre avevano un circolo progressista di amicizie e in questo ambiente, negli anni ottanta, quando la nostra democrazia cominciava a funzionare, per me era molto comune ascoltare conversazioni riguardanti i progressi delle donne e come gli uomini della generazione di mio padre si definissero “femministi”.
Le ragioni, per loro, erano chiare: lavavano i piatti, qualche volta preparavano i pasti, non gli importava che le proprie mogli uscissero e alle propri figlie davano una certa educazione sessuale, ecc…

balletto-padre-figlia (1)

Chiaramente questi signori non erano femministi, credevano di esserlo, e così potevano vivere nell’autocompiacenza per non rinunciare ai privilegi che il patriarcato aveva conferito loro. Come se avessero raggiunto una sorta di nirvana mistico, ricco di saggezza, nel quale non dovevano fare più nessuno sforzo affinché le donne potessero raggiungere l’uguaglianza.
Questo mi ha reso sospettoso nei riguardi di noi uomini che ci definiamo femministi. Lo siamo realmente o agiamo come i nostri padri? La mia opinione, che può essere errata, è che abbiamo accettato alcune cose per vivere con la coscienza tranquilla però siamo ben lontani dal conoscere i nostri privilegi e ancora di più dal rinunciare ad essi.

Ho conosciuto uomini che, considerandosi femministi, credono di possedere una superiorità morale rispetto agli uomini maschilisti, di poter parlare alle donne di temi che appartengono ad esse e di fare mansplaning riguardo ad ogni tipo di tema, come la prostituzione, la vendita delle capacità riproduttive delle donne ecc.

Mi considero in una ricostruzione di me stesso partendo dal femminismo, però è un processo che si protrarrà per tutta la vita; sono circondato da privilegi (artificialmente concessi dalla società) per essere nato uomo, e molti di essi sono per me invisibili (fruibili in maniera gratuita); è, questo, un processo di apprendimento continuo.
Ho visto molte volte uomini femministi offendersi quando le donne li tirano fuori dalla loro comfort zone (che è immensa). Ho visto come uomini femministi, davanti ad un gruppo di donne, sentano la necessità di doversi mettere in mostra invece di rispettare gli altrui spazi, o come questi uomini, in ambienti eteropatriarcali, rimangano in silenzio su temi che potrebbero compromettere la loro posizione nei confronti di amicizie e sul lavoro (per esempio).

Una delle cose che più mi sorprendono è il costante parlare di alcuni uomini riguardo ai vantaggi che il femminismo ci offre (perché ci sono), però mi sembra che sia un modo per metterci, nuovamente, al centro del tema. Per esempio: è molto comune che dicano che grazie al femminismo noi uomini possiamo piangere o esprimere i nostri sentimenti. Di ciò che dovremmo parlare e convincerci è invece che, per colpa del maschilismo, le donne vengono assassinate, commercializzate, mutilate, maltrattate, che hanno accesso a lavori peggiori, che le pagano meno… che vengono insultate, infastidite, stuprate, ecc. Che tu, como uomo, possa o no piangere, comparato con tutto questo, mi sembra un’inezia.

Uomo femminista, non pensare mai di sapere tutto, poniti delle domande ed ascolta le tue compagne femministe, permetti a te stesso che ti facciano cambiare idea.

Cadere nella convinzione che sei già femminista non ti permetterà di progredire, ti trasformerà in un essere passivo. Domandati tutti i giorni quali sono i tuoi privilegi e come puoi agire in maniera che i tuoi amici e tu possiate rinunciare ad essi: cerca di trasformare i tuoi spazi in spazi egualitari.