ALICE ARDUINO: ATTIVISMO, PASSIONE E ARTE SOVVERSIVA

L’onestà intellettuale prima di tutto… Alice Arduino, fotografa-blogger-scrittrice-fotoreporter-attivista-artista-intellettuale sovversiva e grandissima donna combattente, è una mia amica. Ho pensato di intervistarla per il progetto “THIS BODY PROJECT” perché se c’è una persona che ama il corpo, lo ritrae e lo narra con passione, senza tabù e con incredibile onestà e tenerezza, quella è proprio Alice. Lo scrivo con chiarezza, il fatto che siamo amiche, perché sono di parte, perché adoro il lavoro di Alice, lo seguo con dedizione e cerco di promuoverlo in ogni dove e in ogni quando. Quindi, fatta la premessa onesta, vi presento Alice Arduino in tutto il suo splendore. Eccola per la prima volta su TheQWord, per il “THIS BODY PROJECT”.

  1. Ciao Alice, benvenuta su TheQWord! Per cominciare con il piede giusto… parlaci un po’ di te (chi sei, di cosa ti occupi…).

Mi chiamo Alice e sono una fotografa che si occupa di immagini sportive e di eventi. Da sempre militante e attivista, realizzo progetti a sfondo sociale occupandomi di temi sensibili, quali l’ambito LGBTI+, stereotipi sul genere, violenza sulle donne o catastrofi naturali, come il reportage sul terremoto che ha colpito l’Aquila nel 2009.

Il mio lavoro però, non si limita solo alla fotografia, mezzo con cui esprimo le mie azioni militanti. Realizzo anche opere artistiche con quadri ad olio in stile surrealista o di stampo fumettistico, ambito in cui esprimo me stessa in forme diverse e fantasiose. Ho un blog chiamato Talco Web (https://talcoweb.com/) in cui recensisco principalmente libri, films e serie tv che meritano attenzione per i temi trattati, diffondendo conoscenza e informazione su ciò che è già stato realizzato.

  1. Guardando i tuoi progetti fotografici ho notato che i tuoi scatti sono molto collegati alla questione del corpo: qual è la tua relazione con il tuo corpo e con il corpo dell’Altro?

Io ho un buon rapporto con il mio corpo. Mi piaccio e spesso lo uso nelle mie opere fotografiche. È anche più facile perché su di me posso sperimentare e decidere cosa voler rappresentare. Parto da un’analisi di me stessa per parlare anche degli altri. I miei pensieri e le mie riflessioni possono essere le stesse che ha un’altra donna o un uomo. I miei progetti devono far riflettere chi osserva. Lo spettatore non deve mai essere passivo, ma coinvolto in prima persona quando osserva una mia fotografia.

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Alice Arduino
  1. Come nascono i tuoi progetti fotografici?

Nascono dalla voglia di raccontare delle storie, di voler narrare qualcosa, pongono domande, offrono risposte ma allo stesso tempo possono essere interpretati in più modi da chi osserva. Sono aperta ad analizzare qualsiasi tema, ogni cosa che catturi la mia attenzione e che, secondo me, necessita di essere sviluppato più a fondo. Nei miei progetti c’è sempre il mio punto di vista, la mia visione, l’espressione dei miei valori e principi che però non tolgono una interpretazione più ampia del tema trattato.

  1. Hai voglia di parlarci del tuo progetto “Drag King- Uno sguardo sui generi?”

Il progetto nasce per caso, in poche ore, ed è stato realizzato in una giornata. Ero venuta a conoscenza di un laboratorio organizzato a Torino da un collettivo femminista chiamato Sguardi sui Generis e ho voluto analizzare la figura femminile e le sue trasformazioni da donna a uomo, attraverso il gioco dei Drag Kings, trattando gli stereotipi sulla figura femminile, sul modo di vestirsi, di comportarsi e di interpretare il ruolo maschio-femmina. Non avevo una idea chiara di come svilupparlo, ho semplicemente voluto narrare il corpo e le sue trasformazioni in più fasi dall’inizio alla fine della vestizione. Da qui, l’idea di rappresentare quattro immagini in sequenza che narrassero il passaggio. Ad ogni ragazza è stato chiesto di rappresentare una postura che secondo lei fosse “femminile” e successivamente “maschile”, prima con abiti prettamente femminili, dopo con indosso vestiti tipici maschili. Ognuna ha espresso il suo punto di vista in modo molto personale, evidenziando come il genere uomo/ donna è, effettivamente, una costruzione sociale. Il modo di vestire può etichettare una persona, incanalandola dentro quegli stereotipi uomo/donna che la società tanto ama. Ho voluto realizzare delle immagini che portassero alla riflessione di ciò che siamo e rappresentiamo. Il discorso è legato alla figura femminile più soggetta a critiche, qualora non rientrasse nei canoni prestabiliti (capelli lunghi, composta, educata, sensuale etc…) ma lo stesso ragionamento può essere allargato anche alla figura maschile, spesso intrappolata negli stereotipi di uomo forte e macho. Alcune foto realizzate sono state pubblicate nel libro in Il Re Nudo. Per un archivio Drag King in Italia, a cura di Michela Baldo, Rachele Borghi, Olivia Fiorilli (https://www.libreriauniversitaria.it/re-nudo-archivio-drag-king/libro/9788846738271), e nel 2013 è stata fatta una presentazione del libro ed esposizione delle opere presso la Libreria Feltrinelli di Torino.

Potete vedere le immagini del progetto al link: Drag King: uno sguardo sui generi (https://www.alicearduino.com/drag-king)

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Uno scatto dal progetto “Drag King: uno sguardo sui generi”
  1. Ho trovato straordinari gli scatti che danno corpo a Jacket & Naked e Raggi X, da cosa sono stati ispirati?

Jacked & Naked (2016) (https://www.alicearduino.com/jacket-and-nacked e Raggi X (2014) (https://www.alicearduino.com/raggi-x), sono stati realizzati per una riflessione sul corpo femminile. Il primo è una ricerca dentro se stessi, un progetto che nasce con l’intento di analizzare il corpo e l’inconscio attraverso foto artistiche, volto ad analizzare qualcosa di reale e tangibile come il corpo, ma anche astratto, non visibile, come l’anima. I graffi, le immagini corrose e lo sfuocato nelle foto esprimono le ferite che ognuno di noi ha sulla pelle e nell’inconscio. L’unione di due elementi che coesistono dentro di noi e si mischiano ogni giorno nella vita quotidiana, attraverso autoscatti che vogliono esaltare le curve del corpo femminile senza essere esplicite.

Il secondo, invece, analizza l’interno, lo scheletro, le ossa, ciò che ci rende esseri umani, analizzando tre fotografie di me, attraverso tre punti di vista differenti: se nello “scheletro della mano” si mostra il “dentro e fuori” con due foto ravvicinate, nel “teschio” la radiografia si incastra perfettamente come continuazione del corpo, nella “cassa toracica”, l’immagine è sovrapposta mostrando ossa e pelle in un’unica figura trasparente. Tre modi diversi di raccontare chi siamo.

6. Frocifissione è un’idea quasi blasfema e per questo vogliamo sapere tutto    ciò che la riguarda. Hai avuto problemi nel far conoscere il progetto?

No, assolutamente, ma credo che questo sia dato dal fatto che i canali dove è stata esposta l’opera erano neutri e non ha avuto molta pubblicità. Nel 2010 per la Giornata Mondiale contro l’Omofobia era in mostra presso l’Università di Torino e nel 2012 a “Io Espongo”, rassegna per giovani emergenti. Qui ha preso 20 voti, rispetto alla prima classificata che ha passato il primo step di selezione con 40 voti. È stata già una vittoria! In generale, sui social l’opera è stata criticata e considerata, appunto, blasfema, ma da altri è stata apprezzata e capita. Era mio intento creare una immagine forte che arrivasse dritta al cuore senza usare giri di parole, che trasmettesse sgomento, fastidio o ammirazione in chi la vedesse. L’obiettivo era non lasciare indifferenti e provocare emozioni nell’osservatore. Ho più volte dichiarato: “La mia intenzione è di creare scalpore, colpire e creare shock visivo e mentale! La mia non è un’opera blasfema ma ha in sé qualcosa di più profondo. È una DENUNCIA! Denuncia nei confronti di una Chiesa che si fa portatrice di verità e della parola di Dio interpretando la Bibbia, che proclama Pace e Amore ma è ipocrita, omofoba e razzista. La messa in croce sta a significare la SOFFERENZA che le persone omosessuali hanno e subiscono ogni giorno da parte di uno Stato che nega i diritti civili e di una Chiesa che ci addita come “persone che devono guarire da una malattia”. “Still Alive” ovvero “sopravvivere”. Sopravvivere ai soprusi che vengono inflitti ogni giorno alle persone omosessuali. Io rappresento una donna/uomo in croce che, al contrario di Gesù che è morto per redimere e salvare l’umanità e che aveva Dio a proteggerlo, non ha niente. Sono solo una persona umana che lotta per avere ciò che gli spetta! E lo farò con ogni mezzo possibile!“.

Naturalmente, non ho avuto l’appoggio da parte delle associazioni LGBTI+ torinesi ma solo di alcuni singoli. Spesso i miei lavori non sono considerati dalla comunità di cui faccio parte. Non ho mai capito il motivo, visto che lavoriamo nella stessa direzione. Le mie opere sono molto più apprezzate e sostenuti da persone eterosessuali! Non a caso, la maggior parte dei miei progetti, sono stati esposti presso la Galleria del MAU – Museo di Arte Urbana con cui spesso collaboro e che ringrazio ogni volta per lo spazio e la fiducia che mi concede.

Vorrei riproporre Frocifissione in altri contesti e sono sicura che solleverebbe molte polemiche. In tal caso dovrei anche pensare alle eventuali conseguenze e magari avere un avvocato per tutelarmi da eventuali attacchi legali da parte della Chiesa o delle istituzioni. Avessi i soldi, probabilmente spingerei maggiormente l’opera e farei in modo che possa essere pubblicizzata, discussa e criticata. In ciò che faccio ci metto sempre la faccia e il nome. Sono visibile e questo, a differenza di altri artisti che lavorano con pseudonimi e non si espongono direttamente, mi porta ad affrontare i problemi in prima persona.

La fotografia è visibile al link: Frocifissione (https://www.alicearduino.com/frocifissione)

 

  1. Ora, tu non sei solo una fotografa che si occupa di violenza sulle donne, corpo e terremoti, bensì sei anche la straordinaria narratrice-scrittrice che c’è dietro il monumentale progetto Celebrate Yourself. Raccontaci di cosa si tratta.

Celebrate Yourself è il mio ultimo progetto, pensato e promosso nel 2017 e che vedrà l’esposizione di una mostra in una galleria a Torino nella primavera del 2018. Le interviste sono state pubblicate sulla rivista Pride Online che ha creduto nella mia idea e ha dato spazio alle storie. Ho voluto parlare e raccontare con interviste registrare, scritte e fotografie, le vite delle persone appartenenti alla comunità LGBTI+. Sentivo la necessità di narrare la realtà, di andare oltre le etichette quali “lesbica, gay, bisessuale, transessuale”, mostrando persone con i loro hobbies, passioni, valori e principi. Volevo che parlassero di sé, dei loro amori, della vita di coppia, dei figli, delle relazioni sociali positive e negative, di tutto ciò che sono e fanno ogni giorno. Insomma, ho voluto esaltare le loro qualità. Queste persone esistono, ma sono ancora poco accettate nella società. Nonostante l’avvento delle Unioni Civili in Italia, mancano ancora molti diritti e le persone LGBTI+ sono sempre considerate persone di serie B.

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Alcuni magnifici scatti del progetto “Celebrate Yourself”

Il progetto ha un duplice obiettivo: da una parte vuole aiutare chi ancora non ha fatto coming out ad uscire allo scoperto, a togliersi il tabù della vergogna e la paura di non essere accettato/a. Dall’altro, vuole sensibilizzare maggiormente le persone etero rispetto a questo mondo, perché gli/le intervistati/e sono normali, fanno sport, vanno a teatro, suonano uno strumento musicale, cantano, vanno al cinema, cucinano, lavorano, e poi sono anche omosessuali e transessuali. Questo, però, passa in secondo piano, perché il fatto che ti piaccia un uomo o una donna, i tuoi gusti sessuali, non deve essere una prerogativa di discriminazione o di una mancanza di rispetto verso gli altri. Chi ha partecipato al progetto ha “celebrato se stesso”, si è messo in gioco, ha parlato senza nascondersi. Ha compiuto un atto di coraggio, qualcosa di non scontato, visto che molte persone omosessuali, ancora oggi, non si sono dichiarate alle famiglie o sul posto di lavoro. A loro va la mia gratitudine e un ringraziamento per aver portato avanti questa lotta insieme a me.

Il progetto è visibile sul mio sito: Celebrate Yourself (https://www.alicearduino.com/celebrate-yourself)

  1. Oltre alle tante cose delle quali ti occupi, tu sei anche una grande attivista per i diritti delle persone LGBTI+ e ti esponi in prima persona per battaglie quali il femminismo inclusivo, la violenza di genere e i diritti civili: come e quando è cominciata la tua vita di attivista?

Non c’è stato un giorno esatto. Fin dall’asilo mi piacevano le ragazze ma ammetterlo a me stessa e al mondo è stato lungo e faticoso. Mi sono innamorata di un’amica ma la cosa non era corrisposta. Da quel momento in poi non ho più potuto negare la mia attrazione verso il sesso femminile. Sono sempre stata una ribelle e casinista. Ho sempre voluto essere libera da ogni imposizione sociale. Nel 2006 a Torino è nato l’Arcigay ed ho iniziato a militare nell’associazionismo. Sentivo il bisogno di relazionarmi con altre persone simili a me, avere un luogo sicuro dove potermi esprimere. Qui ho preso sicurezza, sono diventata responsabile del Gruppo Scuole e andavo nelle classi a parlare con i ragazzi/e di omosessualità, sia come formatrice sia portando la mia testimonianza diretta. Ho fatto il mio coming out al mondo all’età di 26 anni, durante il Pride Nazionale di Torino. La mia foto sul carro uscì sulla prima pagina della Stampa. Ero felice e orgogliosa. Mi piace la visibilità perché è uno strumento di lotta, oltre che di soddisfazione. Da allora ho deciso che non mi sarei mai più nascosta e avrei aiutato gli altri a fare lo stesso, dando l’esempio con le mie militanze e progetti. Avevo intorno a me amici che mi accettavano, l’ho detto ai genitori e ho continuato a farlo e a parlare di me a chiunque incontrassi, fregandomene del loro giudizio. In fondo, se non ti piaccio o hai problemi con i gay, è affar tuo, non mio. Io sto bene con me stessa e questo è ciò che conta.

  1. Siamo due grandi fans dello straordinario lavoro di Diana J. Torres, attivista pornoterrorista, queer e puro corpo politico: cosa ti piace di lei e cosa ti appassiona del suo lavoro?

Adoro Diana perché è convinta delle sue idee e non si ferma davanti a niente. È una provocatrice e il suo obiettivo non è solo quello di scioccare con le sue performance ma anche di far riflettere le persone sulle ipocrisie presenti nella nostra società. Sono consapevole che talvolta è necessario smuovere gli animi delle persone con immagini e gesti forti per farle uscire dal loro guscio e costringerle a vedere. È diventata il mio mito quando ho scoperto del suo assalto pornoterrorista nella Basilica di San Pietro. Un attacco diretto alla Chiesa facendo partire le registrazioni di orgasmi nella navata centrale, mettendo a disagio i presenti e i preti. Ha colpito al cuore coloro che per primi promuovono la castità ma usano il sesso di nascosto per violentare bambini e fare orge. Li ha messi in imbarazzo davanti a tutti. Ammiro chi attacca in modo deciso i poteri forti senza paura.

Molti dei miei pensieri sono gli stessi di Diana. In maniera diversa e più pacata rispetto a lei, rivedo il mio lavoro di attivista, i miei valori, principi e le mie lotte. Con mezzi e metodi diversi, entrambe combattiamo per ciò in cui crediamo con l’obiettivo di smuovere le coscienze dormienti.

(Gli articoli scritti da Alice sul magnifico lavoro di Diana J. Torres li potete trovare qui: https://talcoweb.com/2017/11/03/la-lotta-contro-il-sistema-il-pornoterrorismo-di-diana-j-torres/

e qui: https://talcoweb.com/2017/10/10/il-potere-della-vagina-nella-rivoluzione-sessuale-di-diana-j-torres/)

 

  1. Un pensiero, una citazione o un consiglio per la nuova generazione di lettori-lettrici-lett* che ci seguono?

Non abbiate timori. Imparate ad ascoltarvi e a guardarvi dentro, superate le vostre paure. È necessario affermare le nostre idee e sogni. Siamo la nuova generazione, siamo quella che getterà le basi per il cambiamento. Impariamo dalla storia, dalle lotte femministe e da coloro che hanno lasciato il segno. Mahatma Gandhi diceva:

Siate il cambiamento che vorreste vedere nel mondo.

Sono cresciuta con questo pensiero e lo applico ogni giorno nella mia vita.

Dopo tanto splendore, adesso la parola passa a voi. 🙂

 

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IL BUIO DENTRO L’ORO

Si pensa di trovare un riparo, un rifugio, di condividere la stessa battaglia, di trovare amici-amiche-amic*, di poter formare una nuova famiglia e di creare un’alleanza. Poi, senza sapere come, da grandi condivisioni, pacche sulle spalle e grandi momenti vissuti insieme, ci si trova deportate-i-* in un campo di concentramento umano spaventoso dal quale se ne esce perdendo tutto o quasi.
Non si crede più nell’idea che si portava avanti fino a quel momento, o si fa molta fatica a credere che la si possa portare avanti senza dover per forza essere costretti-e-* ad un gioco al massacro senza senso. L’autostima è distrutta, il senso di vuoto è inumano, il corpo s’infrange in mille somatizzazioni e cronicizza tutto il male.

Si pensa di trovare un riparo, un rifugio, di condividere la stessa battaglia: queste sono alcune fra le ragioni per le quali ci avviciniamo ad un’associazione, ad un collettivo, ad un’assemblea, ad un comitato.
Pensiamo che troveremo mani che si uniscono alle nostre, che percorreremo la medesima via, che lotteremo fianco a fianco per vedere i nostri sforzi tramutarsi in sogni realizzati. Lottiamo ogni giorno per i diritti, per la parità, per vederci riconosciuta la dignità ed il valore, per smettere di morire il silenzio-nell’abbandono-nella piena violenza.
A volte le associazioni, i comitati, le assemblee, i collettivi funzionano, altre volte, invece, diventano spirali infernali dove l’Altro è niente, vale niente, viene ridotto a niente.

Questo post è uno dei più difficili che mi ritrovo a scrivere, poiché mi tocca nel profondo e riguarda non solo la mia esperienza personale, ma anche la vita ed il vissuto di amiche-amici-amic* che hanno sofferto e stanno soffrendo a causa di qualcosa di cui non si parla, qualcosa che è un tabù assoluto e del quale difficilmente si riesce a trovare una via per parlarne senza enormi sensi di colpa.
Parlo dei giochi di potere distruttivi che ho trovato all’interno delle associazioni LGBTI+, ma anche dei collettivi pseudo-queer.
Ho visto e vissuto in prima persona ciò che avviene se ti rifiuti di rimanere un-a-* gregario-a-*, se desideri partecipare attivamente, se desideri portare proposte nuove, se il pensiero che porti è divergente e se dai fastidio ai-alle-a* capoccia di turno. Verrai prima messo-a-* da parte, poi il tuo pensiero ed i tuoi intenti verranno distorti e distrutti, in seguito verranno messi in atto giochini sadici per distruggere la tua vita, la tua relazione sentimentale, il tuo lavoro durato anni e portato avanti con rigore, sacrificio, abnegazione e passione, il tuo percorso personale (sottraendogli sistematicamente dignità, valore, importanza, onore) e, infine, verrai messa-o-* all’angolo, allontanat*-a-o in brevissimo tempo senza spiegazione con il bene placido del resto del branco che ti guarda sogghignando senza difenderti.

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Silenzio. Foto di Geeketto

Non si parla, non si può parlare, di cosa accade in alcune associazioni, gruppi, collettivi e assemblee LGBTI+ e queer perché si pensa che parlare, denunciare, esporsi, danneggerà l’intero movimento e l’intera comunità, ma io non posso rimanere in silenzio, perché so cosa sta accadendo in alcune realtà e se rimango in silenzio saprò per sempre di essere stat* complice.
Pensavo di essere l’unica persona ad aver vissuto una deportazione, una distruzione personale, una cacciata dal falso Eden, ma non è così ed è per questo che scrivo oggi, esponendomi, parlandovi di questo: amiche che stanno perdendo salute, contatti umani, possibilità di carriera… amic* che lottano per riconquistare credibilità, ma anche l’accesso all’affettività violata e devastata… amici che sono stati messi da parte, derisi, utilizzati come pedine per scopi associativi e pubblicitari e, una volta considerati inutili alla (propria) causa, minati personalmente e pubblicamente.
I giochi di potere, la gerarchia di dittatori-dittatrici- dittat* e di sudditanza-schiavitù è la stessa di sempre, quella che si critica tanto del mondo etero-patriarcale-cisgender-bianco-binario e che poi si ripropone ancora più ferocemente nella realtà LGBTI+ e queer. Si porta avanti (a parole) un manifesto di unità, condivisione, alleanza, ma è solo facciata, solo un modo per fare numero e raggiungere visibilità e credibilità. Chi non è al vertice è semplice carne da macello, né più né meno, manodopera a costo zero, corpi che servono solo per aumentare la visibilità e fare massa.
Detesto le citazioni bibbliche ma l’immagine che ho davanti adesso è proprio quella del lupo che si finge agnello, solo che poi devasta l’intero gregge o salva solo chi gli-le-* fa davveo comodo.
Rispetto alla gerarchizzazione del potere e la messa in atto della distruzione dell’essere umano come persona, credo che in una parte di attivismo LGBTI+, ma soprattutto in un particolare e specifico attivismo queer, la pericolosità sia massima, molto più elevata rispetto all’attivismo altro: spesso all’interno dell’attivismo LGBTI+ e queer troviamo persone altamente preparate sulla decostruzione del pensiero-identità-ruolo-orientamento-espressione, più specificatamente (nel caso del focus queer) sulla disintegrazione (teorica) del pensiero binario e delle norme sociali, culturali, identitarie ed educative ad esso collegate che si portano avanti da millenni.
Queste persone sono pericolose non perché decostruiscono il binarismo, che io stess* decostruisco da anni incessantamente e difendo totalmente come unica vera possibilità di avere un mondo plurale e ricco di narrazioni differenti e tutte ugualmente importanti, bensì perché utilizzano e strumentalizzano tali conoscenze per deportare, devastare e sovradeterminare l’Altro senza pietà, ergendosi a portatori-portatrici del Verbo unico e indiscutibile. Quando ci si oppone a tutto questo è la fine.

 
La manipolazione di concetti, idee e strumenti, è abominevole, soprattutto se portata avanti per tenere in scacco un’altra persona, imprigionarla, ed usarla secondo le proprie egocentriche e narcisistiche volontà.
Quando una persona manipola un’altra persona per i propri fini è violenza.
Quando una persona con maggiori conoscenze e strumenti li utilizza per soggiogare un’altra persona è violenza.
Quando una persona utilizza il proprio potere per tirare i fili emotivi-psichici-fisici di un’altra persona è violenza.
Quando una persona, forte del suo ruolo all’interno di un gruppo, esercita tale ruolo per sovradeterminare, minacciare, ledere un’altra persona è violenza.

Oggi ho parlato io. Spero che questa non rimanga l’unica voce.

Nora Book & Coffee: la libreria del miracolo

La Nora di Ibsen, si capisce… e chi sennò? Questa non è una casa di bambola, è una casa mooooooooooolto diversa; nessuna persona al mondo si sognerebbe di fuggire da qui.
Una libreria di gener-i (come mi piace chiamarla), una caffetteria accogliente dal magnifico design, una nuova “tana” per tutt* noi. Femministe e femministi, persone di qualunque orientamento sessuale, genere, espressione e ruolo, cittadine e cittadini che non vi siete mai avvicinat* ai femminismi e alle tematiche LGBTI+: qui troverete uno spazio per l’anima, muri pregni di accoglienza ed un senso umano altissimo.
Ma non solo…

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Logo del Nora Book &Coffe

Il Nora Book & Coffee, in via delle Orfane 24d a Torino, offre la possibilità di scegliere fra oltre 1500 titoli (lo so, anche a me è sembrata un’enormità, eppure è così!) che abbracciano una varietà commovente di tematiche, generi e stili. Si notano, fra gli scaffali, grandi classici che convivono pacificamente con il meglio degli autori e delle autrici di questa nostra epoca contemporanea.
La selezione dei testi è stata, da parte di Denise, incredibilmente attenta, oserei dire quasi maniacale.
Non testi qualsiasi, bensì piccole e grandi perle di narrativa, saggistica e addirittura libri per bambin* genderfree, selezionati accuratamente dopo anni di letture ininterrotte, consigli attenti chiesti e ricevuti.

Il Nora Book & Coffee è la libreria/caffetteria del miracolo perché nasce per offrire alle persone uno spazio libero per esprimere se stesse, nel pieno delle proprie bellezze e delle proprie specialità umane.

I genitori di Nora: Denise, Vincenzo e Cinzia

Non una libreria/caffetteria comune a tutte le altre, manco per sogno!
Nora è stata creata dopo una gestazione durata anni: si potrebbe banalmente chiamarlo sogno adolescenziale, ma io preferisco chiamarla Mission. Il sogno era quello di Denise.
Poi, dopo un incontro avvenuto fra un inventario ed un altro, il progetto è stato fortemente voluto anche da Vincenzo, e la macchina realizza-sogno si è messa in moto…

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Da sinistra: Vincenzo e Denise

Venerdì pomeriggio, noi di TheQueerWord siamo andat* a trovare Vincenzo e Denise per conoscerl* personalmente e dare un’occhiata a Nora.
Oltre alla sublime accoglienza e al delizioso Caffè Filtro, ai dessert vegani recuperati apposta per noi e alla magnifica atmosfera familiare che si respira a pieni polmoni, abbiamo posto alcune domande sulla nascita di Nora.
Ecco quello che ci hanno raccontato…

Chi, come, quando e perché

Denise, antropologa palermitana con uno spiccato talento per la vendita, da quasi sette anni a Torino, correttrice di tesi su argomenti vari, grande esperienza libraria nonostante la sua giovane età, mamma di una magnifica bambina bionda con occhi magnetici celesti; Vincenzo, epocale lavoro nel settore della ristorazione (ambiente purtroppo ancora fortemente influenzato dall’omofobia), grande cinefilo, appassionato non-descrittore di se stesso e innamorato pazzo del suo compagno… sono loro le menti ed i cuori di Nora Book & Coffee.
Denise ha trovato il locale giusto sbirciandolo da fuori, ed attraverso le finestre se ne è perdutamente innamorata. Un amore così non lascia mai scampo.
Ok, facciamolo. Facciamo nascere Nora!
Risparmi di tutta una vita ed investimenti concessi hanno dato il via alla concretizzazione del progetto. Non solo denaro, soprattutto tanta passione e volontà, fiducia, voglia di non mollare. Amici architetti pronti a creare progetti fantastici per lo spazio adatto al sogno in potenza; diversi editori hanno dato in conto-vendita i propri libri con grande fiducia; un fornitore di caffè (Caffè Giuliano) filosofo e sapiente ha saputo trasmettere la passione e la cultura del caffè ad entramb*; supporto familiare come se piovesse: ecco com’è nata Nora. Grazie alla collaborazione di molteplici risorse messe in campo, di più cuori in condivisione.
Nora ha tre genitori: Denise e Vincenzo… e poi c’è Cinzia.
Questa è una storia che vi piacerà…
Cinzia è la mamma di Denise, socia a tutti gli effetti, super femminista, fortemente gayfriendly, che una mattina si è svegliata di ottimo umore ed ha detto a Denise, con una fermezza materna che non ammette repliche: “Il momento è ora, Denise. Ora o mai più.” Infatti, ora o mai più.
Il sostegno emotivo ed economico che Cinzia ha messo in campo per la riuscita della difficile impresa è degna di essere narrata nei secoli dei secoli. Nora è nata anche grazie al cuore di Cinzia, al suo coinvolgimento, alla sua decisione di cambiare vita e giocarsi tutto affinché questo spazio potesse nascere.
La mamma è sempre la mamma, e con mamme così il mondo diventa davvero un luogo migliore dove i sogni prendono corpo.

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Dentro il cuore del Nora Book & Coffee

Perché in via delle Orfane?
Perché il Quadrilatero Romano sta cominciando a risvegliarsi grazie ad attività che stanno aprendo in questi ultimi mesi e che apriranno in un futuro molto prossimo grazie alle idee di giovani imprenditori ed imprenditrici, nuova energia e nuovi sogni che attendono di diventare realtà.
Nora ha tutte le carte in regola per diventare l’ombelico del mondo, una casa per le persone che sognano di condividere spazio, tempo ed idee con il resto dell’umanità. Qui le differenze umane sono IL valore aggiunto e la libertà personale è un must assoluto.

Alla domanda specifica “Perché una libreria di genere-i?”, Denise ci guarda dritto negli occhi e ci risponde senza dubbio alcuno: “Perché è fondamentale che esista un luogo così. Ce n’è bisogno, è per me necessario.”
Vincenzo ci racconta un simpatico aneddoto che riguarda l’esperienza che hanno avuto in un’altra libreria rinomata per avere una parte dedicata alla saggistica e narrativa di genere: uno spazio miserio, un’anta minuscola considerando la metratura della libreria in questione, dove l’unico materiale reperibile era di tipo pornografico, una sorta di catalogo di peni di varie misure.
Risate generali comuni, ma anche una interessante restituzione… ci guardiamo ad otto occhi e ci diciamo mentalmente: “Di Nora c’era proprio bisogno!”.
Nulla in contrario, ma i cataloghi di peni li lasciamo alle antine tristi, qui si fa sul serio.

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Una sbirciatina dalla vetrina del Nora Book & Coffee

Non solo Nora è lo spazio umano che mancava, ma è anche il contenitore e la forma che offre la possibilità di fare cultura di genere-i in maniera democratica ed orizzontale, fuori dalle associazioni a tema, dai collettivi, dalle assemblee dove ce la si canta e ce la si suona sempre fra persone attive-attiviste riguardo a determinati argomenti (vedi femminismi o LGBTI+). Uno spazio aperto alla cittadinanza che arriva a varcare la porta di Nora in cerca di ristoro e si trova a scoprire mondi inaspettati.
Nel sogno di Denise, ed ora anche di Vincenzo (e di Cinzia, oh yeah), Nora esiste per abbattere lo stereotipo, per andare oltre l’idea preconcetta, per permettere la libertà dentro le sue mura, per dare l’input primigenio verso il cambiamento fuori dall’intellettualismo accademico che si crede figo a tutti i costi, oltre il ghetto attivista spesso escludente che respinge ciò e coloro che non riconosce come affini, cominciando dalla strada (nella sua migliore accezione). Qui si fa Cultura senza distinzione di età, geografia umana, esperienze, identità, orientamenti, lotte ed ideali.
Quando ci si incontra senza barriere, ci si arricchisce reciprocamente.

L’unione fa la forza

Ciò che colpisce subito è il legame fortissimo che unisce Vincenzo e Denise. 13 ore giornaliere trascorse sempre fianco a fianco, tutto lo stress pre-apertura affrontato insieme giorno dopo giorno, momenti di sconforto superati grazie ad un’alleanza umana capace di superare qualunque cosa, notti insonni condivise, conti su conti che alla fine quadrano. E poi il pranzo, momento di relax e di stacco assoluto che è divenuto un rito irrinunciabile.

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Qui i libri fioriscono…

Denise e Vincenzo formano un microcosmo di bellezza e serenità, di gioia e condivisione umana davvero toccante, splendida. Oltre a tutto ciò, come se non bastasse, sono di una simpatia che travolge ed affascina, che contagia in pochi secondi.
Guardarl* ed ascoltarl* è stata un’esperienza di assoluta grazia. Una ragione per essere grat* a fine giornata.

Spoileeeeeeeeeeeeeeeeeeeeerrrrrrrrrrrrrr

Denise ci anticipa che questo sarà un inverno mooooooooooolto intenso.
Si parte dal corso di Calligrafia, per poi passare agli incontri sul genere in relazione al lavoro, al futuro Club del libro ed ai corsi sull’Amor proprio dedicato alle giovani adolescenti, per arrivare alle presentazioni di libri su vari temi di autrici e autori giovani e meno giovani decisamente cool…
Tutte attività pensate per aprire un po’ di teste.

Come avrete capito i punti di forza di Nora sono in primis Vincenzo e Denise, l’accoglienza e la simpatia che donano a chi entra dalla porta di Nora, lo straordinario contatto umano dato dal consiglio letterario e dall’attenzione riservati al-la cliente, l’ampia selezione dei testi che accontentano grandi e piccin*, l’ottimo caffè e l’atmosfera ricca di good vibe e allegria che permane nelle sale.

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Ormai conoscete il nome, ormai conoscete la via… non vi rimane che entrare!

Cercate Nora Book & Coffee su Facebook, cliccate MI PIACE sulla pagina, seguite e partecipate alle attività delle prossime settimane e fatevi un regalo: andate a conoscere Denise e Vincenzo e prendetevi un momento di relax per assaporare un buon Caffè Filtro, una tisana o un estratto.
Ci vediamo lì. 😉

UN ALTRO GENERE DI RISPETTO

Raga, oggi c’ho il batticuore!

Quando faccio ‘ste robe qua mi viene sempre l’allegria into core e sdo per la gioia… ma magari se vi rendo partecipi non sarebbe male!

Grandi, grandissime, immani soddisfazioni, mi sta dando il fatto di far parte di questa comunità facebookiana di bbbbelle persone dove si leggono libri femministi fighi da far spavento, il Pasionaria Book Club. Attraverso la comunità ho trovato loro… loro chi? Continuate a leggere e stay veramente tuned! 🙂

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Fatevi conto che tipo una settimana fa, anche qualcosina in più, contatto queste due creature stupende, Giulia e Valentina, autrici.creatrici.scrittrici di questo magnifico blog Un altro genere di rispetto… ed è stato ammmmmmmoooooore a prima vista (virtuale, ahimè!). Propongo loro una intervista, per presentare a voi il loro stupendo lavoro nel blog+pagina di Facebook, ed è incredibile… accettano e sono fantastichissime!
Non solo Valentina e Giulia sono persone che vorresti avere al tuo fianco per chiacchierare in libertà della qualunque, ma sono anche compagne femministe con le quali scenderesti sul campo di battaglia mettendo la mano sul fuoco sulla loro onestà (pure intellettuale!) e sul fatto che ti proteggeranno e ti guarderanno le spalle.

Mi immagino questa nostra intervista.conversazione come una bellissima chiacchierata ad un bar del centro, quello di Torino o di Firenze o di Milano, poco importa, dove siamo tutte e tre (non vi fate venire un infarto, per avere il permesso di usare il femminile ho chiesto loro il consenso! Fregat*!) beatamente sedute comode a disquisire di femminismo/i e di altri argomenti che ci stanno a cuore.

Pront*? Si comincia!
Benvenut* nel mondo di Giulia e Valentina e di Un altro genere di rispetto

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Are u ready baby?

Benvenute su “TheQword”! Fatevi l’identikit e parlateci di voi.

Valentina: Mi chiamo Valentina, ho 29 anni e abito a Firenze. Insieme a Giulia mi sono diplomata al Tecnico Turistico della mia città. Lavoro in uno studio legale e nel tempo libero sono una comunissima ragazza a cui piace uscire e divertirsi. Adoro lo sport, è essenziale per me, e ultimamente mi sono avvicinata al Krav Maga. Ve ne parlo perché la considero una disciplina davvero interessante. Il Krav Maga, o difesa a contatto, permette con pochissime mosse e in pochi secondi di difendersi e mettere K.O. il “nemico”. Non è una disciplina molto conosciuta ma è davvero interessante, soprattutto per le donne che sono spesso vittime di aggressioni. Imparare a schivare uno schiaffo durante la lite con il proprio partner è davvero importante secondo me…

Mi occupo anche di diritti umani. Ho sempre sentito il bisogno di fare qualcosa per gli altri, qualcosa che potesse aiutare.

Viaggiare è un’altra cosa che amo! Conoscere nuove persone, culture, confrontarsi, è sempre stata una prerogativa nella mia vita. Il viaggio più bello e che mi è rimasto nel cuore è stato in Portogallo. Tramite un’associazione volai in Portogallo per uno scambio europeo basato sulla tradizione e la modernità dei nostri paesi. È stato bellissimo poter capire quanto le diversità ci accomunavano e quanto fosse importante conoscere le altre persone e relazionarsi a loro senza pregiudizi.

Sin da piccola ho sempre adorato leggere. Leggo di tutto dai romanzi rosa a quelli storici, dai gialli agli ingredienti dei prodotti sulle etichette al supermercato :-D! Mi piace informarmi e sapere. Ecco, se volete una definizione del mio identikit è curiosità!

Chi mi conosce mi chiama Pollon perché sono una combina guai, mentre a me piace definirmi un panda, scherzosa e giocosa sempre, anche quando sarò una vecchietta!

Giulia: Ciao a tutt*! Mi chiamo Giulia, 29 anni (a dicembre 30, sigh!), fiorentina di nascita e cittadina del mondo per sempre.

Amo viaggiare, leggere, ridere, mangiare e scoprire nuove cose. La vita è un viaggio, una scoperta continua, fatta di mille interessi, persone, sentimenti, culture, odori e sapori… Sicuramente il viaggio più lungo e complesso che faremo.

Ho terminato i miei bellissimi anni di studi universitari in Relazioni Internazionali a Firenze, poi mi sono trasferita Milano per un altro Master, in Cooperazione Internazionale, dopodiché ho abbandonato l’Italia dolce Italia per due anni vivendo a Gerusalemme e in Kosovo. Attualmente sono tornata Milano, dove convivo con mio marito (sì, sono femminista e l’anno scorso mi sono sposata con un femminista! :-D) e due gatte bellissime (amo gli animali!), e lavoro per l’ngo italiana Emergency. Torniamo spesso a Firenze dove ci sono tutti i miei amici e le mie amiche da una vita (cosa sarebbe la vita senza l’amicizia? Io l’ho ribattezzata “Amigioia”), la mia famiglia, due gatti e il mio cagnolino, Dante.

Beh, a volte per conoscere ste stessi o un’altra persona non basta una vita, ma direi che per adesso come identikit possa andare! E sicché… Eccomi qua! 🙂

Parliamo del vostro magnifico blog… prima di tutto mi spiegate come è nato il titolo, che trovo commovente ed incisivo?

Valentina: Il blog è nato dopo che avevamo creato la pagina di Facebook, e ci serve da piattaforma per poter denunciare le ingiustizie o esprimere le nostre opinioni in totale libertà. Il titolo, un altro genere di rispetto, è stato un insieme tra le idee di Giulia e mie. Cercavamo un titolo incisivo che però allo stesso tempo creasse un po’ di curiosità nelle persone che poi ci avrebbero seguite. Giulia ha esordito con “Un Altro Genere Di Rispetto” e a me è piaciuto subito. In fin dei conti cosa è il rispetto? Chi lo definisce? Il RISPETTO non è dare del Lei a una persona come il buon uso consiglia, ma semplicemente credere nel prossimo e rispettarne i valori.

Giulia: Il titolo è nato proprio per dare un senso al nostro obiettivo: il rispetto per tutt*. Consapevoli che la parola “rispetto” sia molto strumentalizzata abbiamo pensato di inserirla nel titolo mettendola però sotto una nuova luce. L’altra cosa che volevamo affrontare era il femminismo con la definizione che riteniamo più opportuna: la parità di diritti per ogni persona, ogni genere. Essendo anche “genere” una parola super strumentalizzata, abbiamo deciso di metterle insieme. Perché di entrambe vogliamo parlare, ma in un modo diverso, ecco com’è nato il titolo: “Un altro genere di rispetto”.

Blog duro e puro: come è nato e di cosa tratta? Quali sono i temi che preferite affrontare attraverso la scrittura?

Valentina: Come dal titolo gli argomenti sono trai più vari. Si parla del rispetto di tutte le minoranze (quanto odio questa parola!) o di chi si sente escluso o fuori luogo dai canoni della società. I temi sono i più vari. Più che altro ci impegniamo a denunciare ciò che secondo noi dovrebbe cambiare nel mondo, cercando di fare cultura e allo stesso tempo acculturarci.

Si parla di femminismo, che comprende quindi una grande varietà di argomenti: femminicidio, sessismo, stereotipi di genere, violenza familiare e di genere, e cerchiamo di combattere con tutte le nostre forze il patriarcato e il maschilismo. Siamo molto vicine al mondo LGBTQIA, e vogliamo difendere a spada tratta i loro i diritti.

Giulia: Io e Valentina ci conosciamo da anni. Alle elementari e alle medie eravamo vicine di classi, alle superiori eravamo in classe insieme. Ci siamo ritrovate a chattare su Facebook i primi mesi del 2014 accomunate da una fortissima esigenza: quella di contribuire a cambiare le cose. Abbiamo deciso di agire, di fare qualcosa. E quale mezzo più potente oggi di un social network? E così è nata la nostra pagina Facebook, dove abbiamo iniziato a condividere notizie, pensieri e a fare informazione con l’obiettivo di stimolare il pensiero critico sul tema degli stereotipi e discriminazioni di genere. Poi ci siamo rese conto che la pagina non ci bastava più, che volevamo anche scrivere qualcosa di nostro, di personale. Ecco che abbiamo fatto nascere il blog, uno spazio tutto nostro dove sviluppare i nostri pensieri e poterli condividere con chi ci vuole ascoltare.

Quale tipo di corrente femminista portate avanti (ecofemminismo, transfemminismo, femminismo intersezionale, femminismo tradizionale old school)?

Valentina: Ecoche? Scherzo! Come ogni corrente di pensiero ci sono mille ideologie. Per me il femminismo vuol dire solo una cosa: RISPETTO PER TUTT*, LIBERTA’ DI PENSIERO E DI AZIONE PURCHE’ SI RISPETTI LA LIBERTA’ ALTRUI. Basta. Non amo definirmi. Non sono tradizionalista per principio, certo, nella vita comune tutti hanno delle tradizioni, ma nel pensiero no, non ne ho. Il mio pensiero è in continua evoluzione e cambia continuamente. Lo considero un pregio. Imparare a rispettare il prossimo (e quindi anche l’ambiente) è l’unica cosa importante per me.

Giulia: Come tu stessa hai esplicitato nell’articolo “In una sola persona”, così come la definizione di noi stess*, anche con la definizione di femminismo non vogliamo confondere l’essere con il fare. Siamo consapevoli di tutte le correnti di femminismo che ci sono, ma fondamentalmente quella che portiamo avanti è la definizione di femminismo che vuole la parità di diritti e di dignità per tutte le persone. Come ho scritto nel pezzo “Femminismo, una parola che non piace. Perché?” (link: https://unaltrogeneredirispettoblog.wordpress.com/2016/01/28/femminismo-una-parola-che-non-piace-perche/) credo che: “lottare contro le discriminazioni sulle donne non possa essere slegato dalla lotta di tutte le discriminazioni, contro il sessismo, contro il razzismo, contro l’omofobia, la transfobia etc. Una volta chiaro il concetto che ogni persona è unica, con pari diritti e pari dignità, è chiaro anche che la violenza di genere comprende ogni etnia, orientamento sessuale (gay-lesbo-trans-bisessuale-queer etc…), identificazione di genere, classe, disabilità, religione e cultura, sono inscindibili nella lotta contro la non uguaglianza del sistema. Le forme di oppressione patriarcale-capitalista sono moltissime e intercorrelate. Una volta aperto gli occhi su quanto sessismo ci viene inculcato fin dalla nascita non ci può essere cieche/i sull’educazione razzista, omofoba e ricca di stereotipi discriminanti. Persone che si dichiarano femministe ma vedono la lotta solo per la parità di diritti di donne bianche e borghesi, o che si occupano solo di alcune categorie di discriminazioni, non possono definirsi “femministe”.”

Il femminismo riguarda tutt*, uomini e donne. Perché anche i bambini sono vittime patriarcato sin da quando nascono, esattamente come le bambine, poiché vengono educati dalla famiglia, dalla scuola e dalla società attraverso stereotipi di genere. Mentre: “Ogni persona ha dei diritti essenziali che costituiscono i valori fondamentali della dignità umana. Ed è giusto che cresca libera da ogni pregiudizio: una bambina può giocare a calcio e fare carriera in astrofisica esattamente come può farlo un bambino. Un bambino infatti può amare la cucina o la danza, diventare un ottimo maestro o qualsiasi cosa voglia senza che per questo debba essere chiamato “femminuccia” o ancor peggio, “gay”. Perché c’è anche questa fantastica tendenza, adesso: oltre al termine “puttana” si ricorre a quello di “gay”, come se l’essere puttana o gay possa realmente costituire un’offesa: non c’è nulla di offensivo (nell’esserlo).” (https://unaltrogeneredirispettoblog.wordpress.com/2016/01/28/aiuto-arriva-il-gender/ )

Che cosa, per voi, il femminismo? Qual è oggi la sua ragion d’essere? Inoltre, il femminismo è anche “cosa di uomini”?

Valentina: Rispondo partendo dall’ultima domanda: il femminismo è PER TUTT*. E come ho asserito già prima è essenziale in questo mondo così malato. Spesso parlando con le persone, queste si spaventano quando affermo di essere femminista, poi però, appena spiego cosa è il femminismo per me, ovvero il rispetto per ogni essere umano, animale e l’ambiente, a prescindere razza, credo religioso o politico, sesso, gusto sessuale etc., beh… mi danno ragione e dicono: “ma anche io la penso così!” … E allora non mi resta che rispondere “Car* sei femminist*!”

Vi è mai capitato di essere discriminat* per qualcosa? A me continuamente. Sul posto di lavoro, tra amici, tra parenti o con il fidanzato. E’ assurdo pensare che in quanto donna io non possa fare determinate cose, che non sia opportuno che io sieda a gambe larghe ad esempio o dire parolacce! Per non parlare poi di cose più serie, tipo viaggiare da sola, o esigere che dopo un matrimonio io stia a casa ad accudire i figli e a pulire casa! E perché io guadagno meno di un uomo a parità di lavoro? Queste sono alcune delle migliaia di cose che vanno cambiate.

Perché le persone gay devono ancora nascondersi? Perché addirittura in alcuni ospedali non possono donare il sangue perché considerate persone con rapporti a rischio? Siamo nel 2016!

Perché le persone non sono libere di camminare per strada tranquille e serene e rischiano di essere aggredite perché diverse dai canoni che la società impone? E perché non possiamo ancora essere liberi di credere in una qualsiasi religione senza essere additati?

Beh il femminismo serve eccome, e di strada da fare ce n’è ancora tanta!

Cosa aspetta l’Italia a creare un partito femminista? In Svezia esiste e va alla grande! Ma qui siamo troppo patriarcal*, maschilist*, spesso misogen*…

Giulia: La risposta della 4 risponde anche a questa. 🙂

Com’è nato il vostro interesse per il femminismo e per le tematiche che affrontate nel blog?

Valentina: Penso di essere sempre stata interessata ai diritti umani. Da che ricordo, sin da piccola sono sempre stata molto sensibile alle ingiustizie e tendevo a difendere il più debole. Poi per motivi personali, mi sono ritrovata a tu per tu con il patriarcato, ed era una cosa che non mi tornava… Ho avuto la fortuna di avere una grande madre, “ribelle” per molti aspetti ai canoni della società e alla mentalità ottusa, che mi ha insegnato a credere nei miei diritti e esporre i miei pensieri. Con il tempo e crescendo spesso mi sono sentita un pesce fuor d’acqua perché non conoscendo ancora il femminismo, pensavo di essere strana. Perché le mie idee erano così strane rispetto alle altre persone? Perché a tutti andava bene vivere nel patriarcato? Io volevo la mia libertà di pensiero, la mia possibilità di esprimermi senza che mi giudicassero! Così, scendendo a patti con la vita finalmente, un giorno, parlando con Giulia ho capito! Ero femminista! Avevo gli occhiali VIOLA! Anzi “VIOLISSIMI!” e tutto il maschilismo che mi circondava era frutto dell’ignoranza di massa e della mentalità ottusa che in Italia dilaga.

Un giorno ero in chat con Giulia, vedevo che lei pubblicava quantità industriali di links sul femminismo e rispetto, e così parlando le ho chiesto di aprire una pagina su Facebook, da cui poi è nato il blog, ed il resto è storia.

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Ecco la fantastica Valentina-pandino!

Giulia: Credo di essere sempre stata una femminista inconsapevole. Certo, con tanti pensieri sessisti e misogini tipici della nostra cultura, ma ho sempre lottato contro ingiustizie e disuguaglianze. Gli “occhiali viola” li ho messi la prima volta durante il mio anno in Kosovo perché il mio lavoro consisteva nell’aiutare una NGO locale che si occupava di diritti delle donne e di violenza domestica ad aprire il primo centro antiviolenza nel Nord di Mitrovica (una zona totalmente assente di welfare, figuriamoci di centri antiviolenza). E studiando questi temi mi si è aperto un mondo. È proprio vero quello che scrive Malapecora sugli occhiali viola: “… I primi mesi sono sconvolgenti perché arrivi a scoprire violenza nella tua idilliaca relazione di coppia, vedi che tuo padre (portento d’uguaglianza per le vicine) fa solo una misera parte visto che il peso di tutta la casa ricade su tua madre (sì, questa signora che nella tua adolescenza era stata una strega si converte in una icona di donna in lotta), riconosci relazioni gerarchiche di genere nel tuo gruppo di amici e amiche, o osservi come lo spazio comunicativo della tua classe lo dominano gli uomini… e ti scopri dando più credito alle opinioni maschili che a quelle delle tue compagne.

Sono dei mesi di risveglio, di scoperta che il mondo nel quale avevi ricevuto laboratori di uguaglianza a scuola in cui la prof ti aveva detto che essere bambina o bambino era uguale per il tuo futuro, è un mondo truffa.

Allo stesso tempo comprendi come i dolori del passato abbiano senso, come si completino le storie comprendendo questa violenza che è invisibile se non possiedi gli occhiali viola.

Vedi anche il tuo proprio maschilismo, la tua maniera maschilista di vedere il mondo: hai chiamato altre donne puttana e zoccola, fai la tonta nelle conversazioni coi ragazzi e ti senti meravigliosamente quando ti dicono che sei “uno di noi”. Sul serio?

Sì, gli strumenti che ha il patriarcato, e che usa durante tutto il tuo periodo di socializzazione, sono riusciti a collocarti nel livello inferiore e in una forma così camuffata che pensi di stare nell’uguaglianza. Già.”

(link: https://malapecora.noblogs.org/post/2013/09/07/gli-occhiali-viola/)

Da allora il mio punto di vista è cambiato per sempre. Non ho più smesso di leggere, di informarmi, di studiare. E ho sentito il bisogno impellente di condividere le mie scoperte anche col mondo, attraverso la pagina Facebook ed il blog.
Da quando sono rientrata in Italia, cerco di attuare nella pratica quello che apprendo attraverso l’informazione. Sono volontaria Unicef e di Croce Rossa e con quest’ultima ho la possibilità di fare incontri sia aperti al pubblico, che nelle scuole medie e superiori, per affrontare due temi principali: gli stereotipi e discriminazioni di genere e la violenza di genere.
Per far questo collaboriamo con i Centri Antiviolenza locali attraverso i quali apprendiamo moltissimo sulla tematica che in ogni caso necessita di personale esperto.
Tra i miei obiettivi c’è quello di iniziare il corso di formazione per operatrice di un Centro Antiviolenza vicino a dove abito, ritengo che per parlare di queste temi sia fondamentale avere una preparazione pratica e teorica.
Esser femminista per me vuol dire accettare un viaggio continuo che non smette mai di farti crescere!

Quale impatto ha il femminismo nel vostro quotidiano? Cosa significa, concretamente, essere femministe al giorno d’oggi nel tipo di società nella quale viviamo?

Valentina: Essere femminist* è una battaglia contro l’ignoranza. Concretamente significa parlare ed esprimere il proprio pensiero ogni giorno senza aver paura di essere giudicati. Vuol dire aiutare, sensibilizzare, essere empatici e soprattutto vuol dire dare sempre il buon esempio agli altri. Spesso è difficile, soprattutto quando si ha a che fare con amici e parenti cercare di non ribadire sempre i propri principi per non essere “noiosi” e ridondanti. Mi hanno accusato anche di sentirmi superiore agli altri… beh è sbagliato. Perché se da una parte asserisco principi e cerco di far capire alle persone cosa è giusto per me e cosa servirebbe a questo mondo, dall’altra ascolto sempre l’altro punto di vista cercando poi di trarre le mie conclusioni. Purtroppo quando si gestisce una pagina o un blog a volte bisogna avere un po’ la “mano ferma”, in fin dei conti è tutto sotto la nostra responsabilità Proprio per questo motivo a volte cerco proprio di non parlare di femminismo e di principi di uguaglianza quando non è il momento, perché in fondo è politica, e la politica porta sempre ai litigi… Mitigare e sapere quando parlare per essere sicur* di essere ascoltat* è la parte più difficile per me. La diplomazia è essenziale!

Giulia: Gli occhiali viola quando li metti, non li togli più. E la vita quotidiana è un banco di prova costante, perché ti rendi conto quanto le strutture sociali siano dure a morire. Ci vorranno secoli prima che le cose cambino. Una donna saggia disse: “mi sento una goccia nell’oceano, ma senza gocce, l’oceano non esisterebbe”. Si, siamo gocce nell’oceano ma la vita non avrebbe senso se non facessimo niente per abbattere le ingiustizie. Più difficile a dirsi che a farsi, è vero. Però sono una grande fan dell’utopìa, intesa nel senso di Oscar Wilde: “Una carta del mondo che non contiene il Paese dell’Utopia non è degna nemmeno di uno sguardo perché non contempla il solo Paese al quale l’Umanità approda di continuo. E quando vi getta l’àncora la vedetta scorge un Paese migliore e l’Umanità di nuovo fa vela. Il progresso altro non è che il farsi storia delle utopie….”.

L’utopia non è irraggiungibile. È il viaggio verso l’orizzonte.

E dato che amo i viaggi, mi metto in discussione in prima persona, le esperienze sono i miei bagagli e pronti, partenza… via!

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Siorre e siorri… Giulia!

Qual è la rotta, secondo la vostra previsione, del femminismo: evoluzione, involuzione, deriva, separatismo…?

Valentina: Spero davvero che fra 20 anni le cose saranno diverse. Se ci impegniamo fin d’ora a crescere i figli secondo dei sani principi basati sul rispetto altrui, forse e lo spero, le prossime generazioni saranno libere di crescere in un mondo più sano. In questo mondo, dove prevarica il più forte, dove si tende a soccombere le differenze, in questo mondo che non mi sembra poi così diverso da quello “Hitleriano…”, per ora un’onda di pessimismo prevarica. Per questo non dobbiamo arrenderci e dobbiamo essere tutt* unit* affinchè si riesca, attraverso la cultura e l’informazione, a sensibilizzare tutt*… Pochi giorni fa una persona che stimo molto ha pubblicato un’intervista allo psichiatra Vittorio Andreoli, relativa alla situazione attuale sulla migrazione e il razzismo, alla domanda “Con i giovani è più facile perché sono come pagine bianche di un libro da scrivere. Ma con adulti già formati come si fa, è una battaglia già persa in partenza?” Lui ha risposto: “No, perché l’espressione esplicita dei pregiudizi nasce dal sentirsi sostenuti. Se nascondono ancora il loro pensiero sono recuperabili. Il problema emerge quando ci si sente in tanti a pensarlo. Bisogna far scoprire cosa c’è nell’altro, cosa significa una società diversa.”

Ecco. Penso che abbia colto il punto.

Fonte: http://agensir.it/italia/2016/07/14/lo-psichiatra-vittorino-andreoli-livello-di-civilta-disastroso-regrediti-alla-cultura-del-nemico/

Giulia: Non ne ho idea! Ho una speranza però. Che tutt*, prima o poi, si viaggi verso un obiettivo comune: l’abbattimento di stereotipi e discriminazioni di genere per un’effettiva parità di trattamento a livello sociale e legale di tutte le persone.

Scrivere oggi: una stanza tutta per sé è ancora un concetto attuale? Scrivere vi offe una possibilità di libertà di opinione, scambio e fruizione di informazioni e di condivisione o per voi è una “pura missione” da pasionarie?

Valentina: Ormai il blog e la pagina di Facebook fanno parte della mia vita. Sono una parte del mio mondo che tendo ben a sottolineare perché mi rappresentano. Scrivere, dai tempi più antichi, è sempre stato essenziale. Spesso non si riesce ad esprimere a parole quello che si esprime scrivendo. Basti pensare infatti, che molte terapie psicologiche si basano sulla scrittura. Lo considero molto importante sia per la divulgazione del pensiero sia per me stessa. Spesso poter comunicare con la scrittura risulta un vero e proprio sfogo personale.

Inoltre ciò che viene scritto rimane. Non sono parole dettate al vento che poi spariscono. Poterle leggere e rileggere ci dona la possibilità di ragionare sulle parole, sul loro significato. E poi rimangono più impresse. Avere la possibilità di scrivere è davvero uno strumento molto potente.

Giulia: Scrivere e condividere sui social e sul web è un modo per rendere usufruibili le proprie idee e le informazioni che riusciamo a trovare. Avere un proprio blog ci da la libertà di dire la nostra, di sviluppare i nostri pensieri rendendoli accessibili a tutt*. Non so se sia una missione, piuttosto la vedo come un modo di vivere. Nonostante gli impegni, gli orari d’ufficio e mille cose, quando hai in mente un pensiero cerchi di ritagliarti il tempo per buttarlo giù e svilupparlo. Credo che sia una libertà immensa.

Cosa vorreste dire.suggerire alla nuova generazione di femministe e femministi?

Valentina: Non arrendetevi e non abbiate paura di esprimere il vostro pensiero. E se vi sentite un pesce fuor d’acqua ricordatevi che ci sono tantissime persone che hanno davvero bisogno del vostro aiuto. In fondo, per me femminismo significa LIBERTA’!

Giulia: Siate voi stess*. Non fatevi condizionare da ciò che vi viene detto o trasmesso. Cercate di sviluppare il vostro pensiero personale informandovi, andando alla fonte, leggendo e non fermatevi mai. Nessuno vi può educare o insegnare ad essere voi stess*. È un viaggio che dovete avere il coraggio di intraprendere da sol*, che sarà pieno di ostacoli e che non finirà mai.

Ad maiora!