Perché Cenerentola è solo per le bambine?

Domandona retorica, of course!

Mie* car*, benritrovat*! Come state in questa magnifica domenica di caldo tropicale al nord e di tempeste e tornadi al sud? Mi auguro bene.
La domanda di oggi, nata da una banale riflessione sul lavoro é: perché Cenerentola è solo per le bambine?
Eeeeeeeeeeeeeeee andiamo ad illustrare ‘sta menata mentale da due soldi.

Cenerentola solo per bambine, ma perché?

Lo sappiamo il perché: perché il gender influenza tutto, pure dei semplici gadget.
In sintesi che non c’abbiamo tutto ‘sto tempo da buttar via…

Ho cominciato circa 10 giorni fa il lavoro di merchandiser per un’azienda che distribuisce i gadget della Disney, fra gli altri, presso i diversi punti vendita piemontesi di una famosa catena di negozi di abbigliamento.
Ora, una volta che i bambini e le bambine si appropinquano alla cassa e vedono i prodotti che carichiamo nell’avancassa o sul display, ecco spuntare sorrisoni enormi, ed ecco spuntare le suppliche ai genitori e alle genitrici per convincerl* ad acquisare questo o quel gadget.
Qui il discorso si fa interessante, perché ci sono delle scene davvero esilaranti a cui assisto ormai quotidianamente: la mamma che si rifiuta categoricamente di compare al figlio il diario segreto di Cenerentola perché “è da femmine, scegli qualcos’altro!“, oppure il padre che suggerisce alla figlioletta di pochi anni che il berretto blu intenso di Paw Patrol non va proprio e “magari preferisci il block-notes 3D di Frozen con Anna ed Elsa, che sono femmine anche loro…“.

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Cenerentola non è la sola ad amare le scarpe…

Le chiacchiere stanno a zero.

I bambini e le bambine non sono liber* di chiedere qualcosa che non appartenga al loro genere di nascita, perché è sconveniente, perché non si fa e basta. Alle femminucce il fottutissimo rosa, ai maschietti il puerile azzurro, non si scampa.

Vergogna alle casse: quando i capricci diventano scienza sociale

Uno degli aspetti più interessanti che mi sta capitando di vedere è la manifestazione palese di un senso di vergogna provata da genitori e genitrici dopo la richiesta dei-lle pargol*.
Vergogna per la richiesta che non passa inosservata, dato che io sono lì a disporre i gadget ed ho occhi ed orecchie dappertutto: se io non ci fossi, probabilmente, questa passerebbe facile facile nel dimenticatoio, ma che un’estranea stia lì ad assistere alla volontà espressa dall’infante… è un problemone.
Mio figlio mi chiede il cappellino di Dory con i glitter fuscia sopra, ommiodddio che roba brutta, ci sarà qualcosa che non va in lui, e questa qui ha pure ascoltato quello che mi ha chiesto mio figlio. Che santa vergogna, andiamo via da questo luogo di perdizione!
Quando poi la richiesta non viene soddisfatta, al piccino o alla piccina di turno scatta l’embolo: ma perché? “Perché è rosa e tu sei un maschio“, dice il babbo o la mamma.
Noooooooooooooooooo, vedi scritto a caratteri cubitali negli occhi del cucciolo arrabbiato e semi.frignante, questo non me lo dovevi dire, mamma.babbo! O mi dici che è perché non hai soldi dietro o t’inventi un’altra storia che regga! Chemenefrega che il rosa è da femmine, a me piace tantissimo, me ne strabatto io di cosa è da femmine!
Al che, dopo l’imperativo negativo del-la genitore-trice accompagnante che non sgancia i soldi per acquistare il suddetto gadget incriminato e desideratissimo, scattano gli urli ed i capricci da manuale e lì la vergogna dell’adult* aumenta a dismisura e si fa insostenibile.
Vedi gente saettare fra gli scaffali con una velocità che manco Usain Bolt riesce a sostenere, trascinando minorenni per un braccio come se non ci fosse un domani!

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Usain Bolt e la sua mitica mossa

Il gender sembra essere insuperabile, anche alle casse di un negozio d’abbigliamento, grazie al perpetrare di una mentalità che continua a sostenere che l’azzurro è adatto al pene, il rosa alla vagina, che non può dare spiegazioni logiche sul perché venga negato ad una bambina un portachiavi blu da 2 euro, che si vergogna di ascoltare una richiesta legittima, sana, che esprime libertà individuale e zero preconcetti.
Una bambina se ne frega di Frozen e magari preferisce i Minions, così come un bambino può volere a tutti i costi l’agenda di Violetta.
E quindi? Qual è il problema? Qual è la mostruosità in tutto questo? Cosa può accadere ad un bambino che desidera indossare un cappellino con i glitter fucsia o ad una bambina che scrive i suoi pensieri su una agenda di Star Wars?

Lo spauracchio della frocitudine è sempre in agguato e terrorizza un po’ tutta la geografia umana in maniera trasversale, turbando sogni.speranze.aspettative. Perché?

Fuori le risposte, gente. Se ne avete.

Madre di nessun* figli*, ugualmente madre

Goooooooooooood morning bella gente!
Sì, sono tornat* dopo un po’ di giorni di assenza. Non ero in vacanza, ma è come se lo fossi stat*. Son stat* impegnatissim* a vivere, che a volte, come ben sapete (forse anche meglio di me, probabilmente!) prende il suo bel tempo.

In questi giorni ho guardato tutti i film romantici possibili immaginabili, ho camminato chilometrate intere tanto da spaccare i leggins nel cavallo (ben 2 paia, signore e signori), mi sono avviat* verso la Via de Tao, ho letto tutto quello che avevo sottomano fra manuali erotici strambi, fiabe e pro-esie davvero inarrivabili per bellezza e potenza, ed ho letto, o meglio, mi sono appassionata, ai libri che parlano di multi-maternità. Qui scatta la domanda… sei incintaaaaaaaaaaa? Nooooo!
Quindi seren*, non dovrete sborsare soldoni per tutine queer e per il regalo di un non-battesimo.

Ho compreso che ‘staffare della maternità mi girava dentro da anni; a volte ero più lucid* e a volte meno e, finalmente, ho compreso che tipo di madre desidero essere. Tatatataaaaaaaaaaannnnnnnn!
Prima di tutto, un grandissimo contributo cognitivo lo devo a questo libro per me fondamentale, Maternità- Il tempo delle nuove mamme, uscito come progetto editoriale da Il Corriere della sera, e che mi ha introdott* al magnifico concetto di Maternabilità.
Satori di quelli che ti stendono raga!

Andando avanti… ho capito che io sono stat* e sono anche adesso una madre, pur non facendo la madre a nessun* bambin* o adolescente o giovine persona. Essere una madre e fare la madre sono due cose completamente diverse. Madooooooooooooooooooooooo’!
Ho sempre pensato che essere una madre, anche di progetti, di idee, di movimenti e di infanti soprattutto, equivalesse obbligatoriamente a fare la madre costantemente, quotidianamente, sempre. Mica vero!

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Procedendo su questo tema, ho compreso finalmente che il legame che ho con bambini, bambine e adolescenti non svanirà mai, perché è proprio un mio elemento, un karma positivo che mi permette di imparare, condividere e mettere in campo una serie di meraviglie. Per cui è perfettamente inutile accanirsi sul tenere lontan* i pargoli.
Una delle rivelazioni che ho avuto in queste settimane è che non solo desidero invecchiare (possibilmente bene, ve ne prego oh Dei dell’Olimpo!), ma desidero invecchiare vedendo crescere nipoti più o meno acquisit*, figlie e figli di amiche-ci e starci, esserci nella loro crescita, fare parte di questo processo poderoso che chiamiamo vita. Questa, ho capito anche se con una certa difficoltà, è la mia maternità, la sola che mi corrisponde, non fatta di rinunce o di richieste insostenibili per come sono fatt*, bensì l’unica che mi offre la possibilità di essere al mio meglio.
Sono arrivat* o ritornat*, nelle ultime settimane, bambini e bambine da tutte le parti che mi cercano, che mi lasciano messaggi vocali di affetto (con la complicità dei genitori amici-amiche che danno loro una mano a registrarli) e che quando mi sono a fianco mi rendono madre, mi fanno essere una madre.
Non c’è felicità materna più grande di questa, per me, perché rispetta l’affetto che sento per loro e al contempo rispetta tutti i miei elementi umani, la mia esigenza di avere ampi spazi di solitudine necessaria per imparare.riposare.crescere.amare, l’impossibilità di esserci sempre, la necessità di dar loro il mio meglio attraverso momenti concreti scissi dall’obbligo e dall’esigenza, dall’abitudine. Non voglio essere una madre per obbligo, per abitudine, per legge umana o divina, bensì per scelta, per ri-significazione costante, per amore.

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Ho anche considerato la mia maternità attraverso una lente queer: impossibile per me fare la madre “normale”, poiché dentro quel mood lì non ci sono ormai da tempo. Mi spiego: l’angelo del focolare, la madre integerrima, la magnifica e pettinatissima casalinga, la madre-donna tutta d’un pezzo… seeeeeeeeee domani!

Il queer mi ha portato a rivalutare il mio Tutto anche nella maternità…

First: A.A.A. Cercasi padre biologico con corrispondente focus prettamente di stampo queer, perché per me i ruoli e gli assetti anche nella genitorialità sono andati distrutti, per crescere insieme erede…

Second: ammettiamo pure che ci sia questo padre biologico (ogni riferimento a fatti e/o persone non è per nulla casuale… tanto hai capito chi sei!), sarebbe complicatissimo viversi una maternità-paternità queer che cozza ogni santissimo giorno.momento.istante con il mondo etero.patriar.nazifeminnista e anche no, grazie! Meglio essere un* zi* o madre di moltitudini di persone in crescita, così non mi esaurisco ancor prima di cominciare e non rischio di mettere al mondo una persona che avrà seri problemi relazionali.emotivi.strutturali ed un lungo eccetera di disagi.
Mi torna in mente sempre questo proverbio africano: “Ci vuole un villaggio per crescere un figlio”, ed io sono assolutamente d’accordo. Un padre ed una madre hanno bisogno di una rete, di persone che li aiutino nella crescita del-la figli*, perché da sol* spesso non bastano a se stess*, creando e creandosi una vita di grandi difficoltà, turbamenti e solitudini. Non parlo solo dell’ausilio dei nonni e delle nonne, spesso fondamentali per la vita delle-i nipoti, ma anche delle amiche e degli amici, di chi ci tiene a loro, di chi vuole loro bene. Non vedo praticamente mai accadere questo miracolo di condivisione e di presenza, ma sì sento sempre più spesso genitori confidarmi grande infelicità, isolamento, esaurimento e tristezza dovuta ad un senso di abbandono sociale, emotivo, anche fisico.

Ho pensato che anche le case, per come sono strutturate, creano un potente isolamento: spazi micro-minuscoli dove ci si può appena girare su se stess*, dove si sgomita per trovare un angolo di pace e dove per avere silenzio è necessario urlare a pieni polmoni. Qualche tempo fa ho pensato che se fossi diventat* madre mi sarebbe piaciuto creare un progetto di Co-Housing in cui ci si dà una mano con tutti gli aspetti della genitorialità, della gestione della casa, del lavoro e del tempo libero; ecco, creare una micro-comunità insieme alle persone a cui si vuol bene con le stesse esigenze che abbiamo noi, nel rispetto degli spazi intimi e delle esigenze personali di ognun*.
Poi mi è stata rivelata la possibilità di essere una madre senza figli* ed ho vissuto un’esperienza personalissima riguardo alla difficoltà pratica di gestire una rete reale di affetti e condivisioni costruttive. Ho lasciato perdere, però almeno ho imparato qualcosa di fondamentale e mi sento felice delle mie scelte e di ciò che ho sperimentato.

Third: meglio dedicarmici, ad essere una madre, come si può e quando si può, percorrendo vie del tutto personali che mi lascino liber* di vivermi anche altro e, nel mio caso, quell’altro significa tutto il resto della mia vita, che prende un posto enorme..

Ora sono nella pace dei sensi.

Mi piace pensare che la mia maternabilità sia una via, una delle tantissime che si possono inscrivere nelle narrazioni materne universali e che sono tutte valide, tutte percorribili, tutte legittime.

Tutte le maternità sono preziose, importanti, magnifiche e completano, attraverso il proprio compimento, questa nostra esperienza umana.

BINARISMO ANAGRAFICO… QUEER SALVACI TU!

In una Italia dove la gerontocrazia regna sovrana e pure a sproposito, io due domandine me le faccio pure…

Può l’età anagrafica delle persone essere presa in considerazione, smontata e ricostruita attraverso la lente Queer? Mi sa di sì.
Il ragionamento alla base di questo mio post è: se il Queer è una forma di lotta anti-identitaria volta a decostruire ogni forma di binarismo.. allora possiamo dire che uno dei binarismi più difficili da eliminare è quello che mette, da sempre, in contrapposizione “vecchi*-giovane”.

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E mo’ parte l’embolo!

Comprendo e difendo senz’altro la questione di rispettare tutte le diverse narrazioni anagrafiche, dato che ognuna porta con sé qualcosa di magnifico ed assolutamente irripetibile, simile solo a se stessa, ma lo strapotere degli-lle attempat* (nella Politica e non solo) e soprattutto degli-lle adult* in generale (vedi sotto la voce Adultocentrismo), mi ha veramente spaccato le ovaie e sono arrivat* ad un punto di stanchezza animica che neanche un burnout in ascesa.
A parte le persone anziane abbandonate nelle strutture o dimenticate a casa loro, che mi muovono dentro qualcosa di incredibilmente forte e mi fanno una tenerezza ed una compassione che manco l’orsetto di peluche di quando ero piccol*… c’è un tipo (solo uno, per fortuna) di persone adulte (che si muovono dal-la giovane adult* al-la vecchi* anzian*) che pensa di detenere il potere supremo della saggezza, della conoscenza e di tutte quelle cose che ti fanno dire: “Oh, quest* ne sa un botto!”.
Spesso sono balle, non sempre è così vero! Quelle che esprimono non sono conoscenze, bensì giudizi, o riletture personalissime di fatti mai stati oggettivi.

L’esperienza è una cosa, la conoscenza è n’altra. Eppure, spesso, le cose vengono nettamente confuse, creando uno strano pensiero ibrido di assioma assoluto valido per tutte le persone presenti nel mondo-universo. Una cosa che TU hai esperienziato secondo la tua natura, predisposizione, conoscenza, strumenti, DEVE essere vera (ed applicabile) per tutt*, una sorta di equazione divina ed indiscutibile. Chi non condivide tale equazione vale meno di te… ma perché?

La gerarchia dell’esperienza e della (discutibile) conoscenza (dei fatti del mondo).

Perché mi esce la bile da tutti i pori, vi chiederete voi leggendo questo mio post… che gliene frega a quest*?! Me ne frega perché l’Adultocentrismo porta con sé un aspetto che mi smuove tutte le mie cose e mi lascia simpatic* come una jena ridens: il processo fantasmatico dei bambini e delle bambine e degli-delle adolescenti. Invisibili agli occhi del mondo, spesso lo sono, anche, agli occhi adulti che l* circondano.
“Ma cosa dici… cosa ne vuoi sapere?, Stai zitt*, sei solo un* bambin*!, Lascia stare… è cosa dei grandi!”, e così via all’infinito, senza contare poi la maxi-generalizzazione che si fa sulle caratteristiche delle-gli adolescenti: sono stupid*, puzzano, sono ignoranti come capre, sono pecore che seguono il gregge, non si interessano a nulla ed un lungo, lunghiiiiiiiiiiissimo eccetera di luoghi comuni.

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Fatto vero accaduto(mi) ieri sull’autobus della linea (infame) 2: ora di pranzo, autobus strapieno tipo carro-bestiame, c’è una scolaresca di bambin* che rientra a scuola dopo un’uscita scolastica…
I commenti partivano da: “Eh, ma i gagni devono prendere un pullman diverso, non possono intasare i nostri. Paghiamo il biglietto, abbiamo diritto a viaggiare comodi”, a “Bambina, togliti lo zaino che mi dai fastidio. Non sono costretto a sopportarti, ho già i miei problemi. E statevene lì, che quando vi muovete ci togliete lo spazio!”.
Ora… posso dire che i-le bambin* avranno fatto quarta elementare, erano molto ben seguit* dalle due insegnant* che gli-le accompagnavano e molto educatamente cercavano di rimanere sedut* vicin* per lasciare posto alle altre persone che salivano e scendevano dall’autobus.
Ho parlato con due bambine, sveglie e magnifiche, ho cercato di farle sedere, ma una signora di mezz’età ci ha schiacciat* senza pietà. Vi lascio immaginare nitidamente la mia faccia e la faccia delle due bambine, che, molto sportivamente, mi hanno sorriso in stile: “Fa niente, dai!”
I commenti li hanno chiaramente ascoltati tutt* i-le bambin* presenti e guardandol* attentamente ho notato un’espressione che non avrei mai voluto vedere sui loro volti: vergogna, disagio. Si stavano vergognando di essere lì, di occupare spazio, probabilmente sentendo di dar fastidio “ai grandi”.

Nooooooooooooooooooooooooooo!!!!!!!!!!!!!! Cheilcielomiaiutiofacciounastrage!!!!!!!!!!!!

Questo è solo un micro-esempio di fatti che accadono quotidianamente per strada e dentro le case: bambin* cresciut* a pane e televisione a cui si richiede di comportarsi come peluches o scimmie ammaestrate (con tutto il rispetto per le scimmie, che peraltro adoro forsennatamente): “Non fiatare, stai diritt* con la schiena, non dire stupidaggini, non fare i capricci che mi fai vergognare!”…
Cosa vogliamo da quest* bambin* e adolescenti? Che siano svegl*, studios*, che salvino il mondo, che siano brillanti, che facciano come vogliamo noi, che siano la nostra fotocopia, che siano quello che noi non siamo mai riuscit* ad essere nella vita, che siano la nostra continuazione, che ci rendano orgoglios*, che si possano sfoggiare come trofei e farci fare anche bella figura, che stiano buon* e che stiano compost*, che si comportino a modo, che non facciano cagate…
NOI vogliamo questo. Noi. Lo pretendiamo. Loro invece cosa desiderano? Come si vedono? Spesso sovradeterminiamo loro e le loro intere esistenze senza nemmeno accorgercene. Diamo per scontate tutta una serie di caratteristiche che vorremmo che possedessero, pretendendole a suon di rabbia e ricatti.

L’Adultocentrismo è questa strana condizione in cui se sei adult* o adult*-anzian* ti credi migliore dei-lle bambin*, delle-gli adolescenti e dei-lle giovani, perché hai vissuto di più, perché hai studiato, perché hai fatto delle cose e loro no, perché c’hai l’esperienza sul groppone e hai letto magari una fraccata di libri.

Secondo fatto accaduto(mi) ieri (maròòòòòò che giornata!): ho la fortuna di dare lezioni di lingua ad uno straordinario ragazzo di tredici anni, Ludo. Tredici anni.
Bene, lui è un fottutissimo genio e mi dà tanta di quella merda (in senso Queer e assolutamente positivo, s’intende!) che la metà basta. Ebbene, ieri pomeriggio, Ludo se ne viene fuori con un’idea per un racconto che santissimocielocom’èchenessunocihapensatoprima?… Gente, un’idea che mi ha lasciat* senza parole, che mi sta occupando mente, cuore e spirito da quando lui l’ha pensata. Tredici anni, e rimani senza parole con la faccia quadrata, sbigottita e ti chiedi: “Come ha fatto? Ma dai! Io non sarei mai arrivat*, cavolodiquelcavolaccio!”
Ah, Ludo è anche fortissimo a praticare sports che io neppure ho mai sentito nominare a memoria d’uomo, ha un talento per l’improvvisazione meta-teatrale che manco gli-le alliev* dello Stabile e ne sa un botto di tecnologia (nativo digitale, gente, mica bruscolini!), musica e films. E queste sono solo alcune delle perle che mette in campo, figuratevi il resto!
La sua magnifica sorella, Francesca, una manciata di anni in più: pasticcera sopraffina, cantante che ti stende con la bellezza della sua voce, nails-artist in cammino (Francy, adoro le mie unghie, grazie!), appassionata di arte… così, tanto per gradire!

Per gli-le irriducibili di paragoni a tutti i costi, vi servo subito: se proprio vogliamo farci del male aggggratis, conosco bambin*, preadolescenti, adolescenti e giovani che ci farebbero un deretano grande così (a noi ggggggrandi) se dovessimo avere la folle idea di sfidarl* ad una gara di creatività, resistenza, resilienza, capacità di adattamento, ironia, autoironia, prestanza fisica, e molto altro… davvero, un deretano grande così che torniamo a casa piangendo lacrime di sangue. Figure di me….. a manetta, ladies and gentlemen!

Io dico, l’esperienza è importantissima, ma non è un valore assoluto, o non è il SOLO valore assoluto. L’esperienza, la conoscenza data dai libri, la vita vissuta… ci sta tutto, nulla da obiettare, ma non possiamo pensare che siano gli unici elementi importanti di questa nostra vita.

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Guardare dall’alto un* bambin* o un* adolescente significa squalificarl*, dargli-le meno importanza di quello che merita come essere umano. Non è che siamo nat* prima abbiamo qualche diritto in più, o abbiamo un bonus che ci rende migliori. Se ce la stiamo raccontando in questo modo, forse non stiamo considerando la “moltezza” di ciò che portiamo nel mondo, di ciò che ci rende unici-che, di ciò che possiamo condividere.

Considerare l’età attraverso una lente Queer ci riporta a questo: io ho vissuto più anni di te, vero, ma questo non mi rende migliore. Non valgo più di te perché ho esperienziato di più, perché ho conosciuto di più, perché ho studiato di più. Tu cosa porti nel mondo, nella mia-tua-nostra vita? Mi porti la meraviglia di un primo sguardo posato su una margheritina di campo? Mi porti l’emozione del tuo primo passo? Mi porti la bellezza di leggere le tue prime lettere? Mi porti la passione del primo innamoramento che si affaccia nel tuo cuore?
Portami tutto ciò che desideri portarmi, io ti porto tutto ciò di cui sono capace e lo mettiamo in comune, dividiamo il pane come buon* amiche-ci e così cresciamo insieme, impariamo insieme, ci influenziamo reciprocamente. Io ti porto il mondo che ho conosciuto fino ad ora, che non è tutto il mondo, è solo il mondo che ho conosciuto io, tu mi porti il mondo che stai conoscendo, che stai scoprendo, le tue idee, le tue trovate geniali, la tua forza, la tua capacità di generare il bene e di vederlo riflesso in tutte le cose.

Nessuno sguardo dall’alto ma occhi negli occhi, stessa altezza, medesima importanza, uguale riconoscimento fra le persone, che abbiano compiuto un giorno di vita o che abbiano appena spento 100 candeline.

Il Queer mi sembra (ancora ed il solo) modo per poter smontare (anche) questo binarismo (anagrafico).

SE DAVVERO CI IMPORTASSE DELL’INFANZIA…

Diritti qui, diritti là. Striscioni a destra, striscioni a manca. Slogan su, slogan giù. DIFENDIAMO I NOSTRI FIGLI! Ma per favore, se davvero ci importasse dell’infanzia…

In queste ultime settimane ne ho sentite di tutti i colori, come voi, presumo.

A parte una feroce acidità di stomaco, gastrite psicosomatica da FAMILY DAY con le cifre truccate e l’erba vuota, sono abbastanza incarognita per un’altra questione che mi toglie il sonno e che mi rende simpatica come un infarto al miocardio: l’infanzia strumentalizzata. Bambini e bambine USAT* senza vergogna come arma di distrazione di massa dai media, ma anche, e soprattutto, dai propri genitori per portare avanti e difendere ideologie pazzesche da tardo Medioevo.                            Ora, due cosine fatemele scrivere ché sennò mi viene un ictus: quali bambini e bambine, quali adolescenti state mettendo sulla croce per difendere qualcosa che nessuno sta minacciando di togliervi? Nessuna sottrazione, qui si sfiora l’idea paranoica-persecutoria!

Quali sono questi figli e figlie che voi mandate avanti per sostenere una battaglia incivile, barbara e priva moralità? Di chi sono queste figlie e questi figli? Vostri, certo… perché li avete partoriti voi? Perché li avete cresciuti? Perché il buon semino si è unito con il buon ovulino?

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Mo’ veramente bbbbbasta!

Ho trascorso dieci anni della mia vita, e ancora trascorro il mio tempo, fra bambini, bambine, neonati e adolescenti di tutte le età, non solo in Italia ma anche in altri Paesi europei e non, e quello che ho visto durante tutto questo enoooooooooooooooorme tempo è lo schiacciante menefreghismo e noncuranza da parte dei parents nei confronti dei pargoli. Per un lungo periodo ho dovuto smettere di occuparmi degli infanti non perché non me ne importasse più, ma perché odiavo i loro genitori. Li odiavo, sul serio, con tutta l’energia che avevo in corpo. Ero diventata una palla di furia inavvicinabile, perché non riuscivo a comprendere come li si potesse trattare così senza che nessuno agisse o facesse qualcosa in merito. Il verdissimo Hulk, al confronto, era un timido scolaro!

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Questa sono io nei miei momenti di furia… Statemi alla larga! Uomo avvisato…

Ho visto bambin* sporch*, denutrit*, lasciat* a se stess*, dimenticat*, affamat*, non curat*, non seguit*, figl* di genitori che non avevano la minima idea di come si facesse, il genitore, e a cui non importava nulla di imparare questo mestiere. Questo non accade soltanto nei Paesi del terzo mondo, accade pure nella modernissima e civilissima Europa, gente! Open your eyes!

Ho visto genitori maltrattare verbalmente e fisicamente i propri figli e le proprie figli, insultarl* in mezzo alla strada, mandarl* e scuola senza aver dato loro il cibo sufficiente per tenersi in piedi. Ho visto bambin* calzare ciabattine infradito sotto una pioggia torrenziale ed essere spedit* a scuola con la febbre alta o il vomito perché a casa davano fastidio. Io queste cose le ho viste sul serio, e mi hanno strappata per sempre, ed ho odiato i genitori fino a schiumare rabbia dalla bocca.

Vedo oggi bambin* e adolescenti essere ignorat* completamente da chi li ha messi al mondo, probabilmente troppo occupati dal lavoro, dalla casa e dai mille impegni che riempiono la giornata. Infanti e giovani si muovono per casa dentro un corpo fantasma, dentro una casa che li ignora, accanto a genitori che non li conoscono e con cui scambiano qualche parola la sera a cena davanti all’ennesimo, falso, tiggì. Bambin* e adolescenti abusati, sì abusati, dai genitori: un abuso non è solo un atto di violenza fisica, ma è anche la costante incapacità di comprenderl*, ascoltarl*, di voler dire o fare con loro qualcosa di diverso, che li diverta, che doni loro la fiducia in se stess* di cui sono così carenti. Un abuso si verifica anche quando abusate del loro amore nei vostri confronti, della loro pazienza, della fiducia che ripongono in voi.

Diciamola questa scomoda verità: per quante vaccate possiamo fare, un* figli* difficilmente smetterà di amarci, di cercare il nostro amore e la nostra protezione. Per questo ce ne approfittiamo, perché sappiamo di avere un margine molto ampio di perdono dentro il quale svaccare, lamentandoci vergognosamente con amici e parenti del fatto che questi figli e queste figlie non sono perfett*, non sono come noi li vorremmo e che per questo ci deludono costantemente. Pigri, scostanti, volubili, arrabbiati, noiosi, asociali, senza spina dorsale, privi di passioni e ideali, irritanti, indolenti, sporchi, indecisi, volgari, disinteressati a tutto, sboccati, crudeli, stupidi. Mica come noi! Noi, alla loro età…

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Ma vaffanculo!

Quanti di voi si reputano buoni genitori? Quanti di voi? Alcuni fra voi lo sono stati senz’altro, altri lo sono ed altri ancora lo saranno, su questo non c’è dubbio, ma altri sono stati, sono e saranno genitori di cui i propri pargoli saranno costretti a vergognarsi per il resto della vita e questa è una sensazione devastante. Io lo so, ho attraversato questo sentimento di vergogna e fa veramente schifo.

Prima di provare vergogna per un figlio o per una figlia, assicuratevi che non si verifichi il fenomeno contrario. Fate loro almeno questo favore, please!

Ci sono milioni di bambin* abbandonat* in strutture di stampo nazista che custodiscono gelosamente figli e figlie di genitori etereosessuali, figl* scartat*, abbandonat*. Non solo non li avete volut* voi, ma non volete neppure che altre persone possano volerl*, amarl*, occuparsene, dare loro una vita degna, piena di amore e di attenzioni genitoriali. Perché?

La butto lì, ok? Perché significherebbe portare alla luce i vostri fallimenti, le vostre vergogne, i vostri abissi, le vostre cose irrisolte, le vostre enormi vergogne. Come sempre, qui si parla sempre e soltanto di voi, di che cosa Voi volete, di ciò che Voi considerate giusto, di cosa Voi difendete a spada tratta come verità inalienabili.

Una coppia omosessuale che desidera adottare un bambino o una bambina che voi avete scartato e lasciato indietro, non è in grado di farlo perché vi sembra un gesto abominevole. L’abbandono senza possibilità di rimarginazione è un gesto abominevole, chiedere ad un* figli* di essere infelice per sempre a causa di una vostra scelta è abominevole, impedire ad una famiglia di due persone che si amano di prendersi cura della vita al posto vostro, è un gesto abominevole.                                 Se desiderate difenderl* davvero, con onestà, sarebbe auspicabile cominciare con il difenderl* da voi stess*, dalla casa nella quale sono costrett* a vivere in una infelicità e frustrazione perenne. Cominciate a difenderl* dal vostro stress, dal vostro stile di vita che non appartiene loro, dalle vostre decisioni votate dall’ego.

Un’ultima cosa: difendere i vostri figli e le vostre figlie significa anche scendere in piazza per difendere i diritti delle persone LGBTIQA, perché queste persone che così tanto vi infastidiscono… sono nate da voi, sono i figli e le figlie che avete cresciuto e partorito e che portano i vostri geni. I figli e le figlie LGBTIQA da dove credete che arrivino? Non l* porta la cicogna, sono vostr*.                                                        Dentro le vostre case, rasenti ai muri per non darvi fastidio, spesso nei silenzi di disagio e nelle ore di lontananza, cresciamo noi, figl* vostr*. Non ci conoscete, non sapete nulla di noi e vi importa di noi finché siamo piccin* e poi neanche sempre. Ereditiamo il colore dei vostri occhi, la forma delle vostre ginocchia, il magnifico modo che voi avete di ridere.

Veniamo da voi, siamo vostr* e voi non lo sapete. Andate a manifestare in piazza contro di noi, contro i nostri diritti di amare, di formare una famiglia, di crescere e adottare figl* che ameremmo molto e di cui ci prenderemmo grande cura perché li avremmo a cuore, perché noi l* vedremmo, perché di loro ci importerebbe tantissimo. Perché?

Ci obbligate a nasconderci per anni, ci obbligate ad ascoltare barzellette e battute che ledono la nostra dignità, senza voler sapere davvero di noi. Di chi siamo e di come siamo e di chi scegliamo di essere e di diventare attraverso metapercorsi, processi e trasformazioni (cognitive, emotive e fisiche) altamente dolorosi, devastanti, spesso vissuti ed affrontati in completa solitudine, emarginazione, violenza, sottovivenza.

MOGLI E COMPAGNE ETEROSESSUALI, un avviso a titolo gratuito…

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mentre sfilate orgogliose al fianco dei vostri mariti al FAMILY DAY, sappiate che la maggior parte di loro si spacca di porno, mentre voi non ci siete, cercando maniacalmente video in cui di eterosessuale non c’è veramente nulla. E c’è anche una buona percentuale fra loro che queste fantasie masturbatorie le realizza sottopagando un corpo che esiste solo nel momento in cui li soddisfa sessualmente, ma al quale non viene riconosciuta una visibilità-dignità sociale, culturale, giuridica ed economica.

Quale FAMILY DAY? Quali famiglie? Quelle nelle quali le donne si ammazzano di fatica per crescere i figli e le figlie, mentre il marito è in ufficio tutto il giorno a fare carriera? Quelle nelle quali le donne non hanno parità di diritti ma solo di doveri? Quelle nelle quali le mogli e le compagne, dopo anni di umiliazioni e di abusi di ogni genere, vengono ammazzate brutalmente? Quelle nelle quali le donne sono insoddisfatte, frustrate, e non tutelate nemmeno dallo Stato nel momento in cui decidono di diventare madri? Stiamo parlando di queste famiglie?

Per cortesia…