Diana J. Torres e il suo Pornoterrorismo

via LA LOTTA CONTRO IL SISTEMA: IL PORNOTERRORISMO DI DIANA J. TORRES

Nulla da aggiungere, se non segnalarvi questo articolo immenso e perfetto scritto da Alice Arduino, fotografa-giornalista-blogger torinese dai grandi talenti artistici. L’articolo parla dello strepitoso libro Pornoterrorismo scritto da Torres, che è presto diventato una pietra miliare dell’attivismo queer e post-porno.

Questo suo articolo è semplicemente un capolavoro. Per chi non conosce ancora Diana J. Torres o il grande lavoro di Alice Arduino, eccovele qui entrambe…

Leggete e cominciamo insieme la rivoluzione pornoterrorista! 🙂

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Nora Book & Coffee: la libreria del miracolo

La Nora di Ibsen, si capisce… e chi sennò? Questa non è una casa di bambola, è una casa mooooooooooolto diversa; nessuna persona al mondo si sognerebbe di fuggire da qui.
Una libreria di gener-i (come mi piace chiamarla), una caffetteria accogliente dal magnifico design, una nuova “tana” per tutt* noi. Femministe e femministi, persone di qualunque orientamento sessuale, genere, espressione e ruolo, cittadine e cittadini che non vi siete mai avvicinat* ai femminismi e alle tematiche LGBTI+: qui troverete uno spazio per l’anima, muri pregni di accoglienza ed un senso umano altissimo.
Ma non solo…

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Logo del Nora Book &Coffe

Il Nora Book & Coffee, in via delle Orfane 24d a Torino, offre la possibilità di scegliere fra oltre 1500 titoli (lo so, anche a me è sembrata un’enormità, eppure è così!) che abbracciano una varietà commovente di tematiche, generi e stili. Si notano, fra gli scaffali, grandi classici che convivono pacificamente con il meglio degli autori e delle autrici di questa nostra epoca contemporanea.
La selezione dei testi è stata, da parte di Denise, incredibilmente attenta, oserei dire quasi maniacale.
Non testi qualsiasi, bensì piccole e grandi perle di narrativa, saggistica e addirittura libri per bambin* genderfree, selezionati accuratamente dopo anni di letture ininterrotte, consigli attenti chiesti e ricevuti.

Il Nora Book & Coffee è la libreria/caffetteria del miracolo perché nasce per offrire alle persone uno spazio libero per esprimere se stesse, nel pieno delle proprie bellezze e delle proprie specialità umane.

I genitori di Nora: Denise, Vincenzo e Cinzia

Non una libreria/caffetteria comune a tutte le altre, manco per sogno!
Nora è stata creata dopo una gestazione durata anni: si potrebbe banalmente chiamarlo sogno adolescenziale, ma io preferisco chiamarla Mission. Il sogno era quello di Denise.
Poi, dopo un incontro avvenuto fra un inventario ed un altro, il progetto è stato fortemente voluto anche da Vincenzo, e la macchina realizza-sogno si è messa in moto…

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Da sinistra: Vincenzo e Denise

Venerdì pomeriggio, noi di TheQueerWord siamo andat* a trovare Vincenzo e Denise per conoscerl* personalmente e dare un’occhiata a Nora.
Oltre alla sublime accoglienza e al delizioso Caffè Filtro, ai dessert vegani recuperati apposta per noi e alla magnifica atmosfera familiare che si respira a pieni polmoni, abbiamo posto alcune domande sulla nascita di Nora.
Ecco quello che ci hanno raccontato…

Chi, come, quando e perché

Denise, antropologa palermitana con uno spiccato talento per la vendita, da quasi sette anni a Torino, correttrice di tesi su argomenti vari, grande esperienza libraria nonostante la sua giovane età, mamma di una magnifica bambina bionda con occhi magnetici celesti; Vincenzo, epocale lavoro nel settore della ristorazione (ambiente purtroppo ancora fortemente influenzato dall’omofobia), grande cinefilo, appassionato non-descrittore di se stesso e innamorato pazzo del suo compagno… sono loro le menti ed i cuori di Nora Book & Coffee.
Denise ha trovato il locale giusto sbirciandolo da fuori, ed attraverso le finestre se ne è perdutamente innamorata. Un amore così non lascia mai scampo.
Ok, facciamolo. Facciamo nascere Nora!
Risparmi di tutta una vita ed investimenti concessi hanno dato il via alla concretizzazione del progetto. Non solo denaro, soprattutto tanta passione e volontà, fiducia, voglia di non mollare. Amici architetti pronti a creare progetti fantastici per lo spazio adatto al sogno in potenza; diversi editori hanno dato in conto-vendita i propri libri con grande fiducia; un fornitore di caffè (Caffè Giuliano) filosofo e sapiente ha saputo trasmettere la passione e la cultura del caffè ad entramb*; supporto familiare come se piovesse: ecco com’è nata Nora. Grazie alla collaborazione di molteplici risorse messe in campo, di più cuori in condivisione.
Nora ha tre genitori: Denise e Vincenzo… e poi c’è Cinzia.
Questa è una storia che vi piacerà…
Cinzia è la mamma di Denise, socia a tutti gli effetti, super femminista, fortemente gayfriendly, che una mattina si è svegliata di ottimo umore ed ha detto a Denise, con una fermezza materna che non ammette repliche: “Il momento è ora, Denise. Ora o mai più.” Infatti, ora o mai più.
Il sostegno emotivo ed economico che Cinzia ha messo in campo per la riuscita della difficile impresa è degna di essere narrata nei secoli dei secoli. Nora è nata anche grazie al cuore di Cinzia, al suo coinvolgimento, alla sua decisione di cambiare vita e giocarsi tutto affinché questo spazio potesse nascere.
La mamma è sempre la mamma, e con mamme così il mondo diventa davvero un luogo migliore dove i sogni prendono corpo.

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Dentro il cuore del Nora Book & Coffee

Perché in via delle Orfane?
Perché il Quadrilatero Romano sta cominciando a risvegliarsi grazie ad attività che stanno aprendo in questi ultimi mesi e che apriranno in un futuro molto prossimo grazie alle idee di giovani imprenditori ed imprenditrici, nuova energia e nuovi sogni che attendono di diventare realtà.
Nora ha tutte le carte in regola per diventare l’ombelico del mondo, una casa per le persone che sognano di condividere spazio, tempo ed idee con il resto dell’umanità. Qui le differenze umane sono IL valore aggiunto e la libertà personale è un must assoluto.

Alla domanda specifica “Perché una libreria di genere-i?”, Denise ci guarda dritto negli occhi e ci risponde senza dubbio alcuno: “Perché è fondamentale che esista un luogo così. Ce n’è bisogno, è per me necessario.”
Vincenzo ci racconta un simpatico aneddoto che riguarda l’esperienza che hanno avuto in un’altra libreria rinomata per avere una parte dedicata alla saggistica e narrativa di genere: uno spazio miserio, un’anta minuscola considerando la metratura della libreria in questione, dove l’unico materiale reperibile era di tipo pornografico, una sorta di catalogo di peni di varie misure.
Risate generali comuni, ma anche una interessante restituzione… ci guardiamo ad otto occhi e ci diciamo mentalmente: “Di Nora c’era proprio bisogno!”.
Nulla in contrario, ma i cataloghi di peni li lasciamo alle antine tristi, qui si fa sul serio.

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Una sbirciatina dalla vetrina del Nora Book & Coffee

Non solo Nora è lo spazio umano che mancava, ma è anche il contenitore e la forma che offre la possibilità di fare cultura di genere-i in maniera democratica ed orizzontale, fuori dalle associazioni a tema, dai collettivi, dalle assemblee dove ce la si canta e ce la si suona sempre fra persone attive-attiviste riguardo a determinati argomenti (vedi femminismi o LGBTI+). Uno spazio aperto alla cittadinanza che arriva a varcare la porta di Nora in cerca di ristoro e si trova a scoprire mondi inaspettati.
Nel sogno di Denise, ed ora anche di Vincenzo (e di Cinzia, oh yeah), Nora esiste per abbattere lo stereotipo, per andare oltre l’idea preconcetta, per permettere la libertà dentro le sue mura, per dare l’input primigenio verso il cambiamento fuori dall’intellettualismo accademico che si crede figo a tutti i costi, oltre il ghetto attivista spesso escludente che respinge ciò e coloro che non riconosce come affini, cominciando dalla strada (nella sua migliore accezione). Qui si fa Cultura senza distinzione di età, geografia umana, esperienze, identità, orientamenti, lotte ed ideali.
Quando ci si incontra senza barriere, ci si arricchisce reciprocamente.

L’unione fa la forza

Ciò che colpisce subito è il legame fortissimo che unisce Vincenzo e Denise. 13 ore giornaliere trascorse sempre fianco a fianco, tutto lo stress pre-apertura affrontato insieme giorno dopo giorno, momenti di sconforto superati grazie ad un’alleanza umana capace di superare qualunque cosa, notti insonni condivise, conti su conti che alla fine quadrano. E poi il pranzo, momento di relax e di stacco assoluto che è divenuto un rito irrinunciabile.

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Qui i libri fioriscono…

Denise e Vincenzo formano un microcosmo di bellezza e serenità, di gioia e condivisione umana davvero toccante, splendida. Oltre a tutto ciò, come se non bastasse, sono di una simpatia che travolge ed affascina, che contagia in pochi secondi.
Guardarl* ed ascoltarl* è stata un’esperienza di assoluta grazia. Una ragione per essere grat* a fine giornata.

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Denise ci anticipa che questo sarà un inverno mooooooooooolto intenso.
Si parte dal corso di Calligrafia, per poi passare agli incontri sul genere in relazione al lavoro, al futuro Club del libro ed ai corsi sull’Amor proprio dedicato alle giovani adolescenti, per arrivare alle presentazioni di libri su vari temi di autrici e autori giovani e meno giovani decisamente cool…
Tutte attività pensate per aprire un po’ di teste.

Come avrete capito i punti di forza di Nora sono in primis Vincenzo e Denise, l’accoglienza e la simpatia che donano a chi entra dalla porta di Nora, lo straordinario contatto umano dato dal consiglio letterario e dall’attenzione riservati al-la cliente, l’ampia selezione dei testi che accontentano grandi e piccin*, l’ottimo caffè e l’atmosfera ricca di good vibe e allegria che permane nelle sale.

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Ormai conoscete il nome, ormai conoscete la via… non vi rimane che entrare!

Cercate Nora Book & Coffee su Facebook, cliccate MI PIACE sulla pagina, seguite e partecipate alle attività delle prossime settimane e fatevi un regalo: andate a conoscere Denise e Vincenzo e prendetevi un momento di relax per assaporare un buon Caffè Filtro, una tisana o un estratto.
Ci vediamo lì. 😉

Può un uomo essere femminista?

Bella domanda!

Qualche settimana fa mi imbatto in questo articolo, lo leggo con attenzione, poi lo lascio decantare come il vino, penso di tradurlo, parto per il mare e ciao.
Di ritorno da magnifici lidi, riecco l’idea di tradurre questo pezzo, molto semplice se vogliamo, appena accennato, ed oggi è il giorno!

Facciamo le cose fatte bene, o almeno proviamoci… il link dell’articolo in lingua orginale, taaaccc:

Può un uomo essere femminista?

Può un uomo essere femminista? Ho sempre pensato di sì.
Questo articolo personalissimo (quasi una micro confessione in digitale), però, mette in evidenza alcuni punti che mi sono sembrati interessanti, purtroppo appena appena accennati mannaggia, che mi hanno dato parecchio da pensare e su cui ho riflettuto per giorni.
Mantengo, nei confronti di questo articolo,la mente in bianco, nel senso che mi sento abbastanza neutrale, così neutrale che manco la Svizzera.

Vi passo la patata bollente, così ce la smazziamo all together! Ditemi cosa ne pensate.
La traduzione, il più fedele possibile alla versione originale in castigliano, è mia.

Può un uomo essere femminista?

Di Eduardo Aguayo

Esistono gli uomini femministi? Possiamo noi uomini essere femministi?
Sono nato in una famiglia di sinistra, mio padre e mia madre avevano un circolo progressista di amicizie e in questo ambiente, negli anni ottanta, quando la nostra democrazia cominciava a funzionare, per me era molto comune ascoltare conversazioni riguardanti i progressi delle donne e come gli uomini della generazione di mio padre si definissero “femministi”.
Le ragioni, per loro, erano chiare: lavavano i piatti, qualche volta preparavano i pasti, non gli importava che le proprie mogli uscissero e alle propri figlie davano una certa educazione sessuale, ecc…

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Chiaramente questi signori non erano femministi, credevano di esserlo, e così potevano vivere nell’autocompiacenza per non rinunciare ai privilegi che il patriarcato aveva conferito loro. Come se avessero raggiunto una sorta di nirvana mistico, ricco di saggezza, nel quale non dovevano fare più nessuno sforzo affinché le donne potessero raggiungere l’uguaglianza.
Questo mi ha reso sospettoso nei riguardi di noi uomini che ci definiamo femministi. Lo siamo realmente o agiamo come i nostri padri? La mia opinione, che può essere errata, è che abbiamo accettato alcune cose per vivere con la coscienza tranquilla però siamo ben lontani dal conoscere i nostri privilegi e ancora di più dal rinunciare ad essi.

Ho conosciuto uomini che, considerandosi femministi, credono di possedere una superiorità morale rispetto agli uomini maschilisti, di poter parlare alle donne di temi che appartengono ad esse e di fare mansplaning riguardo ad ogni tipo di tema, come la prostituzione, la vendita delle capacità riproduttive delle donne ecc.

Mi considero in una ricostruzione di me stesso partendo dal femminismo, però è un processo che si protrarrà per tutta la vita; sono circondato da privilegi (artificialmente concessi dalla società) per essere nato uomo, e molti di essi sono per me invisibili (fruibili in maniera gratuita); è, questo, un processo di apprendimento continuo.
Ho visto molte volte uomini femministi offendersi quando le donne li tirano fuori dalla loro comfort zone (che è immensa). Ho visto come uomini femministi, davanti ad un gruppo di donne, sentano la necessità di doversi mettere in mostra invece di rispettare gli altrui spazi, o come questi uomini, in ambienti eteropatriarcali, rimangano in silenzio su temi che potrebbero compromettere la loro posizione nei confronti di amicizie e sul lavoro (per esempio).

Una delle cose che più mi sorprendono è il costante parlare di alcuni uomini riguardo ai vantaggi che il femminismo ci offre (perché ci sono), però mi sembra che sia un modo per metterci, nuovamente, al centro del tema. Per esempio: è molto comune che dicano che grazie al femminismo noi uomini possiamo piangere o esprimere i nostri sentimenti. Di ciò che dovremmo parlare e convincerci è invece che, per colpa del maschilismo, le donne vengono assassinate, commercializzate, mutilate, maltrattate, che hanno accesso a lavori peggiori, che le pagano meno… che vengono insultate, infastidite, stuprate, ecc. Che tu, como uomo, possa o no piangere, comparato con tutto questo, mi sembra un’inezia.

Uomo femminista, non pensare mai di sapere tutto, poniti delle domande ed ascolta le tue compagne femministe, permetti a te stesso che ti facciano cambiare idea.

Cadere nella convinzione che sei già femminista non ti permetterà di progredire, ti trasformerà in un essere passivo. Domandati tutti i giorni quali sono i tuoi privilegi e come puoi agire in maniera che i tuoi amici e tu possiate rinunciare ad essi: cerca di trasformare i tuoi spazi in spazi egualitari.

STOP #bodyshaming

Lo trovo scritto ovunque: post, articoli, citazioni, commenti su Facebook.Instagram.Twitter, quotidiani, magazines, blogs e in links impensabili che c’entrano poco o nulla con il tema.
Hastag gggggiovane coniato per l’occasione sociale e culturale, scritto tutto unito: #bodyshaming.
Fino a qualche tempo fa ‘st’espressione non esisteva e difatti è un neologismo per definire quando qualcun* si impegna tantissimo al fine di farti vergognare del corpo che abiti e che porti in giro per il mondo.

Se hai qualche chilo di troppo (fat shaming), a parte i commenti del parentado poco simpatico e dei soliti personaggioni ilari che fanno certe battutine che ti fanno venire voglia di scartavetrargli la faccia con una smerigliatrice, ma con cui glissi elegantemente per evitare la rissa da bar, mo’ la novità del secolo è: ti prendono per il culo a livello globale anche sui social!

Eeeeeeeeehhhhhhhhhhhh, quale fantastica evoluzione, mammamia!
Effettivamente si sentiva il bisogno di siffatta offesa internettiana. Proprio la ideona che ci voleva per rendere le nostre vite più frizzanti!

Se hai qualche kg in più che schifo copriti non ti voglio vedere; se sei magr* che schifo ti si vedono le ossa (anche se sei magr* arrivano ugualmente commenti fra il capocollo e si chiama thin shaming); se sei troppo pallid* sei una mozzarella facci il favore di prendere più sole; se hai la pelle nera sei un cioccolatino sciolto poco sexy; se sei alt* machitisipiglia con quelle gambe lì; se sei bass* allora sei un* gnom* dei boschi…

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Vediamo di capirci, sì? Basta! Davvero, basta!

Il fenomeno del body shaming è trasversale: vengono sfottut* tutt*, indistintamente, anche se le donne subiscono un maggiore ostracismo, una vera e propria gogna virale. Persone di tutte le età ne sono coinvolte o come vittime o come carnefici, senza esclusione di colpi (bassi), e tutti i gruppi etnici, tutte le geografie umane e religioni ne sono coinvolti.
Chi sfotte chi? Incredibile pensare che, spesso, sono soprattutto le donne a sfottere le altre donne, fra l’altro con una ferocia che manco una jena ridens! Basta guardare le foto postate sui social per trovare commenti talmente offensivi da fare accapponare la pelle al più crudele dei mostri usciti or ora da un film horror. Nessuna pietà, una mancanza di rispetto tout court indecente.
Cosa si sfotte? Dal peso corporeo al taglio di capelli, dall’abito indossato al-la nuov* partner… non importa cosa, basta sfottere senza motivo e senza mezze misure!, e più si lede la dignità della persona a cui i commenti sono rivolti, più il “gioco” sembra appassionare grand* e piccin*.

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Non ho ben capito se si tratti di un orribile esperimento sociale in cui si guadagnano punti o soldi, o una roba diversa, perché pensare che, invece, quello di spezzare l’autostima altrui sia semplicemente un divertimento umano mi fa così schifo da non sapere che dire e mi scende una tristezza melancolica mista a ferocia che non ci sto più dentro.
Denigrare il corpo… questo sì che mi fa veramente incazzare! Con quale diritto una persona può criticarne un’altra, o deriderla, o disprezzarla basandosi sull’aspetto fisico?
Posso non trovarmi d’accordo con un’opinione o un’azione altrui e disquisirne contro o a favore, ma in nessun modo ho il diritto o dovrei avere la possibilità di emettere un giudizio o di offendere un mio simile sulla base (umana) della sua fisicità o degli elementi personali che ne caratterizzano l’esistenza.

Il corpo è sacro, gente, mettiamocelo in testa tutt* quant*. Sì sì, pure l’anima e ‘ste cose qui lo sono, ma con il corpo non si scherza. Mai.
Il corpo è l’unica cosa che davvero ci accomuna, che ci rende simili e attraverso il quale possiamo sviluppare empatia.condivisione.vicinanza. Umanità.

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Le parole, a volte, danno vita ad un processo alchemico all’inverso: dall’oro dal quale possono nascere, divengono puro piombo.
Le critiche e le offese rimangono appiccicate addosso per anni; gli insulti diventano ferite che ci sottraggono qualcosa di fondamentale, come la serenità e la gioia di sentirci dentro noi stess* e ricostruir-si emotivamente dentro un corpo che ci è stato strappato via dalle altrui parole e bassezze è complicatissimo. Un trauma vero e proprio.

Sono sempre stata una bambina grassa, poi sono diventata un’adolescente obesa, piena di cellulite, smagliature, poi cicatrici.
Ricordo ancora, e sono passati più di vent’anni, che le mie compagne delle elementari mi dissero che le mie gambe erano enormi e che il mio sedere era grande come tutta Torino. Lo ricordo come fosse ieri. Avevamo pochi anni allora, ma loro erano già agguerritissime, spietate, prive di compassione e benevolenza verso un corpo che non era il loro, che non rispettavano, che dava loro fastidio perché diverso.
Battute ne ho ricevute, per fortuna, relativamente poche, ma ci ho impiegato una vita a scoprirmi il corpo, a riconoscerlo, a sentirmici bene dentro.
Primo bikini indossato con mia sorella all’età di 27 anni: ci abbiamo messo un’ora per deciderci a togliere quella stramaledetta maglietta e pantaloncino.
Nelle Azzorre il mio soprannome “affettuoso” era cachalote, che è il piccolo della balena in lingua portoghese… questo per farvi intuire la mia stazza.

Sono minuta, strana, il mio corpo è non.conforming rispetto ai canoni di bellezza che vanno tanto di moda (creati dalle multinazionali e dalle agenzie di pubblicità e non dalle persone), ho i capelli bianchi ai lati, i denti che si cariano nonostante la mia ossessione per l’igiene orale, le dita delle mani diverse, la cifosi, e la cellulite rimane lì nonostante la mia amata ginnastica, la pelle poco elastica è flaccida sotto le braccia… devo continuare?
Ci ho messo anni a capire che non mi manca nulla, che io non manco di nulla.
Non sono mai stata una di quelle ragazzine che prendeva ad esempio il corpo di top models, non ero interessata a quel genere di paragoni, eppure tant* delle-i mie-i compagne e compagni, amiche e ed amici, hanno trascorso anni ad ossessionarsi con il proprio corpo, conoscendo orrori da girone infernale e mettendo in pratica privazioni di ogni sorta pur di avere un corpo “a norma”, perché quel preciso commento o quella battuta sempre dietro l’angolo li disfaceva e la pressione sociale era insostenibile.

Vigoressia, disturbi alimentari di ogni sorta, cutting, crash emotivi ed una lunga lista di eccetera ci accompagna da sempre in questo faticoso viaggio psichico.emotivo.fisico che percorriamo abitando il corpo.
Una battuta o un commento denigranti scritti su un social non sono mai innocui, bensì diventano macigni di dolore e perdita, sono impronte di vergogna che rimangono in maniera permanente, nella memoria digitale, quindi indelebile. Un’offesa, oggi, rimane segnata per sempre. Impossibile tornare indietro.

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In questi giorni ho seguito il body shaming di cui è stato vittima il calciatore Higuain, passato alla Juventus e solo per questo, onta imperdonabile per i fans del Napoli, deriso sui social a colpi di frasi poco rispettose e foto ritoccate relative alla sua presunta pancetta. Nessun* si è schierat* in sua difesa, forse perché è un uomo e la questione interessa meno.
Caso di un paio di giorni fa, Il Resto del Carlino intitola infelicemente un pezzo sui Mondiali di Rio “Il trio delle cicciottele sfiora il miracolo olimpico”, riferendosi alle atlete azzurre di tiro con l’arco. Venuto giù il mondo, dimissioni immediate del disgraziato ideatore del titolo e del pezzo.
Higuain non se l’è cagato nessuno, le atlete hanno mosso il mondo (indignatissimo) italiano.
Inutile dire che trovo questa disparità inaccettabile.
Qualche anno fa anche il mio amatissimo Leonardo DiCaprio è stato tormentato da copertine e titoli presumibilmente divertenti che sfottevano fino all’inverosimile il suo aspetto fisico, così pure un altro attore molto amato, Wentworth Miller di Prision Break, ha subito per mesi lo stesso trattamento. Silenzio.

Non so se state seguendo la campagna #ShortsPerTutt* sui social creata da Abbatto i muri, magnifica creatura cibernetica di Eretica: ebbene, l’inferno! Ragazze e donne mostruosamente derise ed umiliate (da altre ragazze e donne!) perché hanno avuto il sacro ardire di pubblicare foto di se stesse indossando shorts con qualche kg in più, con un filo di cellulite o, cosa assolutamente imperdonabile a quanto pare, per non essersi depilate! Apriti cielo, si sono aperte le cateratte della volta celeste e secchiate di insulti sono discese da ogni latitudine e longitudine.

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Fermiamoci.

Non siamo più alle scuole elementari e questa spietatezza infantile non ci è più permessa, non si può giustificare in alcun modo. Non ha scuse né ragione di esistere.

Difendiamo il nostro corpo ed il corpo dell’Altro, questa è materia (umana) sacra, inviolabile. Soprattutto difendiamo OGNI corpo in maniera paritaria, senza distinzioni, in nome di una vera e completa giustizia.

Stop #bodyshaming, la vera vergogna è questo atteggiamento, non il nostro corpo.

FEMMINISMI CONTRO LA GUERRA

14 luglio, ore 00:50, TG3 Linea notte, 73 morti e più di 80 feriti, Nizza, attacco violento da parte di un kamikaze. Folla a terra in mezzo al sangue. Non si sa ancora se si tratti di un attacco terroristico o meno. Forse non è neanche così importante.

Paura, angoscia.

I genitori della persona con la quale condivido la mia vita da millenni si trovano a Mentone in vacanza, dove hanno casa, a poca distanza da Nizza. Con loro due splendide bambine, le nipotine Giorgia e Sofia, di pochi anni.
Il respiro si fa di cristallo, si rompe, mi sento spaventata, non so dove girarmi, sono incapace di stare ferma seduta sul divano a guardare la notizia con i relativi aggiornamenti.
Loro sapevano che Nizza poteva essere un bersaglio, ci hanno detto di non andarci, che loro non ci sarebbero andati per questa ragione.
Non c’erano, infatti. I loro corpi non sono fra la folla a terra, folla morta, corpi stesi a caso, lasciati lì dopo il passaggio del camion, dopo gli spari.
Poi la Germania, che si scopre vulnerabile per la prima volta, due episodi di grave violenza per mano di due “lupi solitari” in pochi giorni, ed ancora gli Stati Uniti con sparatorie in due locali e decine di giovani mort* fra un ballo e l’altro, prima ad Orlando, poi in Florida.
Ma anche la Nigeria è sotto scacco e da molto tempo; Boko Haram continua la sua folle corsa terroristica, prosegue con la missione di fare stragi di bambin* e adulti, rivendicando il nome di Allah dopo atrocità della peggior specie.
Della Siria, poi, meglio che non parliamo neanche, ché è solo una vergogna di abbandono, violenza e distruzione.

Devastazione ovunque, nessun Paese sembra essere al sicuro, si attende la prossima edizione del tiggì delle 20 e si incrociano le dita, si trattiene il fiato, si sta pront* a mettersi la maschera del lutto. Consumiamo brutalità visiva ogni giorno, ci passa accanto continuamente: ne parliamo, ne leggiamo, ne discutiamo, ne ipotizziamo rotte e destinazioni con gli occhi incollati al notiziario della sera, che davanti ad un piatto caldo ci snocciola un femminicidio dopo l’altro, una strage di minori, l’ennesima sparatoria senza senso, lo stupro collettivo per mano del branco.

Dinnanzi a tutto questo mi fermo a riflettere, dato che sdare e ripetere ossessivamente il vomito linguistico di odio che i media ci propinano ininterrottamente non mi sembra proprio una furbata.
Cosa possiamo fare? Per dirla con Vittorio “Vik” Arrigoni, Restiamo Umani, gente, o almeno proviamoci.

In questi giorni ho terminato di leggere Le tre ghinee di Virginia Woolf, anche questa è una lettura supplementare consigliata dal Pasionaria Book Club, il club del libro di magnifico stampo femminista che mi rallegra giorni e cuore a cui mi sono iscritta tramite Facebook e di cui ho già parlato nei post precedenti.

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Perché Virginia e Nizza insieme nei miei pensieri? Sembrano due cose inaccostabili, eppure…
Fra il 1936 e il 1938,Virginia riflettè e scrisse riguardo ad un tema molto attuale: cosa possono fare le donne per prevenire la guerra?
Questo pensiero, nato durante la seconda guerra mondiale e dopo la perdita di suo nipote Julian nella Guerra Civile Spagnola, è l’incipit di questo libro particolarissimo.
Da qui una riflessione contemporanea indicibile: dove siamo noi donne (tutte noi, a qualunque tipo di narrazione femminile e donnità apparteniamo) contro la guerra? Contro ogni tipo di guerra? Contro le stragi, contro le morti violente, contro quella al terrorismo? Contro quella pubblica, contro quella sociale, contro quella privata?
Silenzio o parole di circostanza spese qua e là, decisamente troppo poco incisive. Azioni sparse e discontinue.

Siamo occupate con la maternità o con la non.maternità, con il lavoro (trovarlo, mantenerlo, farci pagare il giusto) e la carriera, con la crescita della famiglia e la cura della casa, con le relazioni personali, con la costruzione di una rete emotiva e sociale e con gli studi, con l’attivismo femmista.animalista.pacifista.ambientalista e con le passioni che fanno andare avanti le lancette dell’orogologio ad un ritmo vorticoso. Tutto questo è immenso.potente.magnifico, ma forse è venuto il momento di farci due domande su cosa stiamo mettendo in campo, di fatto, in maniera pragmatica, per costruire un mondo dove nessuna guerra sia possibile, dove nessun tipo di terrorismo sia più permesso.

Cosa possono fare le donne, cosa possiamo fare noi donne, per prevenire la guerra? Smettere di tacere, prendere posizione, agire.

Virginia proponeva alcune azioni, che oggi trascrivo qui, per voi, al fine di riflettere insieme sulla loro effettiva efficacia: rifiutarsi di lavorare nelle fabbriche di munizioni o come infermiere al fronte; non incitare fratelli.figli.padri alla guerra (e questo passa dal boicottare il servizio militare, l’arruolamento ecc…); non appoggiare in alcun modo attività.raccolte fondi.associazioni relazionate con la guerra; comprendere che cosa significa la parola Patriottismo e separarla, finalmente, dal concetto che sia legata indissolubilmente all’attacco armato di altri Paesi.

Oggi che cosa potremmo aggiungere? Mi vengono in mente un paio di cosine: non arruolarci noi stesse nell’esercito e rifiutarci di lavorare in tutti gli ambiti che prevedono elementi collegati alla guerra o al terrorismo; boicottare aziende.prodotti.servizi.lobbies relazionati con la guerra o il terrorismo; prendere una posizione forte, anche attraverso azioni concrete.pacifiche.collettive, contro la corsa agli armamenti, le “guerre preventive” o la “esportazione della democrazia” in altri Paesi; educare le nuove generazioni ed educare noi stess* alla pace inclusiva e alla non-violenza, alla condivisione di valori comuni e al dialogo reciproco; chiedere sanzioni per i Paesi che appoggiano guerre e fomentano il terrorismo; chiedere sanzioni nei confronti delle aziende che producono.vendono.esportano armi e sanzioni ai Paesi che importano armi destinate alla guerra e al terrorismo.
Vi viene in mente altro?

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Mi chiedo e chiedo a voi, in questo esatto momento, qual è stato il ruolo della donna nelle guerre del passato e qual è il suo ruolo oggi (non solo nella guerra ma anche nel terrorismo) e come possiamo agire, collettivamente, per muoverci all’azione pacifica e cominciare a far sentire la nostra voce.

Credo che un mandato obbigatorio del femminismo o, per meglio dire, dei femminismi, di qualunque corrente si tratti, sia proprio l’azione concreta per la salvaguardia di TUTTE le vite, poiché pari in dignità.importanza.bellezza.diritti.
Necessario è trovare nuove forme attraverso le quali tutti i femminismi e noi che li abitiamo e li portiamo avanti, unit* e coes*, possiamo creare e/o prendere parte ad un’azione concreta contro la guerra ed il terrorismo.
Qualche idea, gente?

Virginia chiude il libro con queste parole:

“[…] Il modo migliore per aiutarvi a prevenire la guerra non è di ripetere le vostre parole e seguire i vostri metodi, ma di trovare nuove parole e inventare nuovi metodi. Non è di entrare nella vostra associazione, ma di rimanere fuori pur condividendone il fine. E il fine è il medesimo: affermare “il diritto di tutt* (l’asterisco, ovviamente, è mio)- di tutti gli uomini e di tutte le donne- a vedere rispettati nella propria persona i grandi principi della Giustizia, dell’Uguaglianza e della Libertà”.

UN ALTRO GENERE DI RISPETTO

Raga, oggi c’ho il batticuore!

Quando faccio ‘ste robe qua mi viene sempre l’allegria into core e sdo per la gioia… ma magari se vi rendo partecipi non sarebbe male!

Grandi, grandissime, immani soddisfazioni, mi sta dando il fatto di far parte di questa comunità facebookiana di bbbbelle persone dove si leggono libri femministi fighi da far spavento, il Pasionaria Book Club. Attraverso la comunità ho trovato loro… loro chi? Continuate a leggere e stay veramente tuned! 🙂

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Fatevi conto che tipo una settimana fa, anche qualcosina in più, contatto queste due creature stupende, Giulia e Valentina, autrici.creatrici.scrittrici di questo magnifico blog Un altro genere di rispetto… ed è stato ammmmmmmoooooore a prima vista (virtuale, ahimè!). Propongo loro una intervista, per presentare a voi il loro stupendo lavoro nel blog+pagina di Facebook, ed è incredibile… accettano e sono fantastichissime!
Non solo Valentina e Giulia sono persone che vorresti avere al tuo fianco per chiacchierare in libertà della qualunque, ma sono anche compagne femministe con le quali scenderesti sul campo di battaglia mettendo la mano sul fuoco sulla loro onestà (pure intellettuale!) e sul fatto che ti proteggeranno e ti guarderanno le spalle.

Mi immagino questa nostra intervista.conversazione come una bellissima chiacchierata ad un bar del centro, quello di Torino o di Firenze o di Milano, poco importa, dove siamo tutte e tre (non vi fate venire un infarto, per avere il permesso di usare il femminile ho chiesto loro il consenso! Fregat*!) beatamente sedute comode a disquisire di femminismo/i e di altri argomenti che ci stanno a cuore.

Pront*? Si comincia!
Benvenut* nel mondo di Giulia e Valentina e di Un altro genere di rispetto

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Are u ready baby?

Benvenute su “TheQword”! Fatevi l’identikit e parlateci di voi.

Valentina: Mi chiamo Valentina, ho 29 anni e abito a Firenze. Insieme a Giulia mi sono diplomata al Tecnico Turistico della mia città. Lavoro in uno studio legale e nel tempo libero sono una comunissima ragazza a cui piace uscire e divertirsi. Adoro lo sport, è essenziale per me, e ultimamente mi sono avvicinata al Krav Maga. Ve ne parlo perché la considero una disciplina davvero interessante. Il Krav Maga, o difesa a contatto, permette con pochissime mosse e in pochi secondi di difendersi e mettere K.O. il “nemico”. Non è una disciplina molto conosciuta ma è davvero interessante, soprattutto per le donne che sono spesso vittime di aggressioni. Imparare a schivare uno schiaffo durante la lite con il proprio partner è davvero importante secondo me…

Mi occupo anche di diritti umani. Ho sempre sentito il bisogno di fare qualcosa per gli altri, qualcosa che potesse aiutare.

Viaggiare è un’altra cosa che amo! Conoscere nuove persone, culture, confrontarsi, è sempre stata una prerogativa nella mia vita. Il viaggio più bello e che mi è rimasto nel cuore è stato in Portogallo. Tramite un’associazione volai in Portogallo per uno scambio europeo basato sulla tradizione e la modernità dei nostri paesi. È stato bellissimo poter capire quanto le diversità ci accomunavano e quanto fosse importante conoscere le altre persone e relazionarsi a loro senza pregiudizi.

Sin da piccola ho sempre adorato leggere. Leggo di tutto dai romanzi rosa a quelli storici, dai gialli agli ingredienti dei prodotti sulle etichette al supermercato :-D! Mi piace informarmi e sapere. Ecco, se volete una definizione del mio identikit è curiosità!

Chi mi conosce mi chiama Pollon perché sono una combina guai, mentre a me piace definirmi un panda, scherzosa e giocosa sempre, anche quando sarò una vecchietta!

Giulia: Ciao a tutt*! Mi chiamo Giulia, 29 anni (a dicembre 30, sigh!), fiorentina di nascita e cittadina del mondo per sempre.

Amo viaggiare, leggere, ridere, mangiare e scoprire nuove cose. La vita è un viaggio, una scoperta continua, fatta di mille interessi, persone, sentimenti, culture, odori e sapori… Sicuramente il viaggio più lungo e complesso che faremo.

Ho terminato i miei bellissimi anni di studi universitari in Relazioni Internazionali a Firenze, poi mi sono trasferita Milano per un altro Master, in Cooperazione Internazionale, dopodiché ho abbandonato l’Italia dolce Italia per due anni vivendo a Gerusalemme e in Kosovo. Attualmente sono tornata Milano, dove convivo con mio marito (sì, sono femminista e l’anno scorso mi sono sposata con un femminista! :-D) e due gatte bellissime (amo gli animali!), e lavoro per l’ngo italiana Emergency. Torniamo spesso a Firenze dove ci sono tutti i miei amici e le mie amiche da una vita (cosa sarebbe la vita senza l’amicizia? Io l’ho ribattezzata “Amigioia”), la mia famiglia, due gatti e il mio cagnolino, Dante.

Beh, a volte per conoscere ste stessi o un’altra persona non basta una vita, ma direi che per adesso come identikit possa andare! E sicché… Eccomi qua! 🙂

Parliamo del vostro magnifico blog… prima di tutto mi spiegate come è nato il titolo, che trovo commovente ed incisivo?

Valentina: Il blog è nato dopo che avevamo creato la pagina di Facebook, e ci serve da piattaforma per poter denunciare le ingiustizie o esprimere le nostre opinioni in totale libertà. Il titolo, un altro genere di rispetto, è stato un insieme tra le idee di Giulia e mie. Cercavamo un titolo incisivo che però allo stesso tempo creasse un po’ di curiosità nelle persone che poi ci avrebbero seguite. Giulia ha esordito con “Un Altro Genere Di Rispetto” e a me è piaciuto subito. In fin dei conti cosa è il rispetto? Chi lo definisce? Il RISPETTO non è dare del Lei a una persona come il buon uso consiglia, ma semplicemente credere nel prossimo e rispettarne i valori.

Giulia: Il titolo è nato proprio per dare un senso al nostro obiettivo: il rispetto per tutt*. Consapevoli che la parola “rispetto” sia molto strumentalizzata abbiamo pensato di inserirla nel titolo mettendola però sotto una nuova luce. L’altra cosa che volevamo affrontare era il femminismo con la definizione che riteniamo più opportuna: la parità di diritti per ogni persona, ogni genere. Essendo anche “genere” una parola super strumentalizzata, abbiamo deciso di metterle insieme. Perché di entrambe vogliamo parlare, ma in un modo diverso, ecco com’è nato il titolo: “Un altro genere di rispetto”.

Blog duro e puro: come è nato e di cosa tratta? Quali sono i temi che preferite affrontare attraverso la scrittura?

Valentina: Come dal titolo gli argomenti sono trai più vari. Si parla del rispetto di tutte le minoranze (quanto odio questa parola!) o di chi si sente escluso o fuori luogo dai canoni della società. I temi sono i più vari. Più che altro ci impegniamo a denunciare ciò che secondo noi dovrebbe cambiare nel mondo, cercando di fare cultura e allo stesso tempo acculturarci.

Si parla di femminismo, che comprende quindi una grande varietà di argomenti: femminicidio, sessismo, stereotipi di genere, violenza familiare e di genere, e cerchiamo di combattere con tutte le nostre forze il patriarcato e il maschilismo. Siamo molto vicine al mondo LGBTQIA, e vogliamo difendere a spada tratta i loro i diritti.

Giulia: Io e Valentina ci conosciamo da anni. Alle elementari e alle medie eravamo vicine di classi, alle superiori eravamo in classe insieme. Ci siamo ritrovate a chattare su Facebook i primi mesi del 2014 accomunate da una fortissima esigenza: quella di contribuire a cambiare le cose. Abbiamo deciso di agire, di fare qualcosa. E quale mezzo più potente oggi di un social network? E così è nata la nostra pagina Facebook, dove abbiamo iniziato a condividere notizie, pensieri e a fare informazione con l’obiettivo di stimolare il pensiero critico sul tema degli stereotipi e discriminazioni di genere. Poi ci siamo rese conto che la pagina non ci bastava più, che volevamo anche scrivere qualcosa di nostro, di personale. Ecco che abbiamo fatto nascere il blog, uno spazio tutto nostro dove sviluppare i nostri pensieri e poterli condividere con chi ci vuole ascoltare.

Quale tipo di corrente femminista portate avanti (ecofemminismo, transfemminismo, femminismo intersezionale, femminismo tradizionale old school)?

Valentina: Ecoche? Scherzo! Come ogni corrente di pensiero ci sono mille ideologie. Per me il femminismo vuol dire solo una cosa: RISPETTO PER TUTT*, LIBERTA’ DI PENSIERO E DI AZIONE PURCHE’ SI RISPETTI LA LIBERTA’ ALTRUI. Basta. Non amo definirmi. Non sono tradizionalista per principio, certo, nella vita comune tutti hanno delle tradizioni, ma nel pensiero no, non ne ho. Il mio pensiero è in continua evoluzione e cambia continuamente. Lo considero un pregio. Imparare a rispettare il prossimo (e quindi anche l’ambiente) è l’unica cosa importante per me.

Giulia: Come tu stessa hai esplicitato nell’articolo “In una sola persona”, così come la definizione di noi stess*, anche con la definizione di femminismo non vogliamo confondere l’essere con il fare. Siamo consapevoli di tutte le correnti di femminismo che ci sono, ma fondamentalmente quella che portiamo avanti è la definizione di femminismo che vuole la parità di diritti e di dignità per tutte le persone. Come ho scritto nel pezzo “Femminismo, una parola che non piace. Perché?” (link: https://unaltrogeneredirispettoblog.wordpress.com/2016/01/28/femminismo-una-parola-che-non-piace-perche/) credo che: “lottare contro le discriminazioni sulle donne non possa essere slegato dalla lotta di tutte le discriminazioni, contro il sessismo, contro il razzismo, contro l’omofobia, la transfobia etc. Una volta chiaro il concetto che ogni persona è unica, con pari diritti e pari dignità, è chiaro anche che la violenza di genere comprende ogni etnia, orientamento sessuale (gay-lesbo-trans-bisessuale-queer etc…), identificazione di genere, classe, disabilità, religione e cultura, sono inscindibili nella lotta contro la non uguaglianza del sistema. Le forme di oppressione patriarcale-capitalista sono moltissime e intercorrelate. Una volta aperto gli occhi su quanto sessismo ci viene inculcato fin dalla nascita non ci può essere cieche/i sull’educazione razzista, omofoba e ricca di stereotipi discriminanti. Persone che si dichiarano femministe ma vedono la lotta solo per la parità di diritti di donne bianche e borghesi, o che si occupano solo di alcune categorie di discriminazioni, non possono definirsi “femministe”.”

Il femminismo riguarda tutt*, uomini e donne. Perché anche i bambini sono vittime patriarcato sin da quando nascono, esattamente come le bambine, poiché vengono educati dalla famiglia, dalla scuola e dalla società attraverso stereotipi di genere. Mentre: “Ogni persona ha dei diritti essenziali che costituiscono i valori fondamentali della dignità umana. Ed è giusto che cresca libera da ogni pregiudizio: una bambina può giocare a calcio e fare carriera in astrofisica esattamente come può farlo un bambino. Un bambino infatti può amare la cucina o la danza, diventare un ottimo maestro o qualsiasi cosa voglia senza che per questo debba essere chiamato “femminuccia” o ancor peggio, “gay”. Perché c’è anche questa fantastica tendenza, adesso: oltre al termine “puttana” si ricorre a quello di “gay”, come se l’essere puttana o gay possa realmente costituire un’offesa: non c’è nulla di offensivo (nell’esserlo).” (https://unaltrogeneredirispettoblog.wordpress.com/2016/01/28/aiuto-arriva-il-gender/ )

Che cosa, per voi, il femminismo? Qual è oggi la sua ragion d’essere? Inoltre, il femminismo è anche “cosa di uomini”?

Valentina: Rispondo partendo dall’ultima domanda: il femminismo è PER TUTT*. E come ho asserito già prima è essenziale in questo mondo così malato. Spesso parlando con le persone, queste si spaventano quando affermo di essere femminista, poi però, appena spiego cosa è il femminismo per me, ovvero il rispetto per ogni essere umano, animale e l’ambiente, a prescindere razza, credo religioso o politico, sesso, gusto sessuale etc., beh… mi danno ragione e dicono: “ma anche io la penso così!” … E allora non mi resta che rispondere “Car* sei femminist*!”

Vi è mai capitato di essere discriminat* per qualcosa? A me continuamente. Sul posto di lavoro, tra amici, tra parenti o con il fidanzato. E’ assurdo pensare che in quanto donna io non possa fare determinate cose, che non sia opportuno che io sieda a gambe larghe ad esempio o dire parolacce! Per non parlare poi di cose più serie, tipo viaggiare da sola, o esigere che dopo un matrimonio io stia a casa ad accudire i figli e a pulire casa! E perché io guadagno meno di un uomo a parità di lavoro? Queste sono alcune delle migliaia di cose che vanno cambiate.

Perché le persone gay devono ancora nascondersi? Perché addirittura in alcuni ospedali non possono donare il sangue perché considerate persone con rapporti a rischio? Siamo nel 2016!

Perché le persone non sono libere di camminare per strada tranquille e serene e rischiano di essere aggredite perché diverse dai canoni che la società impone? E perché non possiamo ancora essere liberi di credere in una qualsiasi religione senza essere additati?

Beh il femminismo serve eccome, e di strada da fare ce n’è ancora tanta!

Cosa aspetta l’Italia a creare un partito femminista? In Svezia esiste e va alla grande! Ma qui siamo troppo patriarcal*, maschilist*, spesso misogen*…

Giulia: La risposta della 4 risponde anche a questa. 🙂

Com’è nato il vostro interesse per il femminismo e per le tematiche che affrontate nel blog?

Valentina: Penso di essere sempre stata interessata ai diritti umani. Da che ricordo, sin da piccola sono sempre stata molto sensibile alle ingiustizie e tendevo a difendere il più debole. Poi per motivi personali, mi sono ritrovata a tu per tu con il patriarcato, ed era una cosa che non mi tornava… Ho avuto la fortuna di avere una grande madre, “ribelle” per molti aspetti ai canoni della società e alla mentalità ottusa, che mi ha insegnato a credere nei miei diritti e esporre i miei pensieri. Con il tempo e crescendo spesso mi sono sentita un pesce fuor d’acqua perché non conoscendo ancora il femminismo, pensavo di essere strana. Perché le mie idee erano così strane rispetto alle altre persone? Perché a tutti andava bene vivere nel patriarcato? Io volevo la mia libertà di pensiero, la mia possibilità di esprimermi senza che mi giudicassero! Così, scendendo a patti con la vita finalmente, un giorno, parlando con Giulia ho capito! Ero femminista! Avevo gli occhiali VIOLA! Anzi “VIOLISSIMI!” e tutto il maschilismo che mi circondava era frutto dell’ignoranza di massa e della mentalità ottusa che in Italia dilaga.

Un giorno ero in chat con Giulia, vedevo che lei pubblicava quantità industriali di links sul femminismo e rispetto, e così parlando le ho chiesto di aprire una pagina su Facebook, da cui poi è nato il blog, ed il resto è storia.

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Ecco la fantastica Valentina-pandino!

Giulia: Credo di essere sempre stata una femminista inconsapevole. Certo, con tanti pensieri sessisti e misogini tipici della nostra cultura, ma ho sempre lottato contro ingiustizie e disuguaglianze. Gli “occhiali viola” li ho messi la prima volta durante il mio anno in Kosovo perché il mio lavoro consisteva nell’aiutare una NGO locale che si occupava di diritti delle donne e di violenza domestica ad aprire il primo centro antiviolenza nel Nord di Mitrovica (una zona totalmente assente di welfare, figuriamoci di centri antiviolenza). E studiando questi temi mi si è aperto un mondo. È proprio vero quello che scrive Malapecora sugli occhiali viola: “… I primi mesi sono sconvolgenti perché arrivi a scoprire violenza nella tua idilliaca relazione di coppia, vedi che tuo padre (portento d’uguaglianza per le vicine) fa solo una misera parte visto che il peso di tutta la casa ricade su tua madre (sì, questa signora che nella tua adolescenza era stata una strega si converte in una icona di donna in lotta), riconosci relazioni gerarchiche di genere nel tuo gruppo di amici e amiche, o osservi come lo spazio comunicativo della tua classe lo dominano gli uomini… e ti scopri dando più credito alle opinioni maschili che a quelle delle tue compagne.

Sono dei mesi di risveglio, di scoperta che il mondo nel quale avevi ricevuto laboratori di uguaglianza a scuola in cui la prof ti aveva detto che essere bambina o bambino era uguale per il tuo futuro, è un mondo truffa.

Allo stesso tempo comprendi come i dolori del passato abbiano senso, come si completino le storie comprendendo questa violenza che è invisibile se non possiedi gli occhiali viola.

Vedi anche il tuo proprio maschilismo, la tua maniera maschilista di vedere il mondo: hai chiamato altre donne puttana e zoccola, fai la tonta nelle conversazioni coi ragazzi e ti senti meravigliosamente quando ti dicono che sei “uno di noi”. Sul serio?

Sì, gli strumenti che ha il patriarcato, e che usa durante tutto il tuo periodo di socializzazione, sono riusciti a collocarti nel livello inferiore e in una forma così camuffata che pensi di stare nell’uguaglianza. Già.”

(link: https://malapecora.noblogs.org/post/2013/09/07/gli-occhiali-viola/)

Da allora il mio punto di vista è cambiato per sempre. Non ho più smesso di leggere, di informarmi, di studiare. E ho sentito il bisogno impellente di condividere le mie scoperte anche col mondo, attraverso la pagina Facebook ed il blog.
Da quando sono rientrata in Italia, cerco di attuare nella pratica quello che apprendo attraverso l’informazione. Sono volontaria Unicef e di Croce Rossa e con quest’ultima ho la possibilità di fare incontri sia aperti al pubblico, che nelle scuole medie e superiori, per affrontare due temi principali: gli stereotipi e discriminazioni di genere e la violenza di genere.
Per far questo collaboriamo con i Centri Antiviolenza locali attraverso i quali apprendiamo moltissimo sulla tematica che in ogni caso necessita di personale esperto.
Tra i miei obiettivi c’è quello di iniziare il corso di formazione per operatrice di un Centro Antiviolenza vicino a dove abito, ritengo che per parlare di queste temi sia fondamentale avere una preparazione pratica e teorica.
Esser femminista per me vuol dire accettare un viaggio continuo che non smette mai di farti crescere!

Quale impatto ha il femminismo nel vostro quotidiano? Cosa significa, concretamente, essere femministe al giorno d’oggi nel tipo di società nella quale viviamo?

Valentina: Essere femminist* è una battaglia contro l’ignoranza. Concretamente significa parlare ed esprimere il proprio pensiero ogni giorno senza aver paura di essere giudicati. Vuol dire aiutare, sensibilizzare, essere empatici e soprattutto vuol dire dare sempre il buon esempio agli altri. Spesso è difficile, soprattutto quando si ha a che fare con amici e parenti cercare di non ribadire sempre i propri principi per non essere “noiosi” e ridondanti. Mi hanno accusato anche di sentirmi superiore agli altri… beh è sbagliato. Perché se da una parte asserisco principi e cerco di far capire alle persone cosa è giusto per me e cosa servirebbe a questo mondo, dall’altra ascolto sempre l’altro punto di vista cercando poi di trarre le mie conclusioni. Purtroppo quando si gestisce una pagina o un blog a volte bisogna avere un po’ la “mano ferma”, in fin dei conti è tutto sotto la nostra responsabilità Proprio per questo motivo a volte cerco proprio di non parlare di femminismo e di principi di uguaglianza quando non è il momento, perché in fondo è politica, e la politica porta sempre ai litigi… Mitigare e sapere quando parlare per essere sicur* di essere ascoltat* è la parte più difficile per me. La diplomazia è essenziale!

Giulia: Gli occhiali viola quando li metti, non li togli più. E la vita quotidiana è un banco di prova costante, perché ti rendi conto quanto le strutture sociali siano dure a morire. Ci vorranno secoli prima che le cose cambino. Una donna saggia disse: “mi sento una goccia nell’oceano, ma senza gocce, l’oceano non esisterebbe”. Si, siamo gocce nell’oceano ma la vita non avrebbe senso se non facessimo niente per abbattere le ingiustizie. Più difficile a dirsi che a farsi, è vero. Però sono una grande fan dell’utopìa, intesa nel senso di Oscar Wilde: “Una carta del mondo che non contiene il Paese dell’Utopia non è degna nemmeno di uno sguardo perché non contempla il solo Paese al quale l’Umanità approda di continuo. E quando vi getta l’àncora la vedetta scorge un Paese migliore e l’Umanità di nuovo fa vela. Il progresso altro non è che il farsi storia delle utopie….”.

L’utopia non è irraggiungibile. È il viaggio verso l’orizzonte.

E dato che amo i viaggi, mi metto in discussione in prima persona, le esperienze sono i miei bagagli e pronti, partenza… via!

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Siorre e siorri… Giulia!

Qual è la rotta, secondo la vostra previsione, del femminismo: evoluzione, involuzione, deriva, separatismo…?

Valentina: Spero davvero che fra 20 anni le cose saranno diverse. Se ci impegniamo fin d’ora a crescere i figli secondo dei sani principi basati sul rispetto altrui, forse e lo spero, le prossime generazioni saranno libere di crescere in un mondo più sano. In questo mondo, dove prevarica il più forte, dove si tende a soccombere le differenze, in questo mondo che non mi sembra poi così diverso da quello “Hitleriano…”, per ora un’onda di pessimismo prevarica. Per questo non dobbiamo arrenderci e dobbiamo essere tutt* unit* affinchè si riesca, attraverso la cultura e l’informazione, a sensibilizzare tutt*… Pochi giorni fa una persona che stimo molto ha pubblicato un’intervista allo psichiatra Vittorio Andreoli, relativa alla situazione attuale sulla migrazione e il razzismo, alla domanda “Con i giovani è più facile perché sono come pagine bianche di un libro da scrivere. Ma con adulti già formati come si fa, è una battaglia già persa in partenza?” Lui ha risposto: “No, perché l’espressione esplicita dei pregiudizi nasce dal sentirsi sostenuti. Se nascondono ancora il loro pensiero sono recuperabili. Il problema emerge quando ci si sente in tanti a pensarlo. Bisogna far scoprire cosa c’è nell’altro, cosa significa una società diversa.”

Ecco. Penso che abbia colto il punto.

Fonte: http://agensir.it/italia/2016/07/14/lo-psichiatra-vittorino-andreoli-livello-di-civilta-disastroso-regrediti-alla-cultura-del-nemico/

Giulia: Non ne ho idea! Ho una speranza però. Che tutt*, prima o poi, si viaggi verso un obiettivo comune: l’abbattimento di stereotipi e discriminazioni di genere per un’effettiva parità di trattamento a livello sociale e legale di tutte le persone.

Scrivere oggi: una stanza tutta per sé è ancora un concetto attuale? Scrivere vi offe una possibilità di libertà di opinione, scambio e fruizione di informazioni e di condivisione o per voi è una “pura missione” da pasionarie?

Valentina: Ormai il blog e la pagina di Facebook fanno parte della mia vita. Sono una parte del mio mondo che tendo ben a sottolineare perché mi rappresentano. Scrivere, dai tempi più antichi, è sempre stato essenziale. Spesso non si riesce ad esprimere a parole quello che si esprime scrivendo. Basti pensare infatti, che molte terapie psicologiche si basano sulla scrittura. Lo considero molto importante sia per la divulgazione del pensiero sia per me stessa. Spesso poter comunicare con la scrittura risulta un vero e proprio sfogo personale.

Inoltre ciò che viene scritto rimane. Non sono parole dettate al vento che poi spariscono. Poterle leggere e rileggere ci dona la possibilità di ragionare sulle parole, sul loro significato. E poi rimangono più impresse. Avere la possibilità di scrivere è davvero uno strumento molto potente.

Giulia: Scrivere e condividere sui social e sul web è un modo per rendere usufruibili le proprie idee e le informazioni che riusciamo a trovare. Avere un proprio blog ci da la libertà di dire la nostra, di sviluppare i nostri pensieri rendendoli accessibili a tutt*. Non so se sia una missione, piuttosto la vedo come un modo di vivere. Nonostante gli impegni, gli orari d’ufficio e mille cose, quando hai in mente un pensiero cerchi di ritagliarti il tempo per buttarlo giù e svilupparlo. Credo che sia una libertà immensa.

Cosa vorreste dire.suggerire alla nuova generazione di femministe e femministi?

Valentina: Non arrendetevi e non abbiate paura di esprimere il vostro pensiero. E se vi sentite un pesce fuor d’acqua ricordatevi che ci sono tantissime persone che hanno davvero bisogno del vostro aiuto. In fondo, per me femminismo significa LIBERTA’!

Giulia: Siate voi stess*. Non fatevi condizionare da ciò che vi viene detto o trasmesso. Cercate di sviluppare il vostro pensiero personale informandovi, andando alla fonte, leggendo e non fermatevi mai. Nessuno vi può educare o insegnare ad essere voi stess*. È un viaggio che dovete avere il coraggio di intraprendere da sol*, che sarà pieno di ostacoli e che non finirà mai.

Ad maiora!

UNA STANZA, UNA DONNA

Eeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeee di ritorno su TheQword dopo lunghe settimane di silenzio ristoratore. Se non hai nulla di bello da dire, taci!, diceva la buon’anima di mio nonno Lindo a figl* e nipot* indiscriminatamente.

Faccio volentieri tesoro delle massime dei vecchi, o dei diversamente ggggiovani.

Mi sono felicemente iscritta ad un club del libro su Facebook, il mitico Pasionaria Book Club, e mi sono saltata volentieri Una donna di Sibilla Aleramo (che già conoscevo e no, non lo volevo rileggere perché mi faceva troppo soffrire!), ma alla seconda tornata mi sono aggrappata forte e sono salita sulla giostra: abbiamo votato, sì, in questo club i libri si votano e vince la maggioranza, Una stanza tutta per sé di Virginia Woolf.

Mo’ direte: ma questa scrive in un blog sul queer di Virginia Woolf? Ma che è matta? Sì, ma non è per questo che ne scrivo.

Leggendo il libro, un po’ lentino al principio, ma poi con forti dosi di limonata fredda ed entrando in un mood tipo trance si fa leggere bene, mi sono sorte domande che mi sembrava interessante condividere. Are u ready baby?

Contando che il libro è stato scritto come intervento per una conferenza sulle donne e la letteratura (femminista e non), e porta la data del 1928, alcuni punti mi sono sembrati super attuali, tanto da sgranare gli occhioni e farmi esclamare nel buio della mia stanzetta ad orari notturni improponibili: “Ma daaaaaaaaaai! Questo accade ancora oggi, non è cambiato una mazza di niente!”.

Sconforto.silenzio.lacrimucciaall’angolodell’occhio.epoiilsilenzio.

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Ed ecco il sorpresone del millennio: oggi non vi ammorbo con considerazioni e soliloqui intimisti o strani coming out come al solito, bensì vi porgo queste stesse domande che possiedono la mia mente da qualche giorno e le lancio nell’etere affinché le troviate e, magari, con un po’ tanta fortuna, ve ne facciate qualcosa.

Bando alle timidezze e alle vergogne, che come diceva la grande Carmen: “Io la vergogna me la metto sotto al culo…”, ecco le domande:

  1. Perché le donne (da qui in poi mi riferirò sempre a tutte le forme di essere donne, bio e non) sono ANCORA povere e fanno ANCORA, spesso e volentieri, parte di una invisibilità sociale?
  2. Le donne hanno sempre avuto la funzione di specchi per gli uomini, con il potere di riflettere raddoppiata la loro immagine, a discapito della propria. La donna ha ancora questa funzione? Ed esiste questa funzione anche nelle coppie LGBTI?
  3. Il silenzio a cui la maggior parte delle donne è stata sottoposta da sempre rimane come impronta.eredità (negativa) nell’inconscio collettivo comune?
  4. Esiste un inconscio collettivo solamente femminile, nel quale tutti i tipi narrazione femminile sono presenti ed attingono ed aggiungono qualcosa da e ad esso?
  5. Virginia profetizzava una forma di scrittura femminile del tutto differente da quelle conosciute precedentemente, nate in seno alla cultura maschile.eteropatriarcale, capace di distaccarsi completamente da esse: è davvero così? Sono nate o stanno nascendo forme di scrittura innovative, riconducibili solamente all’universo femminile?
  6. La donna è destinata, da un punto di vista letterario.economico.sociale ad essere una eterna costola di quell’Adamo primigenio?
  7. Nelle società matrilineari conosciute, sono state prodotte forme di arte (letteratura.scultura ecc…)? Sono stati inventati nuovi codici capaci di scostarsi dal mondo eteropatriarcale?
  8. Cosa producono, oggi, le donne?
  9. “[…] Le donne sono dure con le donne. Alle donne non piacciono le donne…“, scriveva Virginia nel 1928. Rimane questa durezza, questa mancanza di solidarietà, questa incapacità di fare squadra, di comprendersi, di ritrovarsi sotto un fronte comune? Cosa pensate delle “donne che odiano le donne”?

Non mi lasciate a rifletterci da sola, che poi mi incasino la mente e ne escono mostri.

Daje raga’, non mi mollate proprio adesso che c’ho bisogno!