Miquel Missé: riconquistare il corpo

Ormai da molti anni seguo le interviste, i libri pubblicati in catalano e spagnolo, gli interventi appassionati e ispirati nelle conferenze e tavole rotonde sul tema trans, di questo straordinario scrittore, sociologo e attivista trans catalano.
Lui ha un nome che da oggi in poi ricorderete sicuramente: Miquel Missé o, per chi lo conosce meglio, semplicemente Miki.
Attivista instancabile della nuova leva, classe 1986, vergognosamente giovane eppure già così impegnato a cambiare (in meglio) il mondo che ce la farà davvero, a cambiarlo.
Gli mando una mail per chiedergli un’intervista ed incrocio le dita sperando che accetti, lui è super impegnato ad organizzare il primo campus estivo per bambin* trans in quel di Barcellona. Di una gentilezza incredibile e commovente, ci inviamo saluti e domande attraverso l’etere e questo post è il risultato di questo nostro felice incontro virtuale.

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Miquel Missé

 

Un’intervista semplice, che va dritta al punto, perché quando si tratta di lottare per una causa che ci sta a cuore non si possono fare giri di parole.tergiversare.nascondersi, e Miquel di nascondere opinioni.agiti.sentimenti non ci pensa, fortunatamente, neanche per un secondo.

Buona lettura!

TheQword: Come scrittore, sociologo e attivista trans, qual è la tua opinione riguardo alla visibilità delle realtà trans (film, documentari, libri, articoli usciti sui quotidiani) a cui stiamo assistendo ultimamente?

Miquel: Quello che è evidente è che siamo testimoni di un momento storico relazionato con la questione trans:diversi prodotti culturali mainstreaming rappresentano personaggi trans attraverso i media e in alcuni casi sono le stesse persone trans che mandano avanti alcuni di questi progetti.
Come prima cosa direi che è un momento interessante perché mai prima d’oggi si è parlato così tanto del tema trans e vale la pena seguire con attenzione come si presenta l’esperienza trans al grande pubblico.
Come seconda cosa, direi che a me ciò che più interessa sono i discorsi che ci sono dietro queste rappresentazioni. Credo che in molti casi si continui a presentare il tema trans como qualcosa di relativo alla medicina, una situazione di sbilanciamento biologico. Allo stesso tempo, credo che parte di questo boom di visibilità nei media si basi in buona parte nel passing trans, nel mostrare il successo di alcune persone trans nel passare completamente inosservate e sorprendere il pubblico con persone attraenti, belle e con corpi affini ai canoni di bellezza occidentale.
La domanda che io mi pongo è: a chi si dirigono esattamente questi prodotti culturali e quale tipo di impatto hanno nella vita delle persone trans? Voglio dire, intendono contestare il sistema di genere mostrando esperienze che fuggono alla logica binaria o sono invece esempi che cercano di tranquillizzare la società mostrando quanto normali possiamo essere noi persone trans?

TheQword: Molto spesso sento dire: “La transessualità è…”, come se fosse una sola, però io non ne sono per nulla convinta. Credo, invece, che si dovrebbe parlare di “narrative trans”, dato che sono molte e variano da persona a persona. Sei d’accordo oppure la mia opinione in merito è errata?

Miquel: Il titolo del libro che ho scritto si chiama Transexualidades, otras miradas posibles (Transessualità, altre visioni possibili). Effettivamente, ciò che cercava di spiegare è che dietro la versione ufficiale della transessualità ci sono molte altre traiettorie e discorsi che è necessario ascoltare e divulgare.

TheQword: Si possono dare alcune definizioni orientative riguardo a ciò che può essere la transessualità nelle sue molteplici espressioni.forme.esperienze, oppure le parole non aiutano per nulla nel momento in cui la si tenta di spiegare, creando invece confusione e aumentando lo stigma sociale?

Miquel: Per me la transessualità è una parola molto moderna che emerge nei discorsi medici nella metà del XX secolo e che cerca di definire un fenomeno molto più antico e diverso. Il concetto di transessualità è una gabbia dentro la quale abbiamo inserito l’esperienza di molte persone in relazione alla propria identità di genere. Però, per non fuggire dalla domanda, direi che l’esperienza trans ha molto a che fare con il fatto di vivere in un genere distinto da quello con il quale una personale viene socializzata.

TheQword: Chi è attivista trans, non binari*, transfemminista, queer ecc…, alla fine termina con il definire se stess* con un milione di etichette che, si suppone, dovrebbero aiutare nel momento di presentarci al mondo, però, per esperienza personale, a volte le etichette si trasformano molto velocemente in una prigione linguistica che dice poco e nulla su chi siamo e creano ansia e confusione alle persone che ci ascoltano.
Qualche volta è successo anche a te? Sono importanti le etichette? Perché non possiamo semplicemente dire “Ciao, sono Marta… Ciao, sono Miquel”?

Miquel: Buona domanda! Gerard Coll-Planas, eccellente sociologo e mio buon amico, propone riflessioni molto interessanti sulla questione delle etichette. Lui spiega che mentre ci limitano, allo stesso tempo ci danno anche un senso, e che non risulta ancora chiaro se possiamo davvero farne a meno.
In un mondo eteronormativo, potersi chiamare gay, lesbica o bisessuale è, ancora oggi, una conquista importante perché ci aiuta a pensar(e-ci) fuori dal limite egemonico della sessualità, ci dà un luogo ed una comunità di riferimento. In questo senso, io non ho ben chiaro se il problema siano le parole o i significati politici che diamo loro. Il problema non è utilizzare etichette, bensì pensare che siamo quelle etichette e che non possiamo muoverci attraverso di esse.

TheQword: Ti sembra un’utopia troppo grande poter dire a noi stess* che siamo semplicemente esseri umani?

Miquel: Vuoi la verità? Hahahahahaha. Sì, è un’utopia! Però le utopie non sono mai troppo grandi; semmai, il problema è quando sono troppo piccole. Nonostante questo, ultimamente mi sto dedicando alle piccole utopie. Non penso ad un mondo senza generi né a quello degli esseri umani, semplicemente tento di immaginare un mondo nel quale il genere ci schiavizzi meno e non solo riferito a noi persone trans, bensì alle nostre società in generale.

TheQword: Il corpo, Miquel… parliamo del corpo! Che cosa significa “conquistare il corpo”?

Miquel: Per me l’idea di conquista significa “ritornare al corpo”, “riconquistarlo”. L’esperienza del corpo delle persone trans è descritta in centinaia di articoli scientifici, manuali, documentari ecc…; a volte è abbastanza difficile pensare il corpo partendo da altri paradigmi, dimenticando tutto ciò che ci hanno detto i libri, e pensarlo da capo, con altre coordinate. Per me conquistare il corpo significa proprio questo, un processo quotidiano.
La mia personale esperienza è che un giorno mi sono reso conto che quando ero una bambina avevo una relazione migliore con il mio corpo rispetto all’adolescenza, e quando ho cominciato la transizione progressivamente il mio corpo ha cominciato ad essere il mio problema principale. Ero un uomo e questo corpo non mi corrispondeva. Per molto tempo l’ho odiato, l’ho maltrattato, volevo operarmi completamente e il più in fretta possibile. Ero convinto che questo corpo non fosse il mio. Più tardi, un’idea cominciò a farsi strada nei miei pensieri. All’inizio era un’idea che mi disturbava, che mi dava molto fastidio, ma con il tempo la lasciai entrare dentro di me e svilupparsi un po’ alla volta. Ciò che questa idea mi suggeriva era che, forse, il corpo era il luogo dove stavo proiettando tutta la mia frustrazione per il fatto di non essere nato uomo ma che, di fatto, il mio corpo di per sé non aveva nessun problema, funzionava perfettamente. Credo che da lì sia cominciato un processo che non terminerà mai: tornare al mio corpo, guardarlo con altri occhi e tentare di gestire nel modo migliore le contraddizioni che esso genera in me. Questa esperienza è comune a molte persone trans e, allo stesso tempo, invece molte altre persone trans non si identificano per nulla con questa.

Credo che sia un tema davvero molto complesso e generalmente è circondato da molto malessere e sofferenza, per questo mi sembra importante dire che l’idea di conquistare il corpo non è una ricetta di una buona esperienza trans. Semplicemente è un’esperienza ed io la racconto senza pausa perché mi avrebbe fatto piacere se qualcuno me la avesse raccontata quando avevo 15 anni.

TheQword: Ho letto in varie interviste che ti hanno fatto in blogs, magazines e quotidiani, che porti avanti proprio questa idea molto rivoluzionaria: il corpo di una persona trans che decide di cominciare un percorso di cambiamento non è sbagliato. Molto spesso, ho ascoltato una frase molto specifica pronunciata da persone trans: “Sono nat* nel corpo sbagliato!”, però tu inviti a fare una riflessione che parte dal punto opposto: il corpo va bene, questo è un corpo che vale, non c’è nulla di sbagliato. Una rivoluzione, Miquel!
Ci spieghi com’è nata questa tua idea di “legittimità” del corpo?

Miquel: Credo che nella risposta precedente abbia già risposto, in parte, a questa domanda. L’idea del corpo sbagliato è penetrata profondamente nell’immaginario sociale fino al punto che le persone che ci sono accanto, con le migliori intenzioni, ben inteso, ci chiedono senza sosta quando ci opereremo, quando prenderemo gli ormoni, quando cambieremo la nostra carta d’identità. Cambiare tutto questo è molto difficile, però credo anche che sia facile che la gente provi empatia con l’idea che esista un corpo sbagliato. Utilizzo spesso l’esempio del peso corporeo e mi chiedo: le persone in sovrappeso sono nate nel corpo sbagliato? Che cosa accadrebbe se all’improvviso un movimento di persone in sovrappeso rivendicasse il diritto alla modificazione fisica con fondi pubblici perché sentono che quello dentro il quale vivono non è il proprio corpo ed hanno il diritto di “restaurarlo”?
Sicuramente ci sarà qualcun* che a questo punto dell’intervista esclamerà: “Ma dai, sono due cose che non si possono comparare!”, ed io allora chiedo, di rimando: perché? Per caso solo noi persone trans abbiamo il diritto di pensarci nel corpo sbagliato? Tenendo conto di come il nostro sistema sta assimilando questa idea, non mi stupirebbe se altri collettivi replicassero la narrativa del corpo sbagliato. Funziona! Davvero è una buona idea, magari un po’ fantascientifica, però buona.

La gente prova empatia con l’idea del corpo sbagliato perché suona come un’ingiustizia, un’ingiustizia che si può risolvere con trattamenti medici. Chi può opporsi a questo? Però no, non c’è un corpo sbagliato.
Ciò che esiste nella realtà è che molte persone desiderano modificare il proprio corpo per sentirsi meglio in questo mondo e ciò ci dice molto più del nostro mondo che del nostro corpo.

TheQword: Qual è l’importanza che oggigiorno e negli anni ha ed ha avuto il corpo nella tua vita, come persona prima di tutto, e in secondo luogo come attivista trans? Come vivi il tuo corpo oggi, come lo hai vissuto prima? Immagino che non sia stato per nulla facile…

Miquel: Il mio corpo è uno dei miei grandi conflitti vitali e tento di gestirlo nel miglior modo possibile. Molte volte mi piacerebbe che assomigliasse di più all’idea che ho nella mia testa, però non sto facendo molto per cambiarlo. Da diversi anni assumo testosterone, però non mi sono mai sottoposto ad alcuna operazione. A volte penso: operati e falla finita!, però poi la bilancia si riequilibra e rimango tranquillo per un po’ di tempo.
Credo che questa sia una storia comune a molte persone che, anche senza essere trans, portano avanti una battaglia importante con il proprio corpo, con i kg, con le cicatrici, con i tatuaggi che vorrebbero farsi cancellare, con l’altezza.
Quando attraverso un momento di grande frustrazione con il mio corpo mi guardo intorno e mi rendo conto di essere un privilegiato assoluto. Non che funzioni sempre automaticamente, ma questo mi serve per reagire e comprendere che viviamo in un mondo nel quale in corpo è un prodotto ed è castigato da mille leggi impossibili. Tento di imparare a conviverci e, al tempo stesso, non so se mi sto sbagliando; forse dovrei operarmi ed essere meno “purista”. Sono dilemmi esistenziali che un* si trova ad affrontare…

TheQword: Vieni socializzato come uomo ed hai una carta di identità che riporta i tuoi dati anagrafici come donna. Tutto ciò ti causa problemi, ti infastidisce, ti mette in una situazione di difficoltà o di disagio?

Miquel: Mi mette in situazioni sconcertanti e a volte disturbanti, però ho molto ben chiaro che è una decisione che ho preso io, quella di non cambiare il mio documento d’identità, e che se voglio posso farlo. Lo Stato spagnolo mi richiede un certificato di disforia di identità di genere e due anni di trattamenti medici come requisiti per cambiarlo. Il giorno in cui questo sconcerto e questa sensazione disturbante mi genereranno molti conflitti, immagino che mi sottoporrò al penoso processo che mi propone il mio Paese.
Per il momento, è come una sorta di militanza, di resistenza, nella quale rivendico il mio nome legale, che è una parte di me.

TheQword: Com’è cominciato il tuo percorso trans?

Miquel: Quando avevo 13 o 14 anni cominciai a scoprirmi come ragazzo; avevo, per così dire, una doppia vita. Questo “luogo”, che all’inizio era molto innocente e totalmente scollegato dalla transessualità, divenne man mano un luogo confortevole nel quale desideravo vivere. A 15 anni vidi il film Boys don’t cry e scoprii così tutto un mondo: gli uomini transessuali. Fu per me una grande rivoluzione. Fu allora che iniziai una transizione di genere classica: ero un uomo e sarei riuscito a vivere come tale. Tutto il resto, ormai lo sapete…

TheQword: Ci parli di “Cultura Trans”?

Miquel: Cultura Trans è un progetto attivista di visibilità e diffusione di riferenti trans da una prospettiva non patologizzante. Nato nel 2011 a Barcellona, attualmente ce ne stiamo occupando Pol Galofre ed io. L’idea è quella di diffondere, attraverso la cultura, idee nuove per pensare il tema trans. Organizziamo giornate di dibattiti, cineforum, mostre, concerti, ed uno dei nostri progetti più amati è il Trans-Art Cabaret.

TheQword: Cosa ti piacerebbe dire ad un* giovane adolescente che comincia adesso il suo percorso trans?

Miquel: La verità è che è una domanda difficile, perché le nuove generazioni di adolescenti trans vivono in contesti radicalmente distinti rispetto a quelli che ho conosciuto io. I riferenti trans e l’accesso all’informazione stanno cambiando ad un ritmo vertiginoso. Alla fine degli anni ’90 un foglietto di una associazione trans era un vero e proprio tesoro, viaggiavamo per centinaia di km per conoscere personalmente altre persone trans. Adesso esistono centinaia di youtubers che ci raccontano le proprie storie, pagine di Facebook a cui sono iscritte persone trans da diverse parti del mondo. Nonostante questo, sì che direi loro qualcosa: che non si sentano colpevoli per le decisioni che prendono, che non si spaventino se si trovano a dubitare durante il percorso perché è la cosa che accade più frequentemente e, soprattutto, che ricordino sempre che il loro corpo non è sbagliato o, per essere precisi, non lo è più di quello del resto delle persone.

Impossibile aggiungere altro, è tutto qui.

Grazie Miquel e alla prossima, e ci sarà una prossima volta… questa è un’anticipazione solo per voi, per solleticare la vostra curiosità. Cattivona che sono!

Vi lascio qui di seguito alcuni links che riguardano la bio ed il lavoro di Miquel, la pagina di Cultura Trans e alcune interviste fatte al nostro magnifico ospite: anche se sono particolarmente suggerite per hispano.hablantes, ve le indico ugualmente, non è bello sovradeterminare le vostre capacità di comprensione della lingua spagnola, non si fa!

Stay tuned…

http://www.editorialegales.com/autores/miquel-misse/107/

http://www.ara.cat/es/Miquel-Misse-desde-decidi-chico_0_1565843540.html

http://www.idemtv.com/es/2016/04/14/transsexualitat-david-i-goliat/

http://culturatrans.org/nosotros/

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STOP #bodyshaming

Lo trovo scritto ovunque: post, articoli, citazioni, commenti su Facebook.Instagram.Twitter, quotidiani, magazines, blogs e in links impensabili che c’entrano poco o nulla con il tema.
Hastag gggggiovane coniato per l’occasione sociale e culturale, scritto tutto unito: #bodyshaming.
Fino a qualche tempo fa ‘st’espressione non esisteva e difatti è un neologismo per definire quando qualcun* si impegna tantissimo al fine di farti vergognare del corpo che abiti e che porti in giro per il mondo.

Se hai qualche chilo di troppo (fat shaming), a parte i commenti del parentado poco simpatico e dei soliti personaggioni ilari che fanno certe battutine che ti fanno venire voglia di scartavetrargli la faccia con una smerigliatrice, ma con cui glissi elegantemente per evitare la rissa da bar, mo’ la novità del secolo è: ti prendono per il culo a livello globale anche sui social!

Eeeeeeeeehhhhhhhhhhhh, quale fantastica evoluzione, mammamia!
Effettivamente si sentiva il bisogno di siffatta offesa internettiana. Proprio la ideona che ci voleva per rendere le nostre vite più frizzanti!

Se hai qualche kg in più che schifo copriti non ti voglio vedere; se sei magr* che schifo ti si vedono le ossa (anche se sei magr* arrivano ugualmente commenti fra il capocollo e si chiama thin shaming); se sei troppo pallid* sei una mozzarella facci il favore di prendere più sole; se hai la pelle nera sei un cioccolatino sciolto poco sexy; se sei alt* machitisipiglia con quelle gambe lì; se sei bass* allora sei un* gnom* dei boschi…

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Vediamo di capirci, sì? Basta! Davvero, basta!

Il fenomeno del body shaming è trasversale: vengono sfottut* tutt*, indistintamente, anche se le donne subiscono un maggiore ostracismo, una vera e propria gogna virale. Persone di tutte le età ne sono coinvolte o come vittime o come carnefici, senza esclusione di colpi (bassi), e tutti i gruppi etnici, tutte le geografie umane e religioni ne sono coinvolti.
Chi sfotte chi? Incredibile pensare che, spesso, sono soprattutto le donne a sfottere le altre donne, fra l’altro con una ferocia che manco una jena ridens! Basta guardare le foto postate sui social per trovare commenti talmente offensivi da fare accapponare la pelle al più crudele dei mostri usciti or ora da un film horror. Nessuna pietà, una mancanza di rispetto tout court indecente.
Cosa si sfotte? Dal peso corporeo al taglio di capelli, dall’abito indossato al-la nuov* partner… non importa cosa, basta sfottere senza motivo e senza mezze misure!, e più si lede la dignità della persona a cui i commenti sono rivolti, più il “gioco” sembra appassionare grand* e piccin*.

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Non ho ben capito se si tratti di un orribile esperimento sociale in cui si guadagnano punti o soldi, o una roba diversa, perché pensare che, invece, quello di spezzare l’autostima altrui sia semplicemente un divertimento umano mi fa così schifo da non sapere che dire e mi scende una tristezza melancolica mista a ferocia che non ci sto più dentro.
Denigrare il corpo… questo sì che mi fa veramente incazzare! Con quale diritto una persona può criticarne un’altra, o deriderla, o disprezzarla basandosi sull’aspetto fisico?
Posso non trovarmi d’accordo con un’opinione o un’azione altrui e disquisirne contro o a favore, ma in nessun modo ho il diritto o dovrei avere la possibilità di emettere un giudizio o di offendere un mio simile sulla base (umana) della sua fisicità o degli elementi personali che ne caratterizzano l’esistenza.

Il corpo è sacro, gente, mettiamocelo in testa tutt* quant*. Sì sì, pure l’anima e ‘ste cose qui lo sono, ma con il corpo non si scherza. Mai.
Il corpo è l’unica cosa che davvero ci accomuna, che ci rende simili e attraverso il quale possiamo sviluppare empatia.condivisione.vicinanza. Umanità.

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Le parole, a volte, danno vita ad un processo alchemico all’inverso: dall’oro dal quale possono nascere, divengono puro piombo.
Le critiche e le offese rimangono appiccicate addosso per anni; gli insulti diventano ferite che ci sottraggono qualcosa di fondamentale, come la serenità e la gioia di sentirci dentro noi stess* e ricostruir-si emotivamente dentro un corpo che ci è stato strappato via dalle altrui parole e bassezze è complicatissimo. Un trauma vero e proprio.

Sono sempre stata una bambina grassa, poi sono diventata un’adolescente obesa, piena di cellulite, smagliature, poi cicatrici.
Ricordo ancora, e sono passati più di vent’anni, che le mie compagne delle elementari mi dissero che le mie gambe erano enormi e che il mio sedere era grande come tutta Torino. Lo ricordo come fosse ieri. Avevamo pochi anni allora, ma loro erano già agguerritissime, spietate, prive di compassione e benevolenza verso un corpo che non era il loro, che non rispettavano, che dava loro fastidio perché diverso.
Battute ne ho ricevute, per fortuna, relativamente poche, ma ci ho impiegato una vita a scoprirmi il corpo, a riconoscerlo, a sentirmici bene dentro.
Primo bikini indossato con mia sorella all’età di 27 anni: ci abbiamo messo un’ora per deciderci a togliere quella stramaledetta maglietta e pantaloncino.
Nelle Azzorre il mio soprannome “affettuoso” era cachalote, che è il piccolo della balena in lingua portoghese… questo per farvi intuire la mia stazza.

Sono minuta, strana, il mio corpo è non.conforming rispetto ai canoni di bellezza che vanno tanto di moda (creati dalle multinazionali e dalle agenzie di pubblicità e non dalle persone), ho i capelli bianchi ai lati, i denti che si cariano nonostante la mia ossessione per l’igiene orale, le dita delle mani diverse, la cifosi, e la cellulite rimane lì nonostante la mia amata ginnastica, la pelle poco elastica è flaccida sotto le braccia… devo continuare?
Ci ho messo anni a capire che non mi manca nulla, che io non manco di nulla.
Non sono mai stata una di quelle ragazzine che prendeva ad esempio il corpo di top models, non ero interessata a quel genere di paragoni, eppure tant* delle-i mie-i compagne e compagni, amiche e ed amici, hanno trascorso anni ad ossessionarsi con il proprio corpo, conoscendo orrori da girone infernale e mettendo in pratica privazioni di ogni sorta pur di avere un corpo “a norma”, perché quel preciso commento o quella battuta sempre dietro l’angolo li disfaceva e la pressione sociale era insostenibile.

Vigoressia, disturbi alimentari di ogni sorta, cutting, crash emotivi ed una lunga lista di eccetera ci accompagna da sempre in questo faticoso viaggio psichico.emotivo.fisico che percorriamo abitando il corpo.
Una battuta o un commento denigranti scritti su un social non sono mai innocui, bensì diventano macigni di dolore e perdita, sono impronte di vergogna che rimangono in maniera permanente, nella memoria digitale, quindi indelebile. Un’offesa, oggi, rimane segnata per sempre. Impossibile tornare indietro.

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In questi giorni ho seguito il body shaming di cui è stato vittima il calciatore Higuain, passato alla Juventus e solo per questo, onta imperdonabile per i fans del Napoli, deriso sui social a colpi di frasi poco rispettose e foto ritoccate relative alla sua presunta pancetta. Nessun* si è schierat* in sua difesa, forse perché è un uomo e la questione interessa meno.
Caso di un paio di giorni fa, Il Resto del Carlino intitola infelicemente un pezzo sui Mondiali di Rio “Il trio delle cicciottele sfiora il miracolo olimpico”, riferendosi alle atlete azzurre di tiro con l’arco. Venuto giù il mondo, dimissioni immediate del disgraziato ideatore del titolo e del pezzo.
Higuain non se l’è cagato nessuno, le atlete hanno mosso il mondo (indignatissimo) italiano.
Inutile dire che trovo questa disparità inaccettabile.
Qualche anno fa anche il mio amatissimo Leonardo DiCaprio è stato tormentato da copertine e titoli presumibilmente divertenti che sfottevano fino all’inverosimile il suo aspetto fisico, così pure un altro attore molto amato, Wentworth Miller di Prision Break, ha subito per mesi lo stesso trattamento. Silenzio.

Non so se state seguendo la campagna #ShortsPerTutt* sui social creata da Abbatto i muri, magnifica creatura cibernetica di Eretica: ebbene, l’inferno! Ragazze e donne mostruosamente derise ed umiliate (da altre ragazze e donne!) perché hanno avuto il sacro ardire di pubblicare foto di se stesse indossando shorts con qualche kg in più, con un filo di cellulite o, cosa assolutamente imperdonabile a quanto pare, per non essersi depilate! Apriti cielo, si sono aperte le cateratte della volta celeste e secchiate di insulti sono discese da ogni latitudine e longitudine.

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Fermiamoci.

Non siamo più alle scuole elementari e questa spietatezza infantile non ci è più permessa, non si può giustificare in alcun modo. Non ha scuse né ragione di esistere.

Difendiamo il nostro corpo ed il corpo dell’Altro, questa è materia (umana) sacra, inviolabile. Soprattutto difendiamo OGNI corpo in maniera paritaria, senza distinzioni, in nome di una vera e completa giustizia.

Stop #bodyshaming, la vera vergogna è questo atteggiamento, non il nostro corpo.

Glossario della de/frammentazione

Di Larsen Iceberg*

Introduzione agli studi di genere

L’evoluzione e la degenerazione umana ha modificato l’essere umano tanto da spostare il suo assetto, una volta appartenente al regno animale, verso una complessità esistenziale macchinosa e cibernetica.
Abbiamo investito molto nella crescita del nostro cervello (con risultati discutibili) disinvestendo il rapporto con il nostro corpo, disconoscendolo infine.
Questo nostro sistema identitario non permette più di viversi per ciò che si è e ciò che si vuole essere. L’ipotetico sviluppo cognitivo ci ha permesso di scoprire molti particolari della realtà e di com’è fatta. Ma tutta questa rete di informazioni e processi, di cui alcuni estremamente complicati e minuziosi, è a volte irriducibile. Non semplificabile.
Paradossalmente la complessità degli studi di genere tende a distorcere/decostruire i concetti per rendere più accessibile alle persone la “cosa umana”.
quale è il significato degli studi di genere?
È un flusso di ricerca, formato da più correnti di studio, con un approccio multiassiale e interdisciplinare sulla sessualità e sull’identità di genere, rapportandole agli aspetti psico-socio-culturali assunti e vissuti.
Senza doversi specializzare in tale disciplina appassionante, ma dal calibro contundente per chi si inoltra in questioni delicate, possiamo porci dubbi e processare aspetti di base.
che cosa si intende per sesso biologico?
Possiamo vederlo come un risultato del corredo genetico, che esprime una base anatomica e fisiologica come le caratteristiche sessuali primarie e secondarie e il loro funzionamento.
La cultura ci ha insegnato che esistono due sessi: si è uomo o donna rispetto all’essere nati con il pene o con la vagina.
Ma è un’inesattezza scientifica, perché i sessi biologici non sono solo due.
Ecco che possiamo introdurre il concetto di intersessualità.
L’intersessualità è un termine per identificare quei corpi che per corredo genetico presentano caratteristiche maschili e femminili. È interessante come questi corpi vengano trattati come inesatti, piuttosto che nature biologiche. Difatti, spesso, un neonato che presenta tali caratteristiche viene modificato chirurgicamente per appartenere a un solo sesso. In questo caso, l’equipe medica assieme ai genitori decideranno l’attribuzione di una specificità.
Se pare molto chiaro il concetto di sesso biologico, il rapporto tra quest’ultimo con “l’identità di genere” invece è più sfumato.
2 (1)
che cos’è l’identità di genere?
È una delle prime risposte alla domanda “chi sono io?”. L’identità di genere può differire dal sesso biologico (come il §oggetto può differire dall’Io), poiché la sua formazione è influenzata da fattori non solo biologici, ma soprattutto sociali, culturali ed educativi. Ci insegnano che se nasciamo con il pene o con la vagina apparteniamo a specifici generi. Eppure non è sempre così. Il processo identitario è molto complesso, soprattutto al giorno d’oggi. Ma come Judith Butler suggerisce, alla domanda “chi sono io?”, dovremmo aggiungere: “chi sei tu?”, poiché è nel rapporto con l’Altro che la nostra stessa identità si forma, come fu teorizzato da J. Lacan nella teoria dello “stadio dello specchio”.
Inoltre possiamo osservare quanto è difficile per ogni campo di concentramento** accettare ciò che è fuori dalla norma, lo vediamo per quanto riguarda la cosa psichiatrica, come nell’orientamento sessuale.
che cos’è l’orientamento sessuale?
È la percezione del proprio Desiderio Erotico/sessuale verso un Altro che sentiamo debba avere determinate caratteristiche, o almeno abbiamo la convinzione di saperlo. Anche questo aspetto è influenzato, anzi sovradeterminato, dal sistema socio/culturale in cui viviamo.
Spesso l’orientamento sessuale si confonde con quello affettivo, dando per scontato che l’amore, diverso dall’innamoramento, includa a priori tutto il resto del Desiderio. Non è un caso che sulla scala dei bisogni di Maslow, come in altre rappresentazioni, le due necessità siano a diverse altezze.
L’orientamento affettivo può essere visto come la capacità di amare l’Altro, anche esso con determinate caratteristiche, ma non quantificabili in un processo logico.
È bene considerare un altro fattore che va a determinare con gli altri l’intero funzionamento della persona.
Parliamo dell’espressione di genere. Cioè il modo in cui decidiamo, o pensiamo di decidere, di esprimere nel mondo ciò che sentiamo di essere. Si dà per scontato che chi si sente maschio debba corrispondere all’immagine ideale del Sé conseguente, ma quest’ultima non è stata scelta del §oggetto, bensì sovracostruita dal sistema.
L’espressione di genere si esprime con la fisicità, l’abito, la parola, il gesto e il segno non solo per affermare il sé, bensì per comunicare la modalità di Avvicinamento che l’Altro dovrà mettere in atto per essere riconosciuto.
“Nasciamo tutti nudi, tutto il resto non è che un travestimento”, Rupaul – Drag queen 
I vari rituali di travestimento esercitati in alcune occasioni sociali riconosciute (Carnevale, Halloween, il cosplay, ecc..) o fuori dalla norma culturale come il “drag” o il crossdressing sono rivendicazioni, più o meno consce, della libertà di espressione. Poiché tale libertà ci è negata dalla nascita, sin da quando i genitori e i parenti scelgono vestiti e colori per identificare il §oggetto senza il suo consenso.
2 (2)
Nell’autoanalisi ognuno di noi può rileggere le proprie unicità, ed è possibile scoprirsi diversi da ciò che pensavamo di essere e sapere di noi. Può essere un percorso lungo e immerso nel conflitto.
Perché de/costruirsi e perdersi per conoscerci è parte di qualsiasi percorso di crescita, ma senza il ritorno al nostro corpo e alla nostra integrità (non ci si riferisce a una integrità morale, ma ad un §oggetto integro e fluido) non troveremo né pace né felicità.
Esso è il nostro “Core”, colui a cui dobbiamo rendere conto ad ogni passo nel cammino dell’esistenza.
**si fa riferimento alla teoria del “Concentramento sistemico” teorizzata da Larsen Iceberg nel 2015.

*Larsen Iceberg è metartista, scrittore, poeta, camminante, costruttore
di labirinti mentali, vivente e investigatore dell’umano e del
sovraumano. Ultimamente la sua esistenza è vissuta fra capolavori
proetici e scoperte sul tema del
genere.sesso.espressionedigenere.manifestazioneumanainclusiva.
Larsen Iceberg vive a Torino, città che fotografa, annusa e abbraccia quotidianamente.

NERO.ARCOBALENO

Abbiamo inventato parole per tutto, per ogni santissima cosa, anche per le idiozie più idiote. Eppure per questo, un linguaggio non è ancora stato trovato, inventato, pronunciato.

La violenza all’interno di una coppia lgbti.

Se è lui che picchia lei o la ammazza, tutto regolare, conosciuto, già visto, già nominato, non fa manco più notizia al tiggì delle venti. Femminicidio. Conosciamo questa parola ormai a memoria, la usiamo spesso, la ripetiamo per ogni nuovo caso di cronaca irrisolta. Il femminicidio ci è familiare, come pure la violenza di genere.

Se lei picchia, stupra, ammazza lei, o lui riempie di calci lui, lo umilia e diventa il suo stalker… come si chiama questo tipo di violenza? Nessun riferimento trovato, siamo spiacenti, si prega di riprovare!

Cominciamo dalla questione del pregiudizio positivo: ma no, la violenza di genere non accade all’interno delle coppie lgbti, perché questa è una dinamica che si vede solo nelle coppie etero.binarie. Wroooooooooooooooooooooooong!

3

Seguiamo poi con una perla di mostruosità: è stupro solo se si usa il pene. Wroooooooooon again!

Nelle ultime settimane, per preparare questo post, mi sono documentata sulla questione e ciò che ho trovato è una omertà pari a quella messa in campo dai clan mafiosi del nostro Belpaese.

Storie di un orrore agghiacciante, forse perché non ce lo si aspetta in nessun modo: lei che sfregia la compagna incinta e la devasta a suon di pugni con una leggerezza d’animo degna di nota, lui che rende la vita del compagno un inferno in terra mettendo in pratica una serie di dinamiche emotive.fisiche.cognitive che sembrano essere state partorite dalla mente malata di Jack Lo Squartatore. Stalkeraggio della peggior specie, minacce irripetibili, percosse sistematiche, violenza quotidiana di tutti i tipi e forme conosciuti e sconosciuti all’Uomo.

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Tre settimane a leggere reports, verbali, notizie pressoché invisibili riguardo questo tema veramente ma veramente agghiacciante e ti chiedi: “Ma cosa sta succedendo?”.

Non succede nulla! Nel senso, nulla che già non conosciamo da tempi immemori: l’essere umano, di qualunque orientamento sessuale, espressione di genere, genere e sesso, è uguale a se stesso e ripete incessantemente le proprie mostruosità applicandole in maniera democratica, cioè estendendole ad ogni aspetto della propria esistenza. Qualunque essa sia, in qualunque modo essa venga vissuta e affrontata.

I centri di ascolto per le persone lgbti vittime di violenza non sono preparati per affrontare questo tipo di emergenza e non ci sono ancora persone formate a dovere su questa particolare sfumatura di violenza. Inoltre, l’omertà di chi subisce violenza è enorme (primo perché è qualcosa di inaspettato, che non ha ancora assunto connotati chiari e definibili, esistenti da un punto di vista umano singolare e collettivo e, quindi, affrontabili e perseguibili anche solo da una prospettiva sociale e politica; secondo perché le persone vittime temono di essere responsabili di una ulteriore stigmatizzazione della comunità lgbti e, pertanto, scelgono la via del silenzio).

Le stesse dinamiche di potere, violenza, arroganza, viltà, sottomissione e crudeltà di sempre. Il medesimo orrendo assetto etero.patriarcale di sempre, semplicemente traslato e quindi (chissà perché?) considerato migliore. Il silenzio complice di sempre di chi sa e preferisce tacere. La mancanza totale di supporto.ascolto.tutela nei confronti delle persone vittime di violenza all’interno della coppia di cui fanno parte. La derisione nei loro confronti, l’incredulità ed il sarcasmo da parte delle autorità preposte a tutelare i.le cittadini.e e che invece raccolgono testimonianze e denunce fra battute sarcastiche e consigli su come sferrare il pugno perfetto per difendersi durante la prossima aggressione.

Un aspetto importante da considerare è anche il sentimento di profonda vergogna al momento di raccontare.denunciare quanto accade all’interno della coppia.

Le persone lgbti che subiscono violenza sono vittime sotto molteplici aspetti: per la violenza in sé; per una non.tutela sociale.politica.culturale.legale sistematica nei loro confronti; per la mancanza di un’esistenza linguistica di questa violenza che la renda visibile e, quindi, esistente; per l’omertà messa in campo al fine di non aumentare lo stigma sociale di un’intera comunità della quale ci si considera membri; per l’inesistenza di strutture e persone capaci di far fronte a questa situazione.

Questo post, breve rispetto ai precedenti, termina qui.

Vi lascio qui di seguito alcuni links che ho consultato nelle ultime settimane a cui dare un’occhiata per approfondire il tema:

http://www.ilpost.it/2016/04/20/violenza-domestica-coppie-gay/

http://www.buzzfeed.com/patrickstrudwick/this-is-domestic-abuse-when-lgbt#.db3VkyzmD

http://www.brokenrainbow.org.uk/help/helpline

http://www.vice.com/it/read/sono-una-donna-e-sono-stata-violentata-da-una-donna

Dato che a chiacchiere stiamo a zero, passo e chiudo. Alla prossima!

IL DIRITTO (NEGATO) ALLE COCCOLE…

(A Frida, in memoria)

Ci sono corpi che vengono lasciati indietro, praticamente sempre.
Corpi “non conformi”, forse neppure tanto normati.
L’incredibile e merdosissima campagna riguardante il Body Shaming si è ormai diffusa a macchia d’olio sul web (e non solo, ahimè!) e concerne, per dirla in parole povere, nel prendere per il culo tutte le persone, o meglio, i loro corpi, che non vengono scolpiti da 80 ore di palestra settimanale o che non passano attraverso la bacchetta magica di Photoshop. Se non sei una dea alta un metro e ottanta con misure pressoché incompatibili con la vita terrestre o se non sei un uomo che non deve chiedere mai con addominali plurimi e molteplici, allora hai qualcosa che non funziona. Non vai bene ed il tuo destino sarà quello di vivere in un eremo dove sesso e desiderio ti verranno sottratti così, ad cazzum.
Smagliature, cellulite, cicatrici, peso corporeo, peluria? Ohmioddddddiocheorroreinsopportabile! Non sia mai che non somiglio a quell’attrice o a quell’attore, a quell’atleta o a quella cantante… che disonore tremendo vivere con il mio “normale” corpo umano, quale vergogna, quale onta insuperabile. Per cortesia!

Bene, vorrei affrontare oggi, tanto per non deludere i miei-le mie followers, un nuovo argomento impopolare, come sempre fra quelli di cui scrivo, tanto per mantenere una coerenza.impopolare intellettuale a cui vi ho abituat*: la sessualità delle persone disabili (sì, potrei dire diversamente abili, ma anche qui, bla bla bla, disabile nel senso rivendicativo.queer del termine eccccccc…. dai, tanto già lo sapete!).
Tatatatatatatatatatannnnnnnnnnnnnnn…
Noooooooooooooooooo, la sessualità e la disabilità nooooooooooooooo!!!!!!!!! Arrestate ‘sta pazza!
Ma le persone disabili non sono simili agli angeli, asessuali e asessuati? Manco per sogno! Non dirmi che c’hanno istinti sessuali pure loro? Te lo dico, invece! Se non bastasse te lo grido pure in piena faccia. Ma quindi pure loro desiderano fare sesso? Ma dai! Incredibile amici ed amiche, abbiamo scoperto l’acqua calda! E rilancio pure con: hanno un corpo desiderante!

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Nooooooooooo, boh raga, con questa frase mo’ inizia una rivoluzione! Magari…
Coccole, presenza dell’Altro, desiderio, contatto umano, erotismo, sensualità… il pacchetto completo!
Solo che… e qui c’è un “solo che” grande come una casa, il desiderio sessuale, no, diciamolo bene, la sessualità.sensualità.erotismo delle persone disabili è ancora, in ‘sto Belpaese de mmm……rda, un assoluto tabù.
Facciamo un esempio pratico: se un bio.uomo desidera viversi la propria sessualità ha diverse opzioni:

1. Viversela da solo attraverso la masturbazione
2. Viversela con una compagna o con un compagno (qualora viva una relazione monogama) o con gli pare (qualora viva una vita con un approccio poliamoroso o anarchico.relazionale)
3. Accostare l’auto allo sbocco della Tangenziale o nelle strade cittadine in orario notturno ed usufruire dei servigi delle persone che svolgono un lavoro sessuale.

Ora elenchiamo le reali possibilità che una bio.donna o un bio.uomo con una disabilità hanno di potersi vivere la propria sessualità:

1. Se la disabilità (e dipende sempre a quale tipo di disabilità facciamo riferimento) non è grave o non è invalidante magari si riesce ad arrivare alla masturbazione
2. Se la persona ha un* compagn* o partner sessuale può viversi desideri e fantasie con un briciolo di autonomia
3. Ricorrendo alle prestazioni di lavoratrici o lavoratori sessuali (ma spesso questa via non è percorribile per tutta una serie di difficoltà oggettive).

Sottolineo, per non lasciare un non.detto, che non si può parlare di una sola “narrazione disabile”, bensì di molteplici narrazioni, infinite narrazioni, tutte differenti, che comprendono un mondo.universo sterminato.
Non sono riconosciute, in Italia, figure professionali quali l’assistente sessuale, come invece accade in altri Paesi europei. Non sono il nostro equivalente di lavoratrici del sesso per persone disabili, sono invece persone formate appositamente per far fronte a difficoltà specifiche e di vario genere (fisiche.psicologiche.logistiche.emotive) che possono presentarsi al momento dell’approccio con la persona che richiede il servizio.
Alcune volte, per le famiglie delle persone disabili la sessualità di figli e figlie, fratelli e sorelle, è un aspetto difficile da affrontare, troppo delicato, talvolta messo da parte per mancanza di strumenti umani o affrontato con enormi disagi. Diciamo che ci si arrangia alla meno peggio. Ci si arrangia…
Frida La Rossa, amica mia disabile ma prima di tutto bio.donna dotata di grande e magnifico desiderio.erotismo, davanti all’abbandono legislativo di uno Stato cieco, alla solitudine umana e all’isolamento fisico dovuto da un contatto costantemente negatole, ricorreva agli annunci, spesso incappando in tipi sinistri poco raccomandabili o a tizi che poi volevano soldi a cambio, magari non richiesti in un primo momento. La frustrazione e la rabbia che Frida ha dovuto subire e vivere costantemente per un tabù sociale e per una non legittimazione ad esistere della sua sessualità, e prima del suo corpo, sono stati devastanti. Da essere creatrice non volontaria del proprio desiderio, è passata ad esserne vittima, con scarse possibilità di vivere una sessualità, con l’Altro, anche solo minimamente umana.accogliente.dignitosa.

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Quello che ho compreso è che c’è una sessualità di serie A ed una di serie B, secondo una società binaria ed arbitraria. Se hai un corpo che secondo la vox populi va bene, allora hai diritto alla sessualità, sennò te ne stai fuori dai giochi. Mammamiacherabbiapoderosa!

Per fortuna qualcosa si muove, anche se mooooooooooooooooolto lentamente.
Vi lascio un po’ di materiale qui sotto, così quando avete voglia gli date un’occhiata con calma:

https://abbattoimuri.wordpress.com/2014/04/24/donna-disabile-e-non-voglio-amore-eterno-voglio-sesso-a-pagamento/

https://abbattoimuri.wordpress.com/2014/04/24/donna-disabile-e-non-voglio-amore-eterno-voglio-sesso-a-pagamento/

https://abbattoimuri.wordpress.com/2014/04/24/donna-disabile-e-non-voglio-amore-eterno-voglio-sesso-a-pagamento/

http://www.yeswefuck.org/

http://www.comune.torino.it/pass/informadisabile/servizio-disabilita-e-sessualita/

Per grazia umana, e non divina, qui ci sono persone che stanno facendo grandi cose e che stanno portando fuori il tema con passione, dedizione, con un’onestà intellettuale ed un coraggio che manco i leoni della Savana…
Il progetto messo in piedi da Max Ulivieri è questo:

http://salute.ilmessaggero.it/storie/disabili_sesso_love_giver-1266367.html

Muoviamo, fra tutti noi ominidi, un po’ ‘sto abaradan, che qui si parla di diritti umani e civili. Diritti umani e civili, mica parliamo di fagioli con le cotiche!

A.A.A. A tutte le persone ignare di tutta questa epocale faccenda che stanno leggendo questo post:

Non so se vi è giunta voce, anche da lontano eh, nella vostra magnifica Neverland dove non esistono i poveri, i disabili, i pazzi e gli invertiti (cioè noi!), che pure la sessualità è un diritto FONDAMENTALE non secondo a nessuno. Non solo una personalissima, normatissima e accettata socialmente sessualità ed unico tipo di corpo sono primari, bensì tutte le sessualità e tutti i corpi lo sono e valgono uguale. E qui vi si aprirà forse un mondo nuovo, pieno di strane creature… potete ignorarle, fare finta che si sia trattato di un brutto sogno e tornare al letargo offerto da Morfeo o decidere di riflettere, almeno per un secondo, su questo tema.

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Piantiamola con ‘sto malsano ed ipocrita binarismo corporeo.sessuale dell’io valgo più di te perepepepepe (questa è una pernacchia grafica, ma forse non rende come ho sperato, ma avete capito lo stesso) perché ho il corpo migliore del tuo e non sono disabile. Echissenefrega se un* non è disabile, teste di menta che siamo tutt* quanti all together!, rendiamoci conto che TUTTI i corpi sono fighissimi e diversi fra loro e menomaleviviaiddio!
Io c’ho il soffio al cuore, la cellulite e la cifosi, le extrasistole e le smagliature+pelle moscia nell’interno cosce dovuta a dimagrimento che non si può vedere, tutta nel mio non sono, eppure ho il diritto di vivermi rispettivamente corpo.sessualità.sensualità.erotismo.emotività.relazioneromantica un po’ come mi pare che tanto mamma non mi dice niente figurarsi lo Stato, invece Frida questo diritto non ce lo ha avuto, non glielo hanno mai concesso, perché? Perché stava seduta su una testarossa a quattro ruote? Madooooooo raga, benvenut* nell’Alto Medioevo!

Non può esserci distinzione fra diritti, se siamo tutti esseri umani con le medesime necessità, istinti, volontà, multi.desideri. Non si può proprio sostenere un mondo dove una persona non ha il diritto di entrare in contatto con il proprio corpo e con quello dell’Altro, essere coccolata, stare bene con se stessa e con i propri desideri e sperimentarli, fare l’amore, praticare il buon sesso, copulare, ditelo come vi pare, che ce semo capit*!

I diritti sono per tutt*, per tutt*, non per tutt* meno per qualcun*. Cerchiamo di farcelo entrare in testa, please!

MEZZOSANGUE

Meglio vedere lo sputacchio di gengive sanguinanti nel lavello del bagno, piuttosto che mostrare il sangue mestruale in uno spot pubblicitario. Meglio vedere ossa spaccate, muscoli strappati ed operazioni a cuore aperto in una comunissima trasmissione televisiva o film o serie tv, piuttosto che vedere anche una sola goccia di sangue mestruale. Meglio piscio, merda e vomito come se piovessero dal cielo, piuttosto di parlare della possibilità di disquisire sul sangue mestruale.

Il sangue mestruale, così come la mestruazione in sé, è cosa di donne, non serve parlarne fuori da gruppi femminili e femministi, maccheschifo!

Molto si muove nel mondo femminista per togliere (apparentemente) lo stigma al sangue mestruale, alla mestruazione, alla ciclicità della donna biologica, eppure qualcosa mi sfugge e mi infastidisce profondamente.
Se da una parte possiamo dire che la mestruazione è cosa di donna, io sostengo a gran voce che invece è anche cosa di uomini, è cosa di tutte le persone. Non solo le donne hanno le mestruazioni, ma ce le hanno anche gli uomini trans che hanno fatto e stanno facendo un tipo di transizione non obbligatoriamente di tipo ormonale. Persone che vengono e chiedono di essere socializzate come uomini hanno le mestruazioni. E allora di cosa stiamo parlando?
Spesso e volentieri lasciati indietro, questi uomini! Se una persona socializzata come donna dice di avere il ciclo e di sentirsi poco bene, anche solo da un punto di vista empatico, scatteranno meccanismi di simpatia, tenerezza e preoccupazione, ma se è una persona socializzata come uomo, a dirlo, cosa accade? A parte magari un’incredulità iniziale, la tendenza quale pensate che sia? Meditiamo, gente, meditiamo…

Seguo ottomila gruppi femministi su Fb e non, el Camino Rubi (blog e progetto di educazione mestruale spagnolo) e tutto ciò che posso sulla questione collegata alla non medicalizzazione del corpo, e quando si tratta di mestruazione e di tecniche per alleviare fastidio.dolore.disagio collegati al ciclo mestruale… spesso mi scatta la furia. Perché, mi chiederete…

Perché si parla sempre e solo di tisane, di coccole, di masturbazione, di riposo, di tempo per se stesse, il che è del tutto condivisibile.importante.rispettabile, ma la mia domanda è: “Tutto questo è eccellente per imparare a prendersi cura di sé, ma in questi giorni di bellezza ciclica e mestruata, il-la nostr* partner (ma anche amici, amiche, figli*, genitori e le persone che ci vogliono bene in generale), dove si suppone che sia?” Nel senso: io sto con il mio corpo, imparo tutta la trafila (femminista) per prendermi cura di me stess*, mi masturbo, mi riposo, mi rilasso, mangio bene, bevo tisane e… dove faccio tutto questo? In una bat-caverna ai piedi dell’Everest?

Francamente non credo che milioni di esseri umani che mestruano ogni santissimo mese che dio manda in terra siano tutt* single e solissim* al mondo senza nessuno (caxxxxxo è, un’epidemia di sterminio da film horror?)! E quindi? Non credo che chi fra noi ama ed è amat* e condivide spazio.tempo.indirizzocivico con la-il partner.amore della propria esistenza (o altre persone correlate, vedi sopra) viva in una sorta di stanza mestruante in cui si ritira una volta al mese per poi riemergere quando le mestruazioni terminano.

Questo significa che chi fra noi è emotivamente.fisicamente.vitalmente accompagnat* si relaziona con l’Altro, con il corpo della-e persona-e che ci è-ci sono accanto.

donazione-sangue (1)

Credo, in tutta onestà, che prendersi cura di se stess* sia un processo educativo.emotivo.fisico.spirituale necessario per essere felici, ma anche permettere alla persona che ci è accanto (qui parlo in maniera specifica della relazione all’interno di una coppia, quando esiste) di stare con il nostro corpo quando e come lo desideriamo entramb*, sia fondamentale per incontrarsi.condividersi.conoscersi.rispettarsi.amarsi.
Vedo l’Inception di un’idea, qui: si fa di tutto per dire che le mestruazioni sono ok, che sono cool, ma di contro ci dicono continuamente di prendercene cura da sol*. Oh, mai che nel manuale della perfetta mestruazione ci sia la voce: “Quando lo desideri, durante le mestruazioni, condividi la masturbazione con il-la tu* partner e viviti il piacere in coppia e fai tante belle cose con lui-lei”. Mai!

Cioè, fammi capire: questo vuol dire che mi devo smazzare la mia ciclicità, anche da un punto di vista erotico, oltreché emotivo.cognitivo, sempre da sol*? Ma perché?
In questo ci vedo una perpetuazione dello stigma, solo traslato, che non è né meglio né peggio, è solo cambiato.

Per chi conosce anche solo sommariamente le dinamiche della ciclicità (declinata al femminile biologico, per capirci), sa anche che invece l’affetto, la tenerezza, la vicinanza durante i giorni delle mestruazioni sono fondamentali: anziché consigliarci di fare indigestione di cioccolato fondente, mirtilli e legumi, e ingerire la qualunque di farmaci studiati apposta per noi (tu pensa che culo!) magari diciamoci e diciamo alle persone che forse è più funzionale un abbraccio, una carezza, un’attenzione, anche una condivisione del desiderio.tempo.spazio con il corpo della persona che desideriamo al nostro fianco.

Il corpo, anche durante le mestruazioni, rimane un corpo desiderante, anche di altre cose, non solo di pratiche sessuali estreme e non! Consideriamo la possibilità di condividere il nostro corpo ed il nostro sangue con chi desidera esserci, con chi desidera rimanerci accanto e di fare un percorso insieme, di condivisione e di dialogo fra corpi.energie.assetti.

Il sangue è intoccabile solo quando si pensa che lo sia, quando la società (ahimè anche femminista di un certo tipo) ci indottrina a tenercelo per noi o, al massimo, a condividerlo con altre bio.donne obbligatoriamente ed esclusivamente.

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Prenderci cura di noi stess* non significa escludere l’Altro, toglierlo di mezzo in un momento specifico del mese perché le mestruazioni sono solo nostre e noi ce le dobbiamo vivere in maniere esclusiva, spesso escludente, in maniera completamente arbitraria.

Possiamo evitare di creare a tutti i costi scissioni, fratture e respingimenti, ripetere e mettere in atto un tipo di performatività discriminante anche e soprattutto linguisticamente fisica (vedi sotto la voce: gli uomini non possono capire noi donne perché non c’hanno le mestruazioni!) e scegliere altre vie di vicinanza, di spiegazione (ci sono emozioni.assetti.sintomi fisici che è vero che l’Altro non prova.sente.vive, ma questa non è una sua colpa, è semplicemente un fatto. Biologico).

Prendiamoci cura del nostro corpo, permettiamo però che anche chi ci ama ci rimanga accanto, che si tratti di un* partner, amico, amica, genitore, figli*. Andiamoci.veniamoci incontro, stiamo, restiamo, viviamoci la sacralità di un momento bellissimo ed importante per corpo.mente.spirito.

RIMAPPARE IL CORPO… SCOPRIRE IL DESIDERIO

 (A Frida, in fottutissima memoria!)

Ci sono volte nella vita in cui le congiunzioni astrali fra amori, passioni, incontri e quant’altro, diventano un destino
Tutto è cominciato con il mio grande amore, Frida La Rossa, che prima di crepare mi disse una volta: “Le mani, Marta. Comincia dalle mani!”
Dalle maniiiiiiiiiiii? Ma le mani mi servono per provocare piacere, non mi servono a null’altro, chet’èvenutounembolo? Wrooooong, sbagliato che più sbagliato di così non si può!
Le mani non solo come veicolo di piacere, ma come zona erogena. Mannaggia a me, a volte sono proprio lenta!

Questa era la lezione a cui Frida voleva iniziarmi, ma io l’ho capito tardissimo.

Poi un film, Quasi amici, non so se lo avete visto, ma è un gran film, ve lo consiglio… C’è una scena dove si vede il protagonista, uomo disabile (sì, potrei usare il termine diversamente abile, che fa molto Politically Correct, ma io “disabile” lo uso in maniera assolutamente rivendicativa, del tutto queer, quindi resta disabile, fatevene una santissima ragione!) di mezza età, un tizio veramente affascinante, che si lascia massaggiare il collo da una gentile signorina che presta i suoi servigi a pagamento (così va bene? Perché se poi scrivo mignotta o puttana mi saltate al collo e già lo so!) e di quel massaggio riesce a godere profondamente, tipo riccio (per dirla con Frida!).
Frida era disabile e lei mi ha voluto portare un elemento a cui io non avevo mai pensato: le zone erogene cambiano profondamente da corpo a corpo, vero, ma anche da corpo sensibile a corpo insensibile (o sensibile solo in parte). Per dire, lei non aveva sensibilità in alcune parti della schiena, del collo, della pancia e delle braccia, ma poi godeva come una dea greca se le accarezzavi una mano in un certo modo… non mi ha mai voluto mostrare come, ma questo è un segreto sacrosanto che rimane fra lei e lo Stefano di New York.

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In questi giorni sto leggendo, o per meglio dire mi sto infognando con…, il libro di Beatriz Preciado (filosofa post-strutturalista spagnola cittadina ormai del mondo, e lo dico non tanto per fare la figa sul fatto che leggo filosofia post-strutturalista, dato che qualunque imbecille potrebbe comprenderla, ma piuttosto per mettervela in un contesto chiaro a tutt*), Manifiesto contra-sexual, e mi è venuta in mente tutta ‘sta storia della risignificazione del corpo, o meglio, delle zone erogene.
Diciamo che il libro è vasto e magnifico, ma qui desidero accennare al discorso della rimappatura del corpo per trovare un piacere soggettivo, autentico, completamente personale e libero dalla performatività pre-costruita.

Diamo per scontato di sapere quali sono, a grandi linee, le nostre zone erogene. Quante ve ne vengono in mente? Sono un po’ pochine, no? Dai, scherzo!
Per massimi sistemi possiamo riassumere con: tette, vagina, pene, sedere, collo, orecchie, piedi e poco altro… ci siamo, più o meno?
Dunque… se invece vi dicessi… tatatataaaaaaaaaaaaaaaaaannnnnnn, che le zone erogene che noi riconosciamo come tali sono anch’esse frutto di un codice, di una convenzione dell’eteropatriarcato?
Una sorta di significazione di determinate parti anatomiche prestabilite, di zone fisiche precise, che vengono riconosciute in maniera collettiva come “positive, giuste, corrette”. C’abbiamo l’ok dalla regia se sentiamo piacere in quelle zone, ma cosa accade se invece il corpo ci suggerisce altro?

Io ho scoperto da poco, ad esempio, che il mio desiderio divampa con le carezze sulle mani, soprattutto percorrendo le dita; oppure sentendomi graffiare la schiena o soffiandoci sopra; ed anche quando mi si mordono e toccano i piedi o quando mi si danno delle simpatiche sculacciate. Le orecchie ed il collo sono per me zone morte, che una volta sollecitate mi fanno sbadigliare di noia.
La linea dove natiche e gambe si incontrano, la parte dietro in corrispondenza delle ginocchia, mordicchiare i fianchi… ecco, mo’ sapete molto più di quanto sia legale sapere di una persona che non conoscete, ma anche chissenefrega!

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Il punto è, un esempio fra tanti: NO alla masturbazione e alla penetrazione anale per uomini etero o per le donne, che èpeccatopercarità! Ma perché, chi lo ha stabilito? Il sistema eteropatriarcale! Se ti piace la stimolazione anale e sei uomo allora sei frocio (prima di chiamare il centralino dell’Arcigay… anche questo termine è usato in senso queer, per cui non ti scaldare, siamo dalla stessa parte my friend!), se invece sei portatrice di vagina e apprezzi “l’analità”, ecco, allora sei senz’altro una donnaccia. Per cortesia!
Ci sono un miliardo di stimoli che il Kamasutra (che mi sa che ha dato una grandissima mano al sistema eteropatriarcale… grazie mille, te ne devo una!) non prevede, perché non si tratta di posizioni, si tratta di considerare altre zone erogene come altrettanto importanti, significanti e significative, altrettanto fondamentali per il godimento e/o per l’orgasmo o anche solo per preparare ed aprire il corpo al piacere.

Ultimamente, una persona davvero molto preparata e competente mi ha parlato del Muffing, interessantissima pratica masturbatoria per le persone trans e non solo; diciamo che è adatta a tutte le persone che sono portatrici di pene+testicoli. Cercate in rete “Muffing” e no, non fermatevi alle ricette dei muffins vegani o con la glassa, stiamo parlando di un’altra cosa…
Purtroppo non ho info da passarvi in italiano e quelle che ho in inglese sono davvero scarsissime, video porno a parte ma che qui non posso postare se non voglio che wordpress mi oscuri l’account+blog. Magari creerò più avanti un post sul tema, così vi tengo aggiornat* e magari ci smazziamo ‘sto argomento in allegra compagnia.
Vi segnalo però un regista trans che parla del tema: si chiama Tobi Hill-Meyer e tratta del Muffing in alcuni dei suoi video. Check it out… daje n’occhiata!

Comunque, la sostanza di questo post sconclusionato è: le zone erogene universalmente riconosciute sono frutto di un sistema di pensiero che di libero non ha proprio nulla, vedi anche sotto la voce Indottrinamento, di una costruzione sociale-educativa-cognitiva performativa; ovvero, noi ripetiamo anche nel piacere ciò che abbiamo visto fare alle altre persone. Se tutte le donne dicono che questo va bene e dà piacere, allora va bene anche per me e dà piacere pure a me. Nooooooooooo, ma quando mai!
Come linea generale ci possiamo pure credere, ma c’è molto di più nel corpo di ognun* di noi che preme per venire scoperto ed esperienziato. Andiamo a cercare questo “di più” e piantiamola con la performatività (almeno) nell’erotismo e nel piacere.
Il manuale delle zone erogene universalmente accettate è una sorta di tacita e vile metodologia per mantenere il controllo sul corpo delle persone, sulla loro sessualità, sui loro desideri. Un corpo liber(at)o fa cagare sotto di paura, perché è una rivoluzione. Mettiamoci 7 miliardi di corpi liberi-liberati, felici e contenti della propria sessualità e del proprio desiderio, e vedrete che roba ne viene fuori… altro che terza Guerra Mondiale!

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Quello che desidero invitarvi a fare attraverso questo post è di andare a casa e non di dare un bacio a vostra moglie e a vostro figlio, ma di rimapparvi il corpo, di masturbarvi, di trovarvi le VOSTRE zone erogene. Non copiate dal vicino, che tanto vi sgamo subito!
Oddio, non è che vi sto dicendo di lasciare il lavoro e come pazzi maniaci con una sindrome ossessiva compulsiva da sesso di rinchiudervi nel buio della vostra stanzetta tanto da diventare ciech* a forza di toccarvi a destra e a manca, ma di riconsiderare il vostro corpo, di scoprire davvero quello che vi appartiene, quello che vi fa stare bene. Magari scoprite che il baciamano vi fa infoiare come animali o che a voi il sedere proprio non suggerisce nulla di erotico.

Questo è un viaggio che merita almeno l’andata, ve lo assicuro.
E che siate single o in amabile e/o in infuocata compagnia… state pront* a partire!