Diana J. Torres e il suo Pornoterrorismo

via LA LOTTA CONTRO IL SISTEMA: IL PORNOTERRORISMO DI DIANA J. TORRES

Nulla da aggiungere, se non segnalarvi questo articolo immenso e perfetto scritto da Alice Arduino, fotografa-giornalista-blogger torinese dai grandi talenti artistici. L’articolo parla dello strepitoso libro Pornoterrorismo scritto da Torres, che è presto diventato una pietra miliare dell’attivismo queer e post-porno.

Questo suo articolo è semplicemente un capolavoro. Per chi non conosce ancora Diana J. Torres o il grande lavoro di Alice Arduino, eccovele qui entrambe…

Leggete e cominciamo insieme la rivoluzione pornoterrorista! 🙂

CorpoGrafia

Quinto post del progetto “THIS BODY PROJECT”

Testo scritto da un grande meta-artista, Larsen Iceberg, un anno fa.
Ripropongo il testo in versione integrale, così potente, così appassionato, così crudele.
Leggete il testo… tanto corpo sprecato, abbruttito, deportato.

Le viscere dell'Iceberg

Uno

dieci

cento

mille

milioni

miliardi di corpi nudi ammassati.

Corpi morti, corpi abusati, corpi disegnati.

Ogni cm di carne.

Interi campi coltivati di pelle di ogni colore, tutto racchiuso in 142×72,5×8 millimetri.

Si ha un enciclopedia umana tra le dita.

Una volta per vedere questo massacro bisognava aspettare l’ora tarda, quando le tenebre calavano e l’indicibile trovava il posto nella nostra vita. Si accendeva una specie di lavatrice con lo schermo, ci si sintonizzava su canali lontani dai palinsesti diurni e luccicanti. Sembrava che quei canali sorgevano solo di notte, con la luce del sole sparivano. Come vampiri.

Oppure bisognava travestirsi, uscire in incognito per recarsi dal bagarino di carne nella tua zona. Ma era preferibile allontanarsi dal proprio territorio. Forse nemmeno la casa in cui si vive vuole vederci in quello stato.

Ma ora, nell’impero della psiconetica, nel regno della connessione la ricerca di corpi è quasi estinta.

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CORPO DISOBBEDIENTE

Quarto post del progetto “THIS BODY PROJECT

Disubbidire è un’arte.
Disubbidire alla Legge del Padre, allo Stato, a Dio (qualora esistesse davvero), alle regole sociali e culturali imposte al corpo che considerano solamente una biologia-logica-rappresentazione-esistenza binaria che non rappresenta che una parte di un tutto umano e che non tutela praticamente nessuna-o-*.
Esistono regole ormai per tutto, regole non scritte ma piazzate nel maledetto insconscio collettivo dal quale l’essere umano attinge pensieri, azioni e assetti quotidianamente senza neppure saperlo. Regole per come essere, per cosa sentire, per come stare, per come vivere il proprio corpo, per come pensare, per come reagire, per cosa volere. Regole scritte da un sistema etero-cis-patriarcale bianco, egemonico, spesso borghese ed accademico, occidentale.
Regole per come vivere e sentire ciò che nessuno di loro vive e sente.
Allora disubbidiamo e subito.

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Disubbidiamo all’ignoranza, alla sottomissione, alla verità di altri che non parla per noi e mettiamo in atto chi siamo, cosa siamo e perché siamo, come funzioniamo, cosa vogliamo per noi stess*-e-i.
Disubbidiamo alla biologia, al genere, alla costruzione eteropatriarcale maschilista.
Disubbidiamo alle imposizioni che vogliono vagine liberate e non libere, falli sempre a disposizione e necessariamente penetrativi e performativi, corpi che devono incontrarsi sistematicamente solo per procreare o condividersi sempre allo stesso modo, come stabilito, attraverso metodi-pratiche normati e normativi.
Disubbidiamo alle regole che misurano e paragonano i genitali e che li pretendono conformi, tutti uguali al fine di poter essere definiti “normali” e viviamoci la libertà e la bellezza di essere differenti nelle labbra, nelle curve, negli incavi, nei centimetri, negli odori, nelle pratiche, nei desideri, nelle condivisioni, nelle passioni e nelle fantasie. Nulla dev’essere corretto, modificato, operato, migliorato, perché ogni corpo è perfetto di per sé quando chi lo abita si sente bene nel viverlo e sentirlo. Disubbidiamo ai canoni estetici che mortificano corpo.mente.emotività e cercano di renderci quei fottuti mostri che invece non siamo.
Disubbidiamo alla normatività vaginale-fallica-giovane-superdotata-depilata-possibilmente bianca ed in forma-capace di mantenere erezione-lubrificazione in eterno, al binarismo che non prevede altre narrazioni possibili che possano distaccarsi dalla solita storia di due generi-due sessi e null’altro.
Disubbidiamo per riprenderci i corpi, i generi, i non.generi, i sessi, la sessualità e la non-sessualità, le pratiche e le non-pratiche, gli orgasmi e i non-orgasmi; l’importante è che siano nostre scelte, che ci appartengano, che parlino di noi e di ciò che per noi è rappresentativo della nostra esistenza, della nostra volontà, della reale vita che portiamo avanti con forza e desiderio.
Disubbidiamo per viverci libere-i-*, per godere.venire.sentire.vivere.eiaculare.stare ed essere.
Disubbidiamo da adesso, completamente, per sempre.

 

Senza amore, con rabbia

Feminoska ha scritto un post memorabile. Un post sul corpo, sulla vulnerabilità del corpo, sull’impossibilità momentanea di vivere in un corpo integro. Ho pensato che questo post rappresenta una narrazione impossibile da ignorare, saltare, non leggere. Grazie a Feminoska che ha mi ha concesso la possibilità di ribloggarlo. Leggete, condividete, fatelo girare…

Terzo post-non mio ma di Feminoska, aka AnimAliena- per il “THIS BODY PROJECT”.

AnimALiena

Una delle meraviglie meno tenute da conto dalla maggior parte delle persone è quella di avere un corpo integro. Me ne accorgo quando esco di casa, lo vedo nella noncuranza con la quale chiunque, intorno a me, ne dispone – in modi che mi sono da molto tempo preclusi, e che trovo a volte insensatamente rischiosi.

Dall’inizio di maggio il mio corpo ha smesso di nuovo di funzionare, disabilitando una parte essenziale del nostro stare al mondo, quella del nutrirsi, e procurandomi dolori intensi mai provati prima. Ovviamente, come sempre succede quando si parla di me, non si è trattato di un episodio acuto e facilmente diagnosticabile, qualcosa da affrontare tramite un’operazione o una terapia pesante ma relativamente breve e soprattutto collaudata… ancora oggi, dopo tre mesi, non ho una risposta certa a quello che sto vivendo.

E’ cominciato in sordina, per diventare nel giro di qualche settimana un’ordalia che…

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CORPO CAPITALISTA

Secondo post per il progetto “THIS BODY PROJECT”

Due unici corpi normati e normativi servono allo scopo capitalista: quello del maschio e quello della femmina, nella loro peggiore visione e narrazione binaria. Il primo ha il pene, il secondo la vagina. Nessun’altra possibile narrazione è prevista nel sistema capitalista, non occorre, va bene così!
Il maschio dotato di pene rappresenta la forza lavoro a basso costo, sfruttato e sfruttabile fino alla vergogna e all’indecenza, servo che dice sempre di sì se vuole mantenere quella posizione che gli garantisce quattro soldi che non gli bastano mai e quello status quo infame da povero senza redenzione fra un contratto a tempo determinato e un altro che gli fanno desiderare sempre altro, che difficilmente arriverà, concedendogli una parvenza di “normalità“. Due soldi, un contratto indegno, ma almeno è qualcosa da mostrare a chi non ha neppure quelli.

La femmina dotata di vagina è schiava due volte, per cui non se la cava meglio: nel mondo del lavoro può sperare di strappare un contratto a condizioni ancora più infami di quelle di lui e si trova sempre al di sotto di quel fottutissimo soffitto di cristallo, il quale è infrangibile. In casa è invece schiava dei lavori domestici e di cura, mai nemmeno considerati come tali, che le strappano via non solo il poco tempo che le rimane per prendersi cura di se stessa, ma che le distruggono energie e gioie. Due lavori, due tipi diversi di sottomissione del corpo e dell’energia fisica, mentale, emotiva. Due lavori, uno vergognosamente sottopagato (quando c’è), l’altro non considerato come tale e non riconosciuto come sforzo, dedizione, attività fuori da sé. I lavori domestici, il lavoro di cura e di crescita dei figli sono “naturalizzati” come femminili e, in quanto “naturali”, non è necessario pagarli, riconoscerli, viverli come possibili attività praticabili sia da uomini che da donne.

Il corpo portato allo stremo, la mente alienata, i sogni infranti: questo scriveva Marx molte decadi fa ne Il Capitale riguardo al lavoro, ma nulla sembra essere cambiato, se non per pochi-e fortunati-e e soprattutto non in questo Paese. Zero tutela, zero rispetto per chi lavora, zero possibilità di raggiungere i propri obiettivi, zero opportunità di poter vivere decorosamente con il denaro guadagnato con il sudore della fronte.
Sotto questo sistema capitalista, tutte-i-* perdiamo. Non solo non vi è alcun ricoscimento dei diritti del lavoratore e della lavoratrice, per non parlare de* lavorator* che rappresentano e vivono vite ed esperienze non binarie-non normative e non normate, che nemmeno esistono agli occhi della società capitalista o, se esistono, a parte rare eccezioni, rimangono ai margini.

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Karl Marx, padre de “Il Capitale”

Quello che risulta chiaro è che un sistema che schiavizza il proprio popolo e lo mantiene in uno stato di schiavitù in cui l’asticella si alza sempre di più fino a raggiungere l’impossibile da accettare, è un sistema inumano. Ed è quello che si vuole raggiungere. Il lavoro è potere, il denaro da esso creato è potere, il corpo che genera lavoro è potere, e di questi tre poteri siamo derubate-i-* ogni giorno, costantemente. Non esiste più la meritocrazia, il guadagno in base allo sforzo, ma forse non è mai esistito e questa è una buona favola della buonanotte che ci è stata raccontata per farci sognare cose belle e cullarci prima di chiudere gli occhi.
Senza lavoro non esiste guadagno, non esiste potere, non esiste libertà di azione. Vivere i nostri giorni sulla soglia della sopravvivenza ci rende impauriti-e-*, e quindi pront*-e-i ad accettare qualunque condizione, anche quella della disumanità. Senza denaro, in un sistema capitalista come questo, significa non poter accedere alla sanità, all’educazione, alla possibilità di vedere le proprie prime necessità garantite. In un sistema capitalista come questo senza denaro non c’è scelta di vita e di libertà e spesso si rimane a subire le peggiori atrocità perché non c’è altra via. Il denaro compra alcuni tipi di libertà, come quella di affittare un’altra casa e liberarsi di una relazione abusiva, come quella di cambiare lavoro, come quella di ricominciare un’altra vita da soli-e-*, come quella di avere accesso alle migliori cure in caso di malattia e di una migliore educazione per avanzare negli studi.

Un sistema capitalista come questo distrugge il corpo sociale, il corpo mentale, il corpo animico, il corpo fisico, e mantiene ogni persona nel ruolo che LUI ha stabilito per potersi assicurare lunga vita, probabilmente eterna.
Virginia Woolf scrisse un magnifico trattato sulla libertà femminile che augurava a tutte le generazioni future, Una stanza tutta per sé, nella quale ogni donna avrebbe avuto uno spazio per sé per scrivere, riflettere, crescere come essere umano e comprendere se stessa. Peccato che nessuna penna abbia mai scritto Un lavoro tutto per sé, perché come c’era scritto ironicamente all’entrata del lager più famoso di tutti i tempi… Il lavoro rende liberi. Era vero un tempo? Potrebbe esserlo oggi, cambiando completamente dinamiche di potere.

Il corpo capitalista è sempre un corpo in perdita.

CORPO ESPULSIVO

Il testo fa riferimento al corpo della donna biologica o che ha subito un’operazione di riassegnazione del sesso, non per discriminare alcuna altra narrazione vivente, ma semplicemente perché nel testo si fa riferimento a precise dinamiche e condizioni fisiche e biologiche.

Un corpo che accoglie, quello della donna. Anche quando non vuole.
Un corpo che accoglie, per poi donare dal nulla, figl* al mondo.
Un corpo che accoglie la sessualità dell’Altro. Anche quando non vuole.
Un corpo che accoglie testimonianze, lamentele, abbracci e baci non richiesti, genitali non suoi e non voluti, parole a fiume dentro le orecchie spinteci a forza. Anche quando non vuole.
Un corpo che usa un linguaggio comprensibile, feroce nell’immediatezza, eppure costantemente frainteso, rimasto inascoltato, riempito di ogni sovradeterminazione possibile.

L’accoglienza è donna, questo potrebbe essere un aforisma, se non fosse già uno stereotipo misogino, eteropatriarcale e non corrispondente al vero.
Il lavoro di cura è quasi ed esclusivamente svolto globalmente dalle donne, anche se negli ultimi anni si è notata un’apertura nei confronti di una accettazione degli uomini (biologici e non) in questo ambito. Per fortuna, ce n’era un gran bisogno!

Sono una bio-donna e nella vita sono stata obbligata a farmi carico di: lavori domestici, lamentele varie ed eventuali da parte di ogni tipo di persona, confidenze non richieste, carezze.baci.abbracci.palpeggiamenti non graditi e non richiesti ma che l’Altro si sentiva autorizzato magnanimamente a dispensare senza chiedermi il consenso e solo perché gli andava, pratiche sessuali di accoglienza quando non mi corrispondevano in momenti di sessualità improbabile, parenti.amiche.amici.partners.sconosciuti che si sentivano male o non erano in condizione di prendersi cura di se stess*, ed una lunga lista di eccetera.

Si è sempre dato per scontato che il corpo della donna sia nato per accogliere, per ricevere.
Viviamo in una società basata e tarata su questo concetto: l’accoglienza-ricezione della donna, fra l’altro con una certa passività che non scandalizza più nessun*, donne comprese.
L’elenco delle azioni che misurano il grado di passività sono davanti agli occhi di tutt*, e proprio perché sono così evidenti, divengono impossibili da riconoscere.
In ordine sparso: posizioni sessuali (missionario e a 90°, sesso orale e anale in modalità di ricezione fa le pratiche sessuali più diffuse e conosciute di sempre); posizioni e strumenti imposti durante le visite mediche (ginecologiche in primis) e posizioni imposte durante il travaglio ed il parto.

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Foto di Ramona Zordini

Credo ci sia stato, e ci sia ancora oggi, un tremendo malinteso che riguarda il corpo della donna. Questo malinteso si è dato probabilmente da una mera lettura del numero di orifizi capaci di accogliere il corpo dell’Altro e non sulla lettura di ciò che il corpo della donna fa costantemente, ovvero espellere. Mi riferisco ai liquidi, signore e signori.
Il corpo di un uomo espelle lacrime, urina, feci, liquido seminale e prostatico. Il corpo di una donna espelle lacrime, urina, feci, liquido prostatico, mestruo, ma anche latte materno, il nascituro o il feto, a seconda dei casi e delle scelte.
Qui la matematica è semplice. L’espulsività del corpo della donna è evidente.
Tutta l’accoglienza che si va narrando e mitologizzando da millenni, è basata quindi non su una lettura reale del corpo della donna, quanto sul numero di cavità del corpo nelle quali l’Altro può entrare per trovare piacere e godimento.
Se l’accoglienza-ricezione è misurabile in base alle cavità e non in base ai liquidi (che spesso sono stati nascosti in quasi tutto il corso della storia della Medicina, si veda liquido prostatico femminile), allora possiamo dire che mani e piedi uniti, seni, inguini (si veda, fra le altre, la pratica masturbatoria chiamata Muffing) sono tutte potenziali cavità in cui trovare piacere, e queste cavità sono ricreabili in tutti i tipi di corpi umani.

Un ‘esperienza poco gradevole ma neppure così drammatica è quando una donna si ritrova, per una ragione o per l’altra, a dover utilizzare ovuli vaginali: la risposta del corpo è chiara, e non è una risposta di accoglienza. Il corpo scioglie ed espelle il più rapidamente possibile ciò che è entrato, per tornare ad una condizione normale.

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Foto di Ramona Zordini

Perché scrivere di questo? Perché questa idea che l’accoglienza-ricezione appartenga alle donne ha delle conseguenze sociali, culturali, fisiche ed emotive enormi e davvero poco felici.
Ho già scritto sopra riguardo all’obbligo di assolvere il lavoro di cura nella stragrande maggioranza dei casi solo per il fatto di essere nate con una vagina e dei lavori domestici imposti da generazioni a bambine solo per il fatto di esserlo, a discapito di essere attività svolgibili da ogni essere umano con il pollice opponibile e mediamente sano.
Una delle questioni che per me sono evidenti è l’esasperazione da contatto: donne sposate, fidanzate o che vivono ogni tipo di relazione, sopportano costantemente baci, abbracci, effusioni, palpeggiamenti non voluti e non richiesti solo perché i o le partners ne hanno voglia. Tanto è una donna, mi accoglie, mi riceve. Io le voglio dimostrare il mio affetto, il mio amore o la mia passione, posso farlo, lo faccio.
Chiaramente non desidero essere io, ora, ad esasperare questa riflessione: non parlo di qualcosa che si desidera da entrambe le parti e dove c’è il completo consenso e la piena gioia nel ricevere tali effusioni, ovviamente, ma di una costante e ripetuta colonizzazione dell’Altro da un punto di vista fisico che non è voluto o richiesto o sopportabile.
Il collegamento che si fa fra donnità e cura, obbliga tantissimi uomini biologici e non (e tutte le altre persone che non si considerano né uomini né donne), a dover rinunciare a lavori che invece potrebbero svolgere al meglio semplicemente perché non hanno il “genere o sesso giusto”.
Sono assolutamente convinta che questa sia una forma doppiamente discriminatoria: nei confronti chi non vuole svolgere lavori e compiti di cura e li svolge sulla base dell’imposizione del sesso o del genere, e nei confronti di chi li vorrebbe svolgere ed è tagliato fuori per le medesime ragioni.

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Ultimo tema, l’esasperazione da performance.
Un corpo obbligato a rispondere in un certo modo a determinati stimoli sessuali-culturali-emotivi-sociali, ad essere come gli si richiede pena la squalifica sociale-culturale-emotiva-sessuale, non può essere un corpo felice, sano.
Parlo di Corpo obbligato quando parlo di un corpo obbligato ad essere nella norma rispetto a quanto che gli viene richiesto (l’accoglienza obbligatoria e perenne); un corpo obbligato ad esistere dentro le leggi che lo determinano in quanto tale perché deve corrispondere a determinate specificità di risposta; un corpo obbligato a manifestarsi come ci si aspetta, come deve farlo secondo le regole.
Un corpo obbligato è un corpo obbediente, beneducato, indottrinato, addomesticato nel migliore dei modi; è un corpo che non resiste, che non reclama, che non sovverte le regole, che non dà fastidio a nessuno perché è innocuo.
Un corpo obbligato eseguirà gli ordini, da buon soldato quale è, anche a discapito della sua stessa integrità ed incolumità.
Un corpo obbligato è un corpo pericoloso per la felicità, poiché la boicotta, la distrugge, la elimina.
Il corpo obbligato non è più corpo, è involucro di dinamiche che non gli appartengono, è contenitore di regole che lo regolano attraverso una regola non sua.

Un corpo obbligato non è più un corpo.

THIS BODY PROJECT

Quasi cinque anni per cominciare a realizzarlo.
Un’idea che fluttua fra le sinapsi ma che esiste solo nella teoria del mio cervello. Raccogli e metti da parte oggi, scrivi domani.
Questo è un bel giorno per battezzare un nuovo progetto, il THIS BODY PROJECT.
Il TBP nasce come costola di TheQueerWord, nasce al suo interno, come figlio anche se ne è stato padre, o madre, o non so bene cosa.

Il TBP nasce come raccoglitore di storie e narrazioni sul corpo. Quali storie? Quante più possibili.
Corpo femminile, corpo maschile, corpo binario e non-binario, corpo non femminile e non maschile e non corpo, corpo sano e malato, corpo fermo e sempre in movimento.
Ogni corpo una voce, una narrazione, una testimonianza di esistenza.

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Corpi femminili creano un magnifico mandala 

Attraverso la condivisione di diverse testimonianze, il progetto è pensato per dar voce ai corpi silenziati, non considerati, non visti né uditi. Corpi morti che vivono, corpi vivi che muoiono in angoli di carne e di strada, di dimenticanza.
E ancora: cos’è un corpo? Insieme di sangue, muscoli, organi, ossa, tenuto insieme dalla pelle? Una macchina infallibile che fallisce? Lo strumento attraverso cui si incarna l’anima?

Cos’è il mio corpo? Cos’è il vostro corpo? Cosa sono i nostri corpi? Come si vive un corpo? Come si vive dentro ad un corpo?
Io non lo so, e voi?

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Corpi d’arte

Ve lo racconto, me lo raccontate. Lo sapremo insieme al termine del progetto?
Forse no, ma ne sarà valsa la pena.
Cominciamo…

Miquel Missé: riconquistare il corpo

Ormai da molti anni seguo le interviste, i libri pubblicati in catalano e spagnolo, gli interventi appassionati e ispirati nelle conferenze e tavole rotonde sul tema trans, di questo straordinario scrittore, sociologo e attivista trans catalano.
Lui ha un nome che da oggi in poi ricorderete sicuramente: Miquel Missé o, per chi lo conosce meglio, semplicemente Miki.
Attivista instancabile della nuova leva, classe 1986, vergognosamente giovane eppure già così impegnato a cambiare (in meglio) il mondo che ce la farà davvero, a cambiarlo.
Gli mando una mail per chiedergli un’intervista ed incrocio le dita sperando che accetti, lui è super impegnato ad organizzare il primo campus estivo per bambin* trans in quel di Barcellona. Di una gentilezza incredibile e commovente, ci inviamo saluti e domande attraverso l’etere e questo post è il risultato di questo nostro felice incontro virtuale.

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Miquel Missé

 

Un’intervista semplice, che va dritta al punto, perché quando si tratta di lottare per una causa che ci sta a cuore non si possono fare giri di parole.tergiversare.nascondersi, e Miquel di nascondere opinioni.agiti.sentimenti non ci pensa, fortunatamente, neanche per un secondo.

Buona lettura!

TheQword: Come scrittore, sociologo e attivista trans, qual è la tua opinione riguardo alla visibilità delle realtà trans (film, documentari, libri, articoli usciti sui quotidiani) a cui stiamo assistendo ultimamente?

Miquel: Quello che è evidente è che siamo testimoni di un momento storico relazionato con la questione trans:diversi prodotti culturali mainstreaming rappresentano personaggi trans attraverso i media e in alcuni casi sono le stesse persone trans che mandano avanti alcuni di questi progetti.
Come prima cosa direi che è un momento interessante perché mai prima d’oggi si è parlato così tanto del tema trans e vale la pena seguire con attenzione come si presenta l’esperienza trans al grande pubblico.
Come seconda cosa, direi che a me ciò che più interessa sono i discorsi che ci sono dietro queste rappresentazioni. Credo che in molti casi si continui a presentare il tema trans como qualcosa di relativo alla medicina, una situazione di sbilanciamento biologico. Allo stesso tempo, credo che parte di questo boom di visibilità nei media si basi in buona parte nel passing trans, nel mostrare il successo di alcune persone trans nel passare completamente inosservate e sorprendere il pubblico con persone attraenti, belle e con corpi affini ai canoni di bellezza occidentale.
La domanda che io mi pongo è: a chi si dirigono esattamente questi prodotti culturali e quale tipo di impatto hanno nella vita delle persone trans? Voglio dire, intendono contestare il sistema di genere mostrando esperienze che fuggono alla logica binaria o sono invece esempi che cercano di tranquillizzare la società mostrando quanto normali possiamo essere noi persone trans?

TheQword: Molto spesso sento dire: “La transessualità è…”, come se fosse una sola, però io non ne sono per nulla convinta. Credo, invece, che si dovrebbe parlare di “narrative trans”, dato che sono molte e variano da persona a persona. Sei d’accordo oppure la mia opinione in merito è errata?

Miquel: Il titolo del libro che ho scritto si chiama Transexualidades, otras miradas posibles (Transessualità, altre visioni possibili). Effettivamente, ciò che cercava di spiegare è che dietro la versione ufficiale della transessualità ci sono molte altre traiettorie e discorsi che è necessario ascoltare e divulgare.

TheQword: Si possono dare alcune definizioni orientative riguardo a ciò che può essere la transessualità nelle sue molteplici espressioni.forme.esperienze, oppure le parole non aiutano per nulla nel momento in cui la si tenta di spiegare, creando invece confusione e aumentando lo stigma sociale?

Miquel: Per me la transessualità è una parola molto moderna che emerge nei discorsi medici nella metà del XX secolo e che cerca di definire un fenomeno molto più antico e diverso. Il concetto di transessualità è una gabbia dentro la quale abbiamo inserito l’esperienza di molte persone in relazione alla propria identità di genere. Però, per non fuggire dalla domanda, direi che l’esperienza trans ha molto a che fare con il fatto di vivere in un genere distinto da quello con il quale una personale viene socializzata.

TheQword: Chi è attivista trans, non binari*, transfemminista, queer ecc…, alla fine termina con il definire se stess* con un milione di etichette che, si suppone, dovrebbero aiutare nel momento di presentarci al mondo, però, per esperienza personale, a volte le etichette si trasformano molto velocemente in una prigione linguistica che dice poco e nulla su chi siamo e creano ansia e confusione alle persone che ci ascoltano.
Qualche volta è successo anche a te? Sono importanti le etichette? Perché non possiamo semplicemente dire “Ciao, sono Marta… Ciao, sono Miquel”?

Miquel: Buona domanda! Gerard Coll-Planas, eccellente sociologo e mio buon amico, propone riflessioni molto interessanti sulla questione delle etichette. Lui spiega che mentre ci limitano, allo stesso tempo ci danno anche un senso, e che non risulta ancora chiaro se possiamo davvero farne a meno.
In un mondo eteronormativo, potersi chiamare gay, lesbica o bisessuale è, ancora oggi, una conquista importante perché ci aiuta a pensar(e-ci) fuori dal limite egemonico della sessualità, ci dà un luogo ed una comunità di riferimento. In questo senso, io non ho ben chiaro se il problema siano le parole o i significati politici che diamo loro. Il problema non è utilizzare etichette, bensì pensare che siamo quelle etichette e che non possiamo muoverci attraverso di esse.

TheQword: Ti sembra un’utopia troppo grande poter dire a noi stess* che siamo semplicemente esseri umani?

Miquel: Vuoi la verità? Hahahahahaha. Sì, è un’utopia! Però le utopie non sono mai troppo grandi; semmai, il problema è quando sono troppo piccole. Nonostante questo, ultimamente mi sto dedicando alle piccole utopie. Non penso ad un mondo senza generi né a quello degli esseri umani, semplicemente tento di immaginare un mondo nel quale il genere ci schiavizzi meno e non solo riferito a noi persone trans, bensì alle nostre società in generale.

TheQword: Il corpo, Miquel… parliamo del corpo! Che cosa significa “conquistare il corpo”?

Miquel: Per me l’idea di conquista significa “ritornare al corpo”, “riconquistarlo”. L’esperienza del corpo delle persone trans è descritta in centinaia di articoli scientifici, manuali, documentari ecc…; a volte è abbastanza difficile pensare il corpo partendo da altri paradigmi, dimenticando tutto ciò che ci hanno detto i libri, e pensarlo da capo, con altre coordinate. Per me conquistare il corpo significa proprio questo, un processo quotidiano.
La mia personale esperienza è che un giorno mi sono reso conto che quando ero una bambina avevo una relazione migliore con il mio corpo rispetto all’adolescenza, e quando ho cominciato la transizione progressivamente il mio corpo ha cominciato ad essere il mio problema principale. Ero un uomo e questo corpo non mi corrispondeva. Per molto tempo l’ho odiato, l’ho maltrattato, volevo operarmi completamente e il più in fretta possibile. Ero convinto che questo corpo non fosse il mio. Più tardi, un’idea cominciò a farsi strada nei miei pensieri. All’inizio era un’idea che mi disturbava, che mi dava molto fastidio, ma con il tempo la lasciai entrare dentro di me e svilupparsi un po’ alla volta. Ciò che questa idea mi suggeriva era che, forse, il corpo era il luogo dove stavo proiettando tutta la mia frustrazione per il fatto di non essere nato uomo ma che, di fatto, il mio corpo di per sé non aveva nessun problema, funzionava perfettamente. Credo che da lì sia cominciato un processo che non terminerà mai: tornare al mio corpo, guardarlo con altri occhi e tentare di gestire nel modo migliore le contraddizioni che esso genera in me. Questa esperienza è comune a molte persone trans e, allo stesso tempo, invece molte altre persone trans non si identificano per nulla con questa.

Credo che sia un tema davvero molto complesso e generalmente è circondato da molto malessere e sofferenza, per questo mi sembra importante dire che l’idea di conquistare il corpo non è una ricetta di una buona esperienza trans. Semplicemente è un’esperienza ed io la racconto senza pausa perché mi avrebbe fatto piacere se qualcuno me la avesse raccontata quando avevo 15 anni.

TheQword: Ho letto in varie interviste che ti hanno fatto in blogs, magazines e quotidiani, che porti avanti proprio questa idea molto rivoluzionaria: il corpo di una persona trans che decide di cominciare un percorso di cambiamento non è sbagliato. Molto spesso, ho ascoltato una frase molto specifica pronunciata da persone trans: “Sono nat* nel corpo sbagliato!”, però tu inviti a fare una riflessione che parte dal punto opposto: il corpo va bene, questo è un corpo che vale, non c’è nulla di sbagliato. Una rivoluzione, Miquel!
Ci spieghi com’è nata questa tua idea di “legittimità” del corpo?

Miquel: Credo che nella risposta precedente abbia già risposto, in parte, a questa domanda. L’idea del corpo sbagliato è penetrata profondamente nell’immaginario sociale fino al punto che le persone che ci sono accanto, con le migliori intenzioni, ben inteso, ci chiedono senza sosta quando ci opereremo, quando prenderemo gli ormoni, quando cambieremo la nostra carta d’identità. Cambiare tutto questo è molto difficile, però credo anche che sia facile che la gente provi empatia con l’idea che esista un corpo sbagliato. Utilizzo spesso l’esempio del peso corporeo e mi chiedo: le persone in sovrappeso sono nate nel corpo sbagliato? Che cosa accadrebbe se all’improvviso un movimento di persone in sovrappeso rivendicasse il diritto alla modificazione fisica con fondi pubblici perché sentono che quello dentro il quale vivono non è il proprio corpo ed hanno il diritto di “restaurarlo”?
Sicuramente ci sarà qualcun* che a questo punto dell’intervista esclamerà: “Ma dai, sono due cose che non si possono comparare!”, ed io allora chiedo, di rimando: perché? Per caso solo noi persone trans abbiamo il diritto di pensarci nel corpo sbagliato? Tenendo conto di come il nostro sistema sta assimilando questa idea, non mi stupirebbe se altri collettivi replicassero la narrativa del corpo sbagliato. Funziona! Davvero è una buona idea, magari un po’ fantascientifica, però buona.

La gente prova empatia con l’idea del corpo sbagliato perché suona come un’ingiustizia, un’ingiustizia che si può risolvere con trattamenti medici. Chi può opporsi a questo? Però no, non c’è un corpo sbagliato.
Ciò che esiste nella realtà è che molte persone desiderano modificare il proprio corpo per sentirsi meglio in questo mondo e ciò ci dice molto più del nostro mondo che del nostro corpo.

TheQword: Qual è l’importanza che oggigiorno e negli anni ha ed ha avuto il corpo nella tua vita, come persona prima di tutto, e in secondo luogo come attivista trans? Come vivi il tuo corpo oggi, come lo hai vissuto prima? Immagino che non sia stato per nulla facile…

Miquel: Il mio corpo è uno dei miei grandi conflitti vitali e tento di gestirlo nel miglior modo possibile. Molte volte mi piacerebbe che assomigliasse di più all’idea che ho nella mia testa, però non sto facendo molto per cambiarlo. Da diversi anni assumo testosterone, però non mi sono mai sottoposto ad alcuna operazione. A volte penso: operati e falla finita!, però poi la bilancia si riequilibra e rimango tranquillo per un po’ di tempo.
Credo che questa sia una storia comune a molte persone che, anche senza essere trans, portano avanti una battaglia importante con il proprio corpo, con i kg, con le cicatrici, con i tatuaggi che vorrebbero farsi cancellare, con l’altezza.
Quando attraverso un momento di grande frustrazione con il mio corpo mi guardo intorno e mi rendo conto di essere un privilegiato assoluto. Non che funzioni sempre automaticamente, ma questo mi serve per reagire e comprendere che viviamo in un mondo nel quale in corpo è un prodotto ed è castigato da mille leggi impossibili. Tento di imparare a conviverci e, al tempo stesso, non so se mi sto sbagliando; forse dovrei operarmi ed essere meno “purista”. Sono dilemmi esistenziali che un* si trova ad affrontare…

TheQword: Vieni socializzato come uomo ed hai una carta di identità che riporta i tuoi dati anagrafici come donna. Tutto ciò ti causa problemi, ti infastidisce, ti mette in una situazione di difficoltà o di disagio?

Miquel: Mi mette in situazioni sconcertanti e a volte disturbanti, però ho molto ben chiaro che è una decisione che ho preso io, quella di non cambiare il mio documento d’identità, e che se voglio posso farlo. Lo Stato spagnolo mi richiede un certificato di disforia di identità di genere e due anni di trattamenti medici come requisiti per cambiarlo. Il giorno in cui questo sconcerto e questa sensazione disturbante mi genereranno molti conflitti, immagino che mi sottoporrò al penoso processo che mi propone il mio Paese.
Per il momento, è come una sorta di militanza, di resistenza, nella quale rivendico il mio nome legale, che è una parte di me.

TheQword: Com’è cominciato il tuo percorso trans?

Miquel: Quando avevo 13 o 14 anni cominciai a scoprirmi come ragazzo; avevo, per così dire, una doppia vita. Questo “luogo”, che all’inizio era molto innocente e totalmente scollegato dalla transessualità, divenne man mano un luogo confortevole nel quale desideravo vivere. A 15 anni vidi il film Boys don’t cry e scoprii così tutto un mondo: gli uomini transessuali. Fu per me una grande rivoluzione. Fu allora che iniziai una transizione di genere classica: ero un uomo e sarei riuscito a vivere come tale. Tutto il resto, ormai lo sapete…

TheQword: Ci parli di “Cultura Trans”?

Miquel: Cultura Trans è un progetto attivista di visibilità e diffusione di riferenti trans da una prospettiva non patologizzante. Nato nel 2011 a Barcellona, attualmente ce ne stiamo occupando Pol Galofre ed io. L’idea è quella di diffondere, attraverso la cultura, idee nuove per pensare il tema trans. Organizziamo giornate di dibattiti, cineforum, mostre, concerti, ed uno dei nostri progetti più amati è il Trans-Art Cabaret.

TheQword: Cosa ti piacerebbe dire ad un* giovane adolescente che comincia adesso il suo percorso trans?

Miquel: La verità è che è una domanda difficile, perché le nuove generazioni di adolescenti trans vivono in contesti radicalmente distinti rispetto a quelli che ho conosciuto io. I riferenti trans e l’accesso all’informazione stanno cambiando ad un ritmo vertiginoso. Alla fine degli anni ’90 un foglietto di una associazione trans era un vero e proprio tesoro, viaggiavamo per centinaia di km per conoscere personalmente altre persone trans. Adesso esistono centinaia di youtubers che ci raccontano le proprie storie, pagine di Facebook a cui sono iscritte persone trans da diverse parti del mondo. Nonostante questo, sì che direi loro qualcosa: che non si sentano colpevoli per le decisioni che prendono, che non si spaventino se si trovano a dubitare durante il percorso perché è la cosa che accade più frequentemente e, soprattutto, che ricordino sempre che il loro corpo non è sbagliato o, per essere precisi, non lo è più di quello del resto delle persone.

Impossibile aggiungere altro, è tutto qui.

Grazie Miquel e alla prossima, e ci sarà una prossima volta… questa è un’anticipazione solo per voi, per solleticare la vostra curiosità. Cattivona che sono!

Vi lascio qui di seguito alcuni links che riguardano la bio ed il lavoro di Miquel, la pagina di Cultura Trans e alcune interviste fatte al nostro magnifico ospite: anche se sono particolarmente suggerite per hispano.hablantes, ve le indico ugualmente, non è bello sovradeterminare le vostre capacità di comprensione della lingua spagnola, non si fa!

Stay tuned…

http://www.editorialegales.com/autores/miquel-misse/107/

http://www.ara.cat/es/Miquel-Misse-desde-decidi-chico_0_1565843540.html

http://www.idemtv.com/es/2016/04/14/transsexualitat-david-i-goliat/

http://culturatrans.org/nosotros/

STOP #bodyshaming

Lo trovo scritto ovunque: post, articoli, citazioni, commenti su Facebook.Instagram.Twitter, quotidiani, magazines, blogs e in links impensabili che c’entrano poco o nulla con il tema.
Hastag gggggiovane coniato per l’occasione sociale e culturale, scritto tutto unito: #bodyshaming.
Fino a qualche tempo fa ‘st’espressione non esisteva e difatti è un neologismo per definire quando qualcun* si impegna tantissimo al fine di farti vergognare del corpo che abiti e che porti in giro per il mondo.

Se hai qualche chilo di troppo (fat shaming), a parte i commenti del parentado poco simpatico e dei soliti personaggioni ilari che fanno certe battutine che ti fanno venire voglia di scartavetrargli la faccia con una smerigliatrice, ma con cui glissi elegantemente per evitare la rissa da bar, mo’ la novità del secolo è: ti prendono per il culo a livello globale anche sui social!

Eeeeeeeeehhhhhhhhhhhh, quale fantastica evoluzione, mammamia!
Effettivamente si sentiva il bisogno di siffatta offesa internettiana. Proprio la ideona che ci voleva per rendere le nostre vite più frizzanti!

Se hai qualche kg in più che schifo copriti non ti voglio vedere; se sei magr* che schifo ti si vedono le ossa (anche se sei magr* arrivano ugualmente commenti fra il capocollo e si chiama thin shaming); se sei troppo pallid* sei una mozzarella facci il favore di prendere più sole; se hai la pelle nera sei un cioccolatino sciolto poco sexy; se sei alt* machitisipiglia con quelle gambe lì; se sei bass* allora sei un* gnom* dei boschi…

body

Vediamo di capirci, sì? Basta! Davvero, basta!

Il fenomeno del body shaming è trasversale: vengono sfottut* tutt*, indistintamente, anche se le donne subiscono un maggiore ostracismo, una vera e propria gogna virale. Persone di tutte le età ne sono coinvolte o come vittime o come carnefici, senza esclusione di colpi (bassi), e tutti i gruppi etnici, tutte le geografie umane e religioni ne sono coinvolti.
Chi sfotte chi? Incredibile pensare che, spesso, sono soprattutto le donne a sfottere le altre donne, fra l’altro con una ferocia che manco una jena ridens! Basta guardare le foto postate sui social per trovare commenti talmente offensivi da fare accapponare la pelle al più crudele dei mostri usciti or ora da un film horror. Nessuna pietà, una mancanza di rispetto tout court indecente.
Cosa si sfotte? Dal peso corporeo al taglio di capelli, dall’abito indossato al-la nuov* partner… non importa cosa, basta sfottere senza motivo e senza mezze misure!, e più si lede la dignità della persona a cui i commenti sono rivolti, più il “gioco” sembra appassionare grand* e piccin*.

2

Non ho ben capito se si tratti di un orribile esperimento sociale in cui si guadagnano punti o soldi, o una roba diversa, perché pensare che, invece, quello di spezzare l’autostima altrui sia semplicemente un divertimento umano mi fa così schifo da non sapere che dire e mi scende una tristezza melancolica mista a ferocia che non ci sto più dentro.
Denigrare il corpo… questo sì che mi fa veramente incazzare! Con quale diritto una persona può criticarne un’altra, o deriderla, o disprezzarla basandosi sull’aspetto fisico?
Posso non trovarmi d’accordo con un’opinione o un’azione altrui e disquisirne contro o a favore, ma in nessun modo ho il diritto o dovrei avere la possibilità di emettere un giudizio o di offendere un mio simile sulla base (umana) della sua fisicità o degli elementi personali che ne caratterizzano l’esistenza.

Il corpo è sacro, gente, mettiamocelo in testa tutt* quant*. Sì sì, pure l’anima e ‘ste cose qui lo sono, ma con il corpo non si scherza. Mai.
Il corpo è l’unica cosa che davvero ci accomuna, che ci rende simili e attraverso il quale possiamo sviluppare empatia.condivisione.vicinanza. Umanità.

3

Le parole, a volte, danno vita ad un processo alchemico all’inverso: dall’oro dal quale possono nascere, divengono puro piombo.
Le critiche e le offese rimangono appiccicate addosso per anni; gli insulti diventano ferite che ci sottraggono qualcosa di fondamentale, come la serenità e la gioia di sentirci dentro noi stess* e ricostruir-si emotivamente dentro un corpo che ci è stato strappato via dalle altrui parole e bassezze è complicatissimo. Un trauma vero e proprio.

Sono sempre stata una bambina grassa, poi sono diventata un’adolescente obesa, piena di cellulite, smagliature, poi cicatrici.
Ricordo ancora, e sono passati più di vent’anni, che le mie compagne delle elementari mi dissero che le mie gambe erano enormi e che il mio sedere era grande come tutta Torino. Lo ricordo come fosse ieri. Avevamo pochi anni allora, ma loro erano già agguerritissime, spietate, prive di compassione e benevolenza verso un corpo che non era il loro, che non rispettavano, che dava loro fastidio perché diverso.
Battute ne ho ricevute, per fortuna, relativamente poche, ma ci ho impiegato una vita a scoprirmi il corpo, a riconoscerlo, a sentirmici bene dentro.
Primo bikini indossato con mia sorella all’età di 27 anni: ci abbiamo messo un’ora per deciderci a togliere quella stramaledetta maglietta e pantaloncino.
Nelle Azzorre il mio soprannome “affettuoso” era cachalote, che è il piccolo della balena in lingua portoghese… questo per farvi intuire la mia stazza.

Sono minuta, strana, il mio corpo è non.conforming rispetto ai canoni di bellezza che vanno tanto di moda (creati dalle multinazionali e dalle agenzie di pubblicità e non dalle persone), ho i capelli bianchi ai lati, i denti che si cariano nonostante la mia ossessione per l’igiene orale, le dita delle mani diverse, la cifosi, e la cellulite rimane lì nonostante la mia amata ginnastica, la pelle poco elastica è flaccida sotto le braccia… devo continuare?
Ci ho messo anni a capire che non mi manca nulla, che io non manco di nulla.
Non sono mai stata una di quelle ragazzine che prendeva ad esempio il corpo di top models, non ero interessata a quel genere di paragoni, eppure tant* delle-i mie-i compagne e compagni, amiche e ed amici, hanno trascorso anni ad ossessionarsi con il proprio corpo, conoscendo orrori da girone infernale e mettendo in pratica privazioni di ogni sorta pur di avere un corpo “a norma”, perché quel preciso commento o quella battuta sempre dietro l’angolo li disfaceva e la pressione sociale era insostenibile.

Vigoressia, disturbi alimentari di ogni sorta, cutting, crash emotivi ed una lunga lista di eccetera ci accompagna da sempre in questo faticoso viaggio psichico.emotivo.fisico che percorriamo abitando il corpo.
Una battuta o un commento denigranti scritti su un social non sono mai innocui, bensì diventano macigni di dolore e perdita, sono impronte di vergogna che rimangono in maniera permanente, nella memoria digitale, quindi indelebile. Un’offesa, oggi, rimane segnata per sempre. Impossibile tornare indietro.

4

In questi giorni ho seguito il body shaming di cui è stato vittima il calciatore Higuain, passato alla Juventus e solo per questo, onta imperdonabile per i fans del Napoli, deriso sui social a colpi di frasi poco rispettose e foto ritoccate relative alla sua presunta pancetta. Nessun* si è schierat* in sua difesa, forse perché è un uomo e la questione interessa meno.
Caso di un paio di giorni fa, Il Resto del Carlino intitola infelicemente un pezzo sui Mondiali di Rio “Il trio delle cicciottele sfiora il miracolo olimpico”, riferendosi alle atlete azzurre di tiro con l’arco. Venuto giù il mondo, dimissioni immediate del disgraziato ideatore del titolo e del pezzo.
Higuain non se l’è cagato nessuno, le atlete hanno mosso il mondo (indignatissimo) italiano.
Inutile dire che trovo questa disparità inaccettabile.
Qualche anno fa anche il mio amatissimo Leonardo DiCaprio è stato tormentato da copertine e titoli presumibilmente divertenti che sfottevano fino all’inverosimile il suo aspetto fisico, così pure un altro attore molto amato, Wentworth Miller di Prision Break, ha subito per mesi lo stesso trattamento. Silenzio.

Non so se state seguendo la campagna #ShortsPerTutt* sui social creata da Abbatto i muri, magnifica creatura cibernetica di Eretica: ebbene, l’inferno! Ragazze e donne mostruosamente derise ed umiliate (da altre ragazze e donne!) perché hanno avuto il sacro ardire di pubblicare foto di se stesse indossando shorts con qualche kg in più, con un filo di cellulite o, cosa assolutamente imperdonabile a quanto pare, per non essersi depilate! Apriti cielo, si sono aperte le cateratte della volta celeste e secchiate di insulti sono discese da ogni latitudine e longitudine.

5

Fermiamoci.

Non siamo più alle scuole elementari e questa spietatezza infantile non ci è più permessa, non si può giustificare in alcun modo. Non ha scuse né ragione di esistere.

Difendiamo il nostro corpo ed il corpo dell’Altro, questa è materia (umana) sacra, inviolabile. Soprattutto difendiamo OGNI corpo in maniera paritaria, senza distinzioni, in nome di una vera e completa giustizia.

Stop #bodyshaming, la vera vergogna è questo atteggiamento, non il nostro corpo.

Glossario della de/frammentazione

Di Larsen Iceberg*

Introduzione agli studi di genere

L’evoluzione e la degenerazione umana ha modificato l’essere umano tanto da spostare il suo assetto, una volta appartenente al regno animale, verso una complessità esistenziale macchinosa e cibernetica.
Abbiamo investito molto nella crescita del nostro cervello (con risultati discutibili) disinvestendo il rapporto con il nostro corpo, disconoscendolo infine.
Questo nostro sistema identitario non permette più di viversi per ciò che si è e ciò che si vuole essere. L’ipotetico sviluppo cognitivo ci ha permesso di scoprire molti particolari della realtà e di com’è fatta. Ma tutta questa rete di informazioni e processi, di cui alcuni estremamente complicati e minuziosi, è a volte irriducibile. Non semplificabile.
Paradossalmente la complessità degli studi di genere tende a distorcere/decostruire i concetti per rendere più accessibile alle persone la “cosa umana”.
quale è il significato degli studi di genere?
È un flusso di ricerca, formato da più correnti di studio, con un approccio multiassiale e interdisciplinare sulla sessualità e sull’identità di genere, rapportandole agli aspetti psico-socio-culturali assunti e vissuti.
Senza doversi specializzare in tale disciplina appassionante, ma dal calibro contundente per chi si inoltra in questioni delicate, possiamo porci dubbi e processare aspetti di base.
che cosa si intende per sesso biologico?
Possiamo vederlo come un risultato del corredo genetico, che esprime una base anatomica e fisiologica come le caratteristiche sessuali primarie e secondarie e il loro funzionamento.
La cultura ci ha insegnato che esistono due sessi: si è uomo o donna rispetto all’essere nati con il pene o con la vagina.
Ma è un’inesattezza scientifica, perché i sessi biologici non sono solo due.
Ecco che possiamo introdurre il concetto di intersessualità.
L’intersessualità è un termine per identificare quei corpi che per corredo genetico presentano caratteristiche maschili e femminili. È interessante come questi corpi vengano trattati come inesatti, piuttosto che nature biologiche. Difatti, spesso, un neonato che presenta tali caratteristiche viene modificato chirurgicamente per appartenere a un solo sesso. In questo caso, l’equipe medica assieme ai genitori decideranno l’attribuzione di una specificità.
Se pare molto chiaro il concetto di sesso biologico, il rapporto tra quest’ultimo con “l’identità di genere” invece è più sfumato.
2 (1)
che cos’è l’identità di genere?
È una delle prime risposte alla domanda “chi sono io?”. L’identità di genere può differire dal sesso biologico (come il §oggetto può differire dall’Io), poiché la sua formazione è influenzata da fattori non solo biologici, ma soprattutto sociali, culturali ed educativi. Ci insegnano che se nasciamo con il pene o con la vagina apparteniamo a specifici generi. Eppure non è sempre così. Il processo identitario è molto complesso, soprattutto al giorno d’oggi. Ma come Judith Butler suggerisce, alla domanda “chi sono io?”, dovremmo aggiungere: “chi sei tu?”, poiché è nel rapporto con l’Altro che la nostra stessa identità si forma, come fu teorizzato da J. Lacan nella teoria dello “stadio dello specchio”.
Inoltre possiamo osservare quanto è difficile per ogni campo di concentramento** accettare ciò che è fuori dalla norma, lo vediamo per quanto riguarda la cosa psichiatrica, come nell’orientamento sessuale.
che cos’è l’orientamento sessuale?
È la percezione del proprio Desiderio Erotico/sessuale verso un Altro che sentiamo debba avere determinate caratteristiche, o almeno abbiamo la convinzione di saperlo. Anche questo aspetto è influenzato, anzi sovradeterminato, dal sistema socio/culturale in cui viviamo.
Spesso l’orientamento sessuale si confonde con quello affettivo, dando per scontato che l’amore, diverso dall’innamoramento, includa a priori tutto il resto del Desiderio. Non è un caso che sulla scala dei bisogni di Maslow, come in altre rappresentazioni, le due necessità siano a diverse altezze.
L’orientamento affettivo può essere visto come la capacità di amare l’Altro, anche esso con determinate caratteristiche, ma non quantificabili in un processo logico.
È bene considerare un altro fattore che va a determinare con gli altri l’intero funzionamento della persona.
Parliamo dell’espressione di genere. Cioè il modo in cui decidiamo, o pensiamo di decidere, di esprimere nel mondo ciò che sentiamo di essere. Si dà per scontato che chi si sente maschio debba corrispondere all’immagine ideale del Sé conseguente, ma quest’ultima non è stata scelta del §oggetto, bensì sovracostruita dal sistema.
L’espressione di genere si esprime con la fisicità, l’abito, la parola, il gesto e il segno non solo per affermare il sé, bensì per comunicare la modalità di Avvicinamento che l’Altro dovrà mettere in atto per essere riconosciuto.
“Nasciamo tutti nudi, tutto il resto non è che un travestimento”, Rupaul – Drag queen 
I vari rituali di travestimento esercitati in alcune occasioni sociali riconosciute (Carnevale, Halloween, il cosplay, ecc..) o fuori dalla norma culturale come il “drag” o il crossdressing sono rivendicazioni, più o meno consce, della libertà di espressione. Poiché tale libertà ci è negata dalla nascita, sin da quando i genitori e i parenti scelgono vestiti e colori per identificare il §oggetto senza il suo consenso.
2 (2)
Nell’autoanalisi ognuno di noi può rileggere le proprie unicità, ed è possibile scoprirsi diversi da ciò che pensavamo di essere e sapere di noi. Può essere un percorso lungo e immerso nel conflitto.
Perché de/costruirsi e perdersi per conoscerci è parte di qualsiasi percorso di crescita, ma senza il ritorno al nostro corpo e alla nostra integrità (non ci si riferisce a una integrità morale, ma ad un §oggetto integro e fluido) non troveremo né pace né felicità.
Esso è il nostro “Core”, colui a cui dobbiamo rendere conto ad ogni passo nel cammino dell’esistenza.
**si fa riferimento alla teoria del “Concentramento sistemico” teorizzata da Larsen Iceberg nel 2015.

*Larsen Iceberg è metartista, scrittore, poeta, camminante, costruttore
di labirinti mentali, vivente e investigatore dell’umano e del
sovraumano. Ultimamente la sua esistenza è vissuta fra capolavori
proetici e scoperte sul tema del
genere.sesso.espressionedigenere.manifestazioneumanainclusiva.
Larsen Iceberg vive a Torino, città che fotografa, annusa e abbraccia quotidianamente.