ALICE ARDUINO: ATTIVISMO, PASSIONE E ARTE SOVVERSIVA

L’onestà intellettuale prima di tutto… Alice Arduino, fotografa-blogger-scrittrice-fotoreporter-attivista-artista-intellettuale sovversiva e grandissima donna combattente, è una mia amica. Ho pensato di intervistarla per il progetto “THIS BODY PROJECT” perché se c’è una persona che ama il corpo, lo ritrae e lo narra con passione, senza tabù e con incredibile onestà e tenerezza, quella è proprio Alice. Lo scrivo con chiarezza, il fatto che siamo amiche, perché sono di parte, perché adoro il lavoro di Alice, lo seguo con dedizione e cerco di promuoverlo in ogni dove e in ogni quando. Quindi, fatta la premessa onesta, vi presento Alice Arduino in tutto il suo splendore. Eccola per la prima volta su TheQWord, per il “THIS BODY PROJECT”.

  1. Ciao Alice, benvenuta su TheQWord! Per cominciare con il piede giusto… parlaci un po’ di te (chi sei, di cosa ti occupi…).

Mi chiamo Alice e sono una fotografa che si occupa di immagini sportive e di eventi. Da sempre militante e attivista, realizzo progetti a sfondo sociale occupandomi di temi sensibili, quali l’ambito LGBTI+, stereotipi sul genere, violenza sulle donne o catastrofi naturali, come il reportage sul terremoto che ha colpito l’Aquila nel 2009.

Il mio lavoro però, non si limita solo alla fotografia, mezzo con cui esprimo le mie azioni militanti. Realizzo anche opere artistiche con quadri ad olio in stile surrealista o di stampo fumettistico, ambito in cui esprimo me stessa in forme diverse e fantasiose. Ho un blog chiamato Talco Web (https://talcoweb.com/) in cui recensisco principalmente libri, films e serie tv che meritano attenzione per i temi trattati, diffondendo conoscenza e informazione su ciò che è già stato realizzato.

  1. Guardando i tuoi progetti fotografici ho notato che i tuoi scatti sono molto collegati alla questione del corpo: qual è la tua relazione con il tuo corpo e con il corpo dell’Altro?

Io ho un buon rapporto con il mio corpo. Mi piaccio e spesso lo uso nelle mie opere fotografiche. È anche più facile perché su di me posso sperimentare e decidere cosa voler rappresentare. Parto da un’analisi di me stessa per parlare anche degli altri. I miei pensieri e le mie riflessioni possono essere le stesse che ha un’altra donna o un uomo. I miei progetti devono far riflettere chi osserva. Lo spettatore non deve mai essere passivo, ma coinvolto in prima persona quando osserva una mia fotografia.

23516320_10155151538290773_731033789_o
Alice Arduino
  1. Come nascono i tuoi progetti fotografici?

Nascono dalla voglia di raccontare delle storie, di voler narrare qualcosa, pongono domande, offrono risposte ma allo stesso tempo possono essere interpretati in più modi da chi osserva. Sono aperta ad analizzare qualsiasi tema, ogni cosa che catturi la mia attenzione e che, secondo me, necessita di essere sviluppato più a fondo. Nei miei progetti c’è sempre il mio punto di vista, la mia visione, l’espressione dei miei valori e principi che però non tolgono una interpretazione più ampia del tema trattato.

  1. Hai voglia di parlarci del tuo progetto “Drag King- Uno sguardo sui generi?”

Il progetto nasce per caso, in poche ore, ed è stato realizzato in una giornata. Ero venuta a conoscenza di un laboratorio organizzato a Torino da un collettivo femminista chiamato Sguardi sui Generis e ho voluto analizzare la figura femminile e le sue trasformazioni da donna a uomo, attraverso il gioco dei Drag Kings, trattando gli stereotipi sulla figura femminile, sul modo di vestirsi, di comportarsi e di interpretare il ruolo maschio-femmina. Non avevo una idea chiara di come svilupparlo, ho semplicemente voluto narrare il corpo e le sue trasformazioni in più fasi dall’inizio alla fine della vestizione. Da qui, l’idea di rappresentare quattro immagini in sequenza che narrassero il passaggio. Ad ogni ragazza è stato chiesto di rappresentare una postura che secondo lei fosse “femminile” e successivamente “maschile”, prima con abiti prettamente femminili, dopo con indosso vestiti tipici maschili. Ognuna ha espresso il suo punto di vista in modo molto personale, evidenziando come il genere uomo/ donna è, effettivamente, una costruzione sociale. Il modo di vestire può etichettare una persona, incanalandola dentro quegli stereotipi uomo/donna che la società tanto ama. Ho voluto realizzare delle immagini che portassero alla riflessione di ciò che siamo e rappresentiamo. Il discorso è legato alla figura femminile più soggetta a critiche, qualora non rientrasse nei canoni prestabiliti (capelli lunghi, composta, educata, sensuale etc…) ma lo stesso ragionamento può essere allargato anche alla figura maschile, spesso intrappolata negli stereotipi di uomo forte e macho. Alcune foto realizzate sono state pubblicate nel libro in Il Re Nudo. Per un archivio Drag King in Italia, a cura di Michela Baldo, Rachele Borghi, Olivia Fiorilli (https://www.libreriauniversitaria.it/re-nudo-archivio-drag-king/libro/9788846738271), e nel 2013 è stata fatta una presentazione del libro ed esposizione delle opere presso la Libreria Feltrinelli di Torino.

Potete vedere le immagini del progetto al link: Drag King: uno sguardo sui generi (https://www.alicearduino.com/drag-king)

23484513_10155151538830773_929974355_o
Uno scatto dal progetto “Drag King: uno sguardo sui generi”
  1. Ho trovato straordinari gli scatti che danno corpo a Jacket & Naked e Raggi X, da cosa sono stati ispirati?

Jacked & Naked (2016) (https://www.alicearduino.com/jacket-and-nacked e Raggi X (2014) (https://www.alicearduino.com/raggi-x), sono stati realizzati per una riflessione sul corpo femminile. Il primo è una ricerca dentro se stessi, un progetto che nasce con l’intento di analizzare il corpo e l’inconscio attraverso foto artistiche, volto ad analizzare qualcosa di reale e tangibile come il corpo, ma anche astratto, non visibile, come l’anima. I graffi, le immagini corrose e lo sfuocato nelle foto esprimono le ferite che ognuno di noi ha sulla pelle e nell’inconscio. L’unione di due elementi che coesistono dentro di noi e si mischiano ogni giorno nella vita quotidiana, attraverso autoscatti che vogliono esaltare le curve del corpo femminile senza essere esplicite.

Il secondo, invece, analizza l’interno, lo scheletro, le ossa, ciò che ci rende esseri umani, analizzando tre fotografie di me, attraverso tre punti di vista differenti: se nello “scheletro della mano” si mostra il “dentro e fuori” con due foto ravvicinate, nel “teschio” la radiografia si incastra perfettamente come continuazione del corpo, nella “cassa toracica”, l’immagine è sovrapposta mostrando ossa e pelle in un’unica figura trasparente. Tre modi diversi di raccontare chi siamo.

6. Frocifissione è un’idea quasi blasfema e per questo vogliamo sapere tutto    ciò che la riguarda. Hai avuto problemi nel far conoscere il progetto?

No, assolutamente, ma credo che questo sia dato dal fatto che i canali dove è stata esposta l’opera erano neutri e non ha avuto molta pubblicità. Nel 2010 per la Giornata Mondiale contro l’Omofobia era in mostra presso l’Università di Torino e nel 2012 a “Io Espongo”, rassegna per giovani emergenti. Qui ha preso 20 voti, rispetto alla prima classificata che ha passato il primo step di selezione con 40 voti. È stata già una vittoria! In generale, sui social l’opera è stata criticata e considerata, appunto, blasfema, ma da altri è stata apprezzata e capita. Era mio intento creare una immagine forte che arrivasse dritta al cuore senza usare giri di parole, che trasmettesse sgomento, fastidio o ammirazione in chi la vedesse. L’obiettivo era non lasciare indifferenti e provocare emozioni nell’osservatore. Ho più volte dichiarato: “La mia intenzione è di creare scalpore, colpire e creare shock visivo e mentale! La mia non è un’opera blasfema ma ha in sé qualcosa di più profondo. È una DENUNCIA! Denuncia nei confronti di una Chiesa che si fa portatrice di verità e della parola di Dio interpretando la Bibbia, che proclama Pace e Amore ma è ipocrita, omofoba e razzista. La messa in croce sta a significare la SOFFERENZA che le persone omosessuali hanno e subiscono ogni giorno da parte di uno Stato che nega i diritti civili e di una Chiesa che ci addita come “persone che devono guarire da una malattia”. “Still Alive” ovvero “sopravvivere”. Sopravvivere ai soprusi che vengono inflitti ogni giorno alle persone omosessuali. Io rappresento una donna/uomo in croce che, al contrario di Gesù che è morto per redimere e salvare l’umanità e che aveva Dio a proteggerlo, non ha niente. Sono solo una persona umana che lotta per avere ciò che gli spetta! E lo farò con ogni mezzo possibile!“.

Naturalmente, non ho avuto l’appoggio da parte delle associazioni LGBTI+ torinesi ma solo di alcuni singoli. Spesso i miei lavori non sono considerati dalla comunità di cui faccio parte. Non ho mai capito il motivo, visto che lavoriamo nella stessa direzione. Le mie opere sono molto più apprezzate e sostenuti da persone eterosessuali! Non a caso, la maggior parte dei miei progetti, sono stati esposti presso la Galleria del MAU – Museo di Arte Urbana con cui spesso collaboro e che ringrazio ogni volta per lo spazio e la fiducia che mi concede.

Vorrei riproporre Frocifissione in altri contesti e sono sicura che solleverebbe molte polemiche. In tal caso dovrei anche pensare alle eventuali conseguenze e magari avere un avvocato per tutelarmi da eventuali attacchi legali da parte della Chiesa o delle istituzioni. Avessi i soldi, probabilmente spingerei maggiormente l’opera e farei in modo che possa essere pubblicizzata, discussa e criticata. In ciò che faccio ci metto sempre la faccia e il nome. Sono visibile e questo, a differenza di altri artisti che lavorano con pseudonimi e non si espongono direttamente, mi porta ad affrontare i problemi in prima persona.

La fotografia è visibile al link: Frocifissione (https://www.alicearduino.com/frocifissione)

 

  1. Ora, tu non sei solo una fotografa che si occupa di violenza sulle donne, corpo e terremoti, bensì sei anche la straordinaria narratrice-scrittrice che c’è dietro il monumentale progetto Celebrate Yourself. Raccontaci di cosa si tratta.

Celebrate Yourself è il mio ultimo progetto, pensato e promosso nel 2017 e che vedrà l’esposizione di una mostra in una galleria a Torino nella primavera del 2018. Le interviste sono state pubblicate sulla rivista Pride Online che ha creduto nella mia idea e ha dato spazio alle storie. Ho voluto parlare e raccontare con interviste registrare, scritte e fotografie, le vite delle persone appartenenti alla comunità LGBTI+. Sentivo la necessità di narrare la realtà, di andare oltre le etichette quali “lesbica, gay, bisessuale, transessuale”, mostrando persone con i loro hobbies, passioni, valori e principi. Volevo che parlassero di sé, dei loro amori, della vita di coppia, dei figli, delle relazioni sociali positive e negative, di tutto ciò che sono e fanno ogni giorno. Insomma, ho voluto esaltare le loro qualità. Queste persone esistono, ma sono ancora poco accettate nella società. Nonostante l’avvento delle Unioni Civili in Italia, mancano ancora molti diritti e le persone LGBTI+ sono sempre considerate persone di serie B.

23555117_10155151538750773_237786782_o
Alcuni magnifici scatti del progetto “Celebrate Yourself”

Il progetto ha un duplice obiettivo: da una parte vuole aiutare chi ancora non ha fatto coming out ad uscire allo scoperto, a togliersi il tabù della vergogna e la paura di non essere accettato/a. Dall’altro, vuole sensibilizzare maggiormente le persone etero rispetto a questo mondo, perché gli/le intervistati/e sono normali, fanno sport, vanno a teatro, suonano uno strumento musicale, cantano, vanno al cinema, cucinano, lavorano, e poi sono anche omosessuali e transessuali. Questo, però, passa in secondo piano, perché il fatto che ti piaccia un uomo o una donna, i tuoi gusti sessuali, non deve essere una prerogativa di discriminazione o di una mancanza di rispetto verso gli altri. Chi ha partecipato al progetto ha “celebrato se stesso”, si è messo in gioco, ha parlato senza nascondersi. Ha compiuto un atto di coraggio, qualcosa di non scontato, visto che molte persone omosessuali, ancora oggi, non si sono dichiarate alle famiglie o sul posto di lavoro. A loro va la mia gratitudine e un ringraziamento per aver portato avanti questa lotta insieme a me.

Il progetto è visibile sul mio sito: Celebrate Yourself (https://www.alicearduino.com/celebrate-yourself)

  1. Oltre alle tante cose delle quali ti occupi, tu sei anche una grande attivista per i diritti delle persone LGBTI+ e ti esponi in prima persona per battaglie quali il femminismo inclusivo, la violenza di genere e i diritti civili: come e quando è cominciata la tua vita di attivista?

Non c’è stato un giorno esatto. Fin dall’asilo mi piacevano le ragazze ma ammetterlo a me stessa e al mondo è stato lungo e faticoso. Mi sono innamorata di un’amica ma la cosa non era corrisposta. Da quel momento in poi non ho più potuto negare la mia attrazione verso il sesso femminile. Sono sempre stata una ribelle e casinista. Ho sempre voluto essere libera da ogni imposizione sociale. Nel 2006 a Torino è nato l’Arcigay ed ho iniziato a militare nell’associazionismo. Sentivo il bisogno di relazionarmi con altre persone simili a me, avere un luogo sicuro dove potermi esprimere. Qui ho preso sicurezza, sono diventata responsabile del Gruppo Scuole e andavo nelle classi a parlare con i ragazzi/e di omosessualità, sia come formatrice sia portando la mia testimonianza diretta. Ho fatto il mio coming out al mondo all’età di 26 anni, durante il Pride Nazionale di Torino. La mia foto sul carro uscì sulla prima pagina della Stampa. Ero felice e orgogliosa. Mi piace la visibilità perché è uno strumento di lotta, oltre che di soddisfazione. Da allora ho deciso che non mi sarei mai più nascosta e avrei aiutato gli altri a fare lo stesso, dando l’esempio con le mie militanze e progetti. Avevo intorno a me amici che mi accettavano, l’ho detto ai genitori e ho continuato a farlo e a parlare di me a chiunque incontrassi, fregandomene del loro giudizio. In fondo, se non ti piaccio o hai problemi con i gay, è affar tuo, non mio. Io sto bene con me stessa e questo è ciò che conta.

  1. Siamo due grandi fans dello straordinario lavoro di Diana J. Torres, attivista pornoterrorista, queer e puro corpo politico: cosa ti piace di lei e cosa ti appassiona del suo lavoro?

Adoro Diana perché è convinta delle sue idee e non si ferma davanti a niente. È una provocatrice e il suo obiettivo non è solo quello di scioccare con le sue performance ma anche di far riflettere le persone sulle ipocrisie presenti nella nostra società. Sono consapevole che talvolta è necessario smuovere gli animi delle persone con immagini e gesti forti per farle uscire dal loro guscio e costringerle a vedere. È diventata il mio mito quando ho scoperto del suo assalto pornoterrorista nella Basilica di San Pietro. Un attacco diretto alla Chiesa facendo partire le registrazioni di orgasmi nella navata centrale, mettendo a disagio i presenti e i preti. Ha colpito al cuore coloro che per primi promuovono la castità ma usano il sesso di nascosto per violentare bambini e fare orge. Li ha messi in imbarazzo davanti a tutti. Ammiro chi attacca in modo deciso i poteri forti senza paura.

Molti dei miei pensieri sono gli stessi di Diana. In maniera diversa e più pacata rispetto a lei, rivedo il mio lavoro di attivista, i miei valori, principi e le mie lotte. Con mezzi e metodi diversi, entrambe combattiamo per ciò in cui crediamo con l’obiettivo di smuovere le coscienze dormienti.

(Gli articoli scritti da Alice sul magnifico lavoro di Diana J. Torres li potete trovare qui: https://talcoweb.com/2017/11/03/la-lotta-contro-il-sistema-il-pornoterrorismo-di-diana-j-torres/

e qui: https://talcoweb.com/2017/10/10/il-potere-della-vagina-nella-rivoluzione-sessuale-di-diana-j-torres/)

 

  1. Un pensiero, una citazione o un consiglio per la nuova generazione di lettori-lettrici-lett* che ci seguono?

Non abbiate timori. Imparate ad ascoltarvi e a guardarvi dentro, superate le vostre paure. È necessario affermare le nostre idee e sogni. Siamo la nuova generazione, siamo quella che getterà le basi per il cambiamento. Impariamo dalla storia, dalle lotte femministe e da coloro che hanno lasciato il segno. Mahatma Gandhi diceva:

Siate il cambiamento che vorreste vedere nel mondo.

Sono cresciuta con questo pensiero e lo applico ogni giorno nella mia vita.

Dopo tanto splendore, adesso la parola passa a voi. 🙂

 

Annunci

IL BUIO DENTRO L’ORO

Si pensa di trovare un riparo, un rifugio, di condividere la stessa battaglia, di trovare amici-amiche-amic*, di poter formare una nuova famiglia e di creare un’alleanza. Poi, senza sapere come, da grandi condivisioni, pacche sulle spalle e grandi momenti vissuti insieme, ci si trova deportate-i-* in un campo di concentramento umano spaventoso dal quale se ne esce perdendo tutto o quasi.
Non si crede più nell’idea che si portava avanti fino a quel momento, o si fa molta fatica a credere che la si possa portare avanti senza dover per forza essere costretti-e-* ad un gioco al massacro senza senso. L’autostima è distrutta, il senso di vuoto è inumano, il corpo s’infrange in mille somatizzazioni e cronicizza tutto il male.

Si pensa di trovare un riparo, un rifugio, di condividere la stessa battaglia: queste sono alcune fra le ragioni per le quali ci avviciniamo ad un’associazione, ad un collettivo, ad un’assemblea, ad un comitato.
Pensiamo che troveremo mani che si uniscono alle nostre, che percorreremo la medesima via, che lotteremo fianco a fianco per vedere i nostri sforzi tramutarsi in sogni realizzati. Lottiamo ogni giorno per i diritti, per la parità, per vederci riconosciuta la dignità ed il valore, per smettere di morire il silenzio-nell’abbandono-nella piena violenza.
A volte le associazioni, i comitati, le assemblee, i collettivi funzionano, altre volte, invece, diventano spirali infernali dove l’Altro è niente, vale niente, viene ridotto a niente.

Questo post è uno dei più difficili che mi ritrovo a scrivere, poiché mi tocca nel profondo e riguarda non solo la mia esperienza personale, ma anche la vita ed il vissuto di amiche-amici-amic* che hanno sofferto e stanno soffrendo a causa di qualcosa di cui non si parla, qualcosa che è un tabù assoluto e del quale difficilmente si riesce a trovare una via per parlarne senza enormi sensi di colpa.
Parlo dei giochi di potere distruttivi che ho trovato all’interno delle associazioni LGBTI+, ma anche dei collettivi pseudo-queer.
Ho visto e vissuto in prima persona ciò che avviene se ti rifiuti di rimanere un-a-* gregario-a-*, se desideri partecipare attivamente, se desideri portare proposte nuove, se il pensiero che porti è divergente e se dai fastidio ai-alle-a* capoccia di turno. Verrai prima messo-a-* da parte, poi il tuo pensiero ed i tuoi intenti verranno distorti e distrutti, in seguito verranno messi in atto giochini sadici per distruggere la tua vita, la tua relazione sentimentale, il tuo lavoro durato anni e portato avanti con rigore, sacrificio, abnegazione e passione, il tuo percorso personale (sottraendogli sistematicamente dignità, valore, importanza, onore) e, infine, verrai messa-o-* all’angolo, allontanat*-a-o in brevissimo tempo senza spiegazione con il bene placido del resto del branco che ti guarda sogghignando senza difenderti.

silenzio
Silenzio. Foto di Geeketto

Non si parla, non si può parlare, di cosa accade in alcune associazioni, gruppi, collettivi e assemblee LGBTI+ e queer perché si pensa che parlare, denunciare, esporsi, danneggerà l’intero movimento e l’intera comunità, ma io non posso rimanere in silenzio, perché so cosa sta accadendo in alcune realtà e se rimango in silenzio saprò per sempre di essere stat* complice.
Pensavo di essere l’unica persona ad aver vissuto una deportazione, una distruzione personale, una cacciata dal falso Eden, ma non è così ed è per questo che scrivo oggi, esponendomi, parlandovi di questo: amiche che stanno perdendo salute, contatti umani, possibilità di carriera… amic* che lottano per riconquistare credibilità, ma anche l’accesso all’affettività violata e devastata… amici che sono stati messi da parte, derisi, utilizzati come pedine per scopi associativi e pubblicitari e, una volta considerati inutili alla (propria) causa, minati personalmente e pubblicamente.
I giochi di potere, la gerarchia di dittatori-dittatrici- dittat* e di sudditanza-schiavitù è la stessa di sempre, quella che si critica tanto del mondo etero-patriarcale-cisgender-bianco-binario e che poi si ripropone ancora più ferocemente nella realtà LGBTI+ e queer. Si porta avanti (a parole) un manifesto di unità, condivisione, alleanza, ma è solo facciata, solo un modo per fare numero e raggiungere visibilità e credibilità. Chi non è al vertice è semplice carne da macello, né più né meno, manodopera a costo zero, corpi che servono solo per aumentare la visibilità e fare massa.
Detesto le citazioni bibbliche ma l’immagine che ho davanti adesso è proprio quella del lupo che si finge agnello, solo che poi devasta l’intero gregge o salva solo chi gli-le-* fa davveo comodo.
Rispetto alla gerarchizzazione del potere e la messa in atto della distruzione dell’essere umano come persona, credo che in una parte di attivismo LGBTI+, ma soprattutto in un particolare e specifico attivismo queer, la pericolosità sia massima, molto più elevata rispetto all’attivismo altro: spesso all’interno dell’attivismo LGBTI+ e queer troviamo persone altamente preparate sulla decostruzione del pensiero-identità-ruolo-orientamento-espressione, più specificatamente (nel caso del focus queer) sulla disintegrazione (teorica) del pensiero binario e delle norme sociali, culturali, identitarie ed educative ad esso collegate che si portano avanti da millenni.
Queste persone sono pericolose non perché decostruiscono il binarismo, che io stess* decostruisco da anni incessantamente e difendo totalmente come unica vera possibilità di avere un mondo plurale e ricco di narrazioni differenti e tutte ugualmente importanti, bensì perché utilizzano e strumentalizzano tali conoscenze per deportare, devastare e sovradeterminare l’Altro senza pietà, ergendosi a portatori-portatrici del Verbo unico e indiscutibile. Quando ci si oppone a tutto questo è la fine.

 
La manipolazione di concetti, idee e strumenti, è abominevole, soprattutto se portata avanti per tenere in scacco un’altra persona, imprigionarla, ed usarla secondo le proprie egocentriche e narcisistiche volontà.
Quando una persona manipola un’altra persona per i propri fini è violenza.
Quando una persona con maggiori conoscenze e strumenti li utilizza per soggiogare un’altra persona è violenza.
Quando una persona utilizza il proprio potere per tirare i fili emotivi-psichici-fisici di un’altra persona è violenza.
Quando una persona, forte del suo ruolo all’interno di un gruppo, esercita tale ruolo per sovradeterminare, minacciare, ledere un’altra persona è violenza.

Oggi ho parlato io. Spero che questa non rimanga l’unica voce.

Diana J. Torres e il suo Pornoterrorismo

via LA LOTTA CONTRO IL SISTEMA: IL PORNOTERRORISMO DI DIANA J. TORRES

Nulla da aggiungere, se non segnalarvi questo articolo immenso e perfetto scritto da Alice Arduino, fotografa-giornalista-blogger torinese dai grandi talenti artistici. L’articolo parla dello strepitoso libro Pornoterrorismo scritto da Torres, che è presto diventato una pietra miliare dell’attivismo queer e post-porno.

Questo suo articolo è semplicemente un capolavoro. Per chi non conosce ancora Diana J. Torres o il grande lavoro di Alice Arduino, eccovele qui entrambe…

Leggete e cominciamo insieme la rivoluzione pornoterrorista! 🙂

IL POTERE DELLA VAGINA NELLA RIVOLUZIONE SESSUALE DI DIANA J. TORRES

Alice Arduino firma un articolo indispensabile, che tutti-e-* dovrebbero non solo leggere, ma anche imparare a memoria.
La prostata femminile, di cui si è volutamente ignorare l’esistenza per millenni, adesso trova la sua voce, la sua scoperta, il suo godimento.
Leggete e condividete.
Grazie Alice! 🙂

THE QUEER WORD

View original post

CorpoGrafia

Quinto post del progetto “THIS BODY PROJECT”

Testo scritto da un grande meta-artista, Larsen Iceberg, un anno fa.
Ripropongo il testo in versione integrale, così potente, così appassionato, così crudele.
Leggete il testo… tanto corpo sprecato, abbruttito, deportato.

Le viscere dell'Iceberg

Uno

dieci

cento

mille

milioni

miliardi di corpi nudi ammassati.

Corpi morti, corpi abusati, corpi disegnati.

Ogni cm di carne.

Interi campi coltivati di pelle di ogni colore, tutto racchiuso in 142×72,5×8 millimetri.

Si ha un enciclopedia umana tra le dita.

Una volta per vedere questo massacro bisognava aspettare l’ora tarda, quando le tenebre calavano e l’indicibile trovava il posto nella nostra vita. Si accendeva una specie di lavatrice con lo schermo, ci si sintonizzava su canali lontani dai palinsesti diurni e luccicanti. Sembrava che quei canali sorgevano solo di notte, con la luce del sole sparivano. Come vampiri.

Oppure bisognava travestirsi, uscire in incognito per recarsi dal bagarino di carne nella tua zona. Ma era preferibile allontanarsi dal proprio territorio. Forse nemmeno la casa in cui si vive vuole vederci in quello stato.

Ma ora, nell’impero della psiconetica, nel regno della connessione la ricerca di corpi è quasi estinta.

View original post 341 altre parole

CORPO DISOBBEDIENTE

Quarto post del progetto “THIS BODY PROJECT

Disubbidire è un’arte.
Disubbidire alla Legge del Padre, allo Stato, a Dio (qualora esistesse davvero), alle regole sociali e culturali imposte al corpo che considerano solamente una biologia-logica-rappresentazione-esistenza binaria che non rappresenta che una parte di un tutto umano e che non tutela praticamente nessuna-o-*.
Esistono regole ormai per tutto, regole non scritte ma piazzate nel maledetto insconscio collettivo dal quale l’essere umano attinge pensieri, azioni e assetti quotidianamente senza neppure saperlo. Regole per come essere, per cosa sentire, per come stare, per come vivere il proprio corpo, per come pensare, per come reagire, per cosa volere. Regole scritte da un sistema etero-cis-patriarcale bianco, egemonico, spesso borghese ed accademico, occidentale.
Regole per come vivere e sentire ciò che nessuno di loro vive e sente.
Allora disubbidiamo e subito.

2

Disubbidiamo all’ignoranza, alla sottomissione, alla verità di altri che non parla per noi e mettiamo in atto chi siamo, cosa siamo e perché siamo, come funzioniamo, cosa vogliamo per noi stess*-e-i.
Disubbidiamo alla biologia, al genere, alla costruzione eteropatriarcale maschilista.
Disubbidiamo alle imposizioni che vogliono vagine liberate e non libere, falli sempre a disposizione e necessariamente penetrativi e performativi, corpi che devono incontrarsi sistematicamente solo per procreare o condividersi sempre allo stesso modo, come stabilito, attraverso metodi-pratiche normati e normativi.
Disubbidiamo alle regole che misurano e paragonano i genitali e che li pretendono conformi, tutti uguali al fine di poter essere definiti “normali” e viviamoci la libertà e la bellezza di essere differenti nelle labbra, nelle curve, negli incavi, nei centimetri, negli odori, nelle pratiche, nei desideri, nelle condivisioni, nelle passioni e nelle fantasie. Nulla dev’essere corretto, modificato, operato, migliorato, perché ogni corpo è perfetto di per sé quando chi lo abita si sente bene nel viverlo e sentirlo. Disubbidiamo ai canoni estetici che mortificano corpo.mente.emotività e cercano di renderci quei fottuti mostri che invece non siamo.
Disubbidiamo alla normatività vaginale-fallica-giovane-superdotata-depilata-possibilmente bianca ed in forma-capace di mantenere erezione-lubrificazione in eterno, al binarismo che non prevede altre narrazioni possibili che possano distaccarsi dalla solita storia di due generi-due sessi e null’altro.
Disubbidiamo per riprenderci i corpi, i generi, i non.generi, i sessi, la sessualità e la non-sessualità, le pratiche e le non-pratiche, gli orgasmi e i non-orgasmi; l’importante è che siano nostre scelte, che ci appartengano, che parlino di noi e di ciò che per noi è rappresentativo della nostra esistenza, della nostra volontà, della reale vita che portiamo avanti con forza e desiderio.
Disubbidiamo per viverci libere-i-*, per godere.venire.sentire.vivere.eiaculare.stare ed essere.
Disubbidiamo da adesso, completamente, per sempre.