L’alfabeto segreto del corpo vulnerabile

Felice martedì mattina e ben ritrovat*-e-+i su THE Q WORD!
Oggi torniamo ad occuparci di narrazioni del corpo all’interno del progetto THIS BODY PROJECT e lo facciamo parlandovi della vulnerabilità.
Ci sono animali (umani) più vulnerabili di altri: parliamo delle persone nate con una vagina e obbligate a leggersi come donne e a vivere di conseguenza, quelle che hanno una qualche forma di disabilità, i bambini e le bambine, quelle che soffrono di una malattia cronica o temporanea, quelle che fanno parte di narrazioni non-egemoni (non-binarie, LGBTIA, queer), quelle mestruanti, quelle che non hanno alcuna possibilità di integrarsi nella società perché ritenute inferiori o diverse rispetto ai cittadini e alle cittadine native-i.

corpo
Corpi vulnerabili

Dopo circa un anno dalla pubblicazione in Spagna, ho comprato e cominciato a leggere un libro che sapevo già mi avrebbe portato qualcosa di straordinario nella vita. Il libro si chiama Diario de un cuerpo, l’ha scritto la magnica Erika Irusta e l’ha pubblicato la casa editrice Catedral. Non esiste ancora una versione italiana del libro, ma spero di cuore che arrivi presto.
Il libro racconta di Erika, prima Pedagoga Mestruale al mondo: parla della sua vita dentro a un corpo, una psiche ed una emotività vissute attraverso il prisma dell’ipersensibilità. Erika, come me, è una P.A.S. (persona altamente sensibile, o ipersensibile) e per tutta la sua vita si è sentita vulnerabile. Erika parla anche di come tutte le donne (quelle che lo sono biologicamente fin da subito, tutte le altre donne e femmine lo diventano quando decidono di portarsi nel mondo come tali) siano animali vulnerabili, poiché nate, cresciute, educate e obbligate a vivere all’interno di un sistema (che Erika chiama La Norma) che le distrugge sistematicamente senza conoscerle, amarle, avere cura dei loro elementi e permettergli di vivere appieno la propria vita.

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Erika Irusta, autrice di “Diario de un cuerpo”

Ieri, guardando l’ennesimo spot pubblicitario accattivante per promuovere l’ennesima automobile appena sputata fuori dalla fabbrica, ho pensato alle caratteristiche tecniche e agli accessori:

10 altoparlanti
Amplificatore 6×55 W
Autoradio
Bluetooth
Climatizzatore
Comandi vocali
Connessione USB
Connessione dati
Controllo automatico velocità
Hill Descent Control
Hill Start Assist – (ausilio alla partenza in salita)
IDIS (Intelligent Driver Information System)
Navigatore satellitare
Schermo touchscreen a colori da 9″
Sensori di parcheggio posteriori
Servosterzo

Poi ho capito la connessione delle mie sinapsi…
La prestazione. La fottuta prestazione.
Ho fatto di tutto, tranne essere felice, per potermi dire che anche io riuscivo ad essere così prestante e quindi vivere di conseguenza.
La prestazione che la società e la cultura ci richiedono è basata su pilastri quali:

  • forza fisica
  • resistenza
  • massima produttività
  • resilienza
  • passività
  • sottomissione
  • perfetto stato di salute.

Ora, chiunque mi conosce da meno di tre minuti si rende perfettamente conto che io non ho nessuna di queste caratteristiche. No, questo non è esatto: le ho sviluppate a modo mio, in una mia versione, che non corrisponde in niente, manco lontanamente, al modo egemone di intenderle. La prestazione egemone che mi viene richiesta è per me impossibile da portare avanti. M’infrango, somatizzo, mi arrabbio, devo obbligatoriamente prendere le distanze, manco completamente li obiettivi.

Attraverso il libro di Erika ho capito, finalmente. Come posso, io, vivere una vita attraverso elementi, assetti, costruzioni e aderenze a valori, comportamenti e richieste che non mi appartengono, che spesso mi disgustano, e che non posso.voglio soddisfare in nessun modo? Non c’è corrispondenza fra quello che la società mi richiede e quello che io posso restituirle.
La prestazione egemone richiede presenza costante, iperproduttività, nessuna assenza consentita, nessun disturbo fisico che non sia trattabile con una bomba di aspirina, antipiretico e sciroppo (tutto il resto è malattia e non serve ai fini produttivi).
C’è anche un altro tipo di prestazione, quella relazionale, che invece prevede: costanza, presenza, attenzione massima, generosità, obbedienza cieca ai desideri dell’Altro, ascolto, accoglienza, resilienza, libido eternamente alta, assertività, verità e trasparenza, salute, allegria, energia per fare miliardi di cose sempre diverse per non annoiarsi, voglia di viaggiare…
Non si può neanche così, credo. Almeno non io. Troppo per una sola persona.
Chi mi conosce adesso da almeno quattro minuti sa che per me non è possibile mantenere la prestazione relazionale (fra partners, amiche.amici.amic*, membri di una famiglia) così come è concepita e costruita, come ci obbligano a viverla e a performarla.
Così ho deciso di cambiare completamente focus e comprendere davvero quale sia la mia via per abbandonare la prestazione egemone.
Chi è accanto a me dal primo di gennaio (o da prima) sa che spesso non posso essere presente, che mi accade sovente di mancare agli appuntamenti, che non posso esserci anche quando desidero fortemente stare, partecipare, presenziare. In questo mese e mezzo ne ho sofferto brutalmente, poi ho deciso di raccontare con onestà quello che stava accadendo intorno a me, dentro al Sanatorio, come affettuosamente ormai lo chiamo io, e le persone della mia rete affettiva hanno compreso. Io manco, spesso. E sono vulnerabile. Sono vulnerabili, ognuno-a-* a proprio modo, anche le persone che compongono le mie famiglie e quelle che fanno parte della mia rete affettiva. Lo sono tutte. Perché sono donne (in tutte le loro narrazioni), perché portano nel mondo narrazioni differenti (LGBTIA e queer), perché sono precarie o disoccupate, perché sono non-comforming, perché sono malate, perché sono senza casa, perché sono senza supporto familiare. Tutti-e-* noi siamo animali vulnerabili.

Ci ho messo una vita a capire che vulnerabile non è sinonimo di fragile.

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La cover del libro di Erika Irusta, “Diario de un cuerpo”, pubblicato da Catedral

Erika ha scritto le più belle pagine sulla vulnerabilità degli animali umani che abbia mai letto nella vita. Ne traduco una pagina affinché possiate leggerla anche voi, nella speranza che venga tradotto in italiano questo libro formidabile.
Ecco le parole di Erika:

“Un corpo vulnerabile è un corpo con possibilità di essere vulnerabilizzato. Mentre un corpo normativo è un corpo con capacità di vulnerabilizzare. I corpi vulnerabili sono di molti colori. I corpi normativi sono di un solo colore. Uno dei principali tratti dei corpi vulnerabili è che sono corpi definiti, questo è: scritti e letti dai corpi che comandano e regolano (corpi normativi). Questi ultimi stabiliscono la norma e intorno ad essa danno vita alle politiche: la politica dei corpi. La Norma è invisibile, funziona come l’ultimo strato sommerso di un iceberg. La normalità è quello che crediamo di vedere. L’abbietto, il vulnerabile, è ciò che rimane occulto.
In realtà siamo noi corpi vulnerabili che sosteniamo la norma. Questo è uno dei nostri dolorosi paradossi. Aspiriamo alla norma perché la vita fuori da questa ci pone in una situazione di vulnerabilità. Nessuno(a-*) vuole essere vulnerabile. In ogni caso è “meglio” avere la possibilità di vulnerabilizzare. Per questo finiamo con l’essere educate (i-*) ad essere protette (i-*) dalla norma e per aspirare a sfiorare il potere che dà il sentirsi all’interno di essa. Potere che non è altro che una macabra illusione perché i corpi vulnerabili non potranno mai ostentare il potere dei corpi normativi. Non dentro questa norma, la loro Norma.
[…] I corpi normativi sono morti. In loro non esiste breccia attraverso la quale respirare. Sono morti, finiti. Sono così detti che al pronunciarli si spaccano la bocca. Al contrario, i corpi vulnerabili respirano attraverso la ferita. La ferita li mantiene in vita. Terribile paradosso nuovamente. Sono vivi solo perché sono sensibili alla morte.”

Alla prossima gente! 😉

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Manifesto per una pratica di decostruzione

Siamo personcine che sentono la vostra mancanza, noi di THE Q WORD!
Non lasciamo trascorrere troppo tempo senza scrivervi e proporvi qualcosa di nuovo.
Dopo l’ouverture introduttiva, l’intervista a Lorenzo Gasparrini, le info dal mondo sui progetti di decostruzione della mascolinità e maschile egemone e la recensione del magnifico libro di Chiara Volpato (Psicosociologia del maschilismo), eccoci con un nuovo post de L’Altro Maschile.
Oggi parliamo non più di teoria, bensì di pratica, di alternative e ipotesi di decostruzione e costruzione che possano essere inserite in un contesto di realtà sociale, culturale ed educativa .
In queste ultime settimane ci stiamo spaccando il cervello per trovare nuovi percorsi di costruzione ed oggi vi proponiamo alcuni spunti che ci sono venuti in mente sui quali iniziare a ragionare insieme.
Cominciamo?

1

  • Riconoscimento della società eteropatriarcale nella quale viviamo e comprensione piena dei meccanismi che la alimentano attraverso gli agiti umani collettivi che tutte-i-* noi mettiamo in campo quotidianamente attraverso assetti.gesti.linguaggio.agency;
  • riconoscimento dell’esistenza di una UNICA mascolinità egemone ritenuta valida secondo tale società e smantellamento collettivo di questa;
  • riconoscimento dei privilegi di cui gode SOLAMENTE un determinato tipo di maschile e di mascolonità (uomo bianco.cisgender.etero.abile.conforme.lavoratore);
  • riconoscimento e decostruzione della preponderante eredità culturale.educativa (e relativo imprinting) egemone trasmessa dai genitori (in particolar modo dalle madri) e dal sistema scolastico sessita.misogino.violento.maschilista;
  • comprendere attraverso quali meccanismi sociali, culturali ed educativi viene ritenuta valida la mascolinità egemone e performata attraverso il genere maschile cisgender;
  • comprendere come una unica narrazione di maschile e mascolinità sia all’origine dell’esclusione completa di tutte le altre narrazioni maschili non egemoni con le relative (sempre brutali e disumane) conseguenze (emotive.relazionali.fisiche.psichiche);
  • comprendere come una unica narrazione di maschile e mascolinità  rappresenti la base della piramide di violenza (e potere) gerarchica nelle relazioni umane e l’inizio dell’abisso per la costruzione del sé;
  • creare, accogliere e riconoscere come valide tutte le narrazioni di mascolinità  e maschile alternative non egemoni (o subalterne);
  • non chiedere.pretendere.obbligare le persone che vivono un proprio maschile ed una propria mascolinità di adeguarsi e performare gli stereotipi legati al maschile egemone all’interno di una relazione di qualunque natura (fra partners, genitori e figli-e-*, amici-* e amiche) ed agire in base al ruolo sociale che viene imposto come obbligatoriamente corrispondente (il padre di famiglia che porta a casa la pagnotta, il marito che è la roccia della coppia, il fidanzato che paga la cena, regala i fiori ed è sempre disponibile sessualmente, il figlio che deve trovare il suo posto nel mondo aderendo forzatamente ai comportamenti performati dai suoi coetanei);
  • confrontarsi con chi nasce.cresce.viene educato.vive.performa una mascolinità egemone riguardo a che cosa agisce.richiede.obbliga nei confronti di se stesso quotidianamente, che cosa la società gli impone di essere e performare, quale prezzo paga per aderire al “modello unico” (repressione sistematica delle emozioni, omissioni riguardo a parti importanti di sé e della propria vita, menzogne, solitudini, scelte che non corrispondono alla propria natura e non si condividono moralmente.eticamente.emotivamente…) e quale tipo di relazioni riesce a costruire sulla base di tale modello;
  • costruire e mantenere una comunicazione aperta fra tutti i maschili e femminili egemoni e alternativi (o subalterni);
  • creare spazi neutrali di ascolto.confronto.dialogo e conoscenza reciproca per affrontare, decostruire e porre fine alla violenza sociale e culturale all’interno dei quali tutte le persone possano essere coinvolte in maniera paritaria e possano interagire.relazionarsi.agire sinergicamente;
  • creare spazi di ascolto, supporto e accompagnamento all’interno dei quali i maschili e le mascolinità alternative possano denunciare le violenze subite e perpetrate da parte del maschile e del femminile egemone e da parte di quelli alternativi, ed essere accompagnate in un percorso di recupero completo di sé e della propria vita lontano dalla violenza;
  • dare voce.importanza.credibilità.ascolto a TUTTE le persone che subiscono agiti violenti.discriminatori.abusivi.lesivi della propria persona ed avere la possibilità di denunciare tutti i tipi di violenza tentando di costruire (a livello individuale e collettivo) stategie (sociali.culturali.relazionali.educative) efficaci per porre fine all’invisibilità e alla gerarchizzazione della violenza;
  • non perpetrare gli stereotipi collegati al maschile egemone attraverso il linguaggio.la forma di pensiero.di azione.l’attivismo;
  • evitare l’incasellamento mentale facile e pigro nella categoria e nel sottogruppo sociale quando si tratta di relazionarsi con una persona e agire di conseguenza (per esempio: una persona non è “tutti gli uomini” o “tutte le donne”, non è portatrice di tutti i difetti, punti deboli o grandi forze a loro attribuite, bensì è un individuo a sé e va pensato.sentito.percepito.trattato  come unico soprattutto dentro alla propria narrazione);
  • cercare di identificare con chiarezza e lucidità le trappole emotive e psichiche che si presentano nel momento in cui agiamo in un contesto di genere: discriminazione positiva e negativa, pregiudizi, richieste legate al ruolo, paternalismo, categorizzazione, pensiero binaristico sull’Altro;
  • per le persone, come noi di THE Q WORD, non-binarie: prestare grande attenzione a quale tipo di assetti, agiti e agency legati ai generi (binari) si portano avanti: a volte accade, ed è accaduto anche a me in prima persona, che per trovare e vivere un proprio genere personalissimo si performino e si portino avanti, inconsapevolmente, tentativi di costruzione di parti di sé che poco hanno davvero a che fare con la propria natura.desideri.volontà.benessere, ma che invece riguardano un mero “copia e incolla” di quello che si è sempre visto performare dall’Altro che, però, non è noi; stereotipi; manierismi; isterie; discriminazioni; violenze e sistemi di pensiero legati ad una affettività impari e gerarchica che sono in realtà la somma massima di una sincretizzazione di atteggiamenti nati proprio all’interno del sistema eteropatriarcale che si vuole decostruire;
  • supportare, ascoltare, accogliere e riconoscere come valide tutte le manifestazioni ed esigenze emotive.psichiche.fisiche.relazionali di chi ci è accanto, possibilmente  evitando di metterle in relazione con il genere: ipersensibilità, vulnerabilità, emotività, non disponibilità sessuale, manifestazione aperta dei propri sentimenti, possibilità di vivere liberamente la propria affettività relazionale, sono solitamente attribuite alle persone di genere femminile (cisgender), senza tenere conto che, al contrario, riguardano l’intero universo umano indipendentemente dal genere.orientamento.espressione. ruolo.identità. L’unica differenza è che ci sono persone che appartengono o vengono socializzate con un determinato genere alle quali viene loro “permesso e concesso” di agire socialmente tali caratteristiche emotive.psichiche.fisiche.relazionali, mentre per altre è estremamente disdicevole, quando non pericoloso, farlo;
  • decostruire l’idea e l’abitudine estremamente violenta che sia possibile.necessario.che sia abbia un qualche diritto di criticare.giudicare.deridere le pratiche o le non pratiche affettive.sentimentali.relazionali.erotiche.sensuali.sessuali delle persone;
  • interrompere l’abitudine di costituire il proprio sistema di pensiero basandolo su una graduatoria che attesta in maniera inequivocabile chi è più uomo o più donna rispetto ad altre-i: legittimare questa forma mentis significa continuare a squalificare tutte le narrazioni che prendono, per scelta consapevole e spesso per necessità, le distanze da un maschile o da un femminile egemone, invalidandole completamente e quindi sottraendo loro la possibilità di esistere ed essere riconosciute su un piano reale e quindi sociale, discriminandole, agendo una violenza nei loro confronti difficile poi da eliminare  nel breve.medio.lungo periodo e condannandole all’invisibilità e allo stigma sociale e culturale;
  • decostruire il pensiero che gli uomini trans* (transgender e transessuali binari e non-binari), le lesbiche butch e persone di generi non-binari possano minacciare i “veri uomini“. Nel pensiero maschilista egemone rappresentano un fastidioso memorandum in carne ed ossa che un’altra mascolinità e altri maschili sono possibili dentro ad altri corpi.narrazioni.generi. Contando che i “veri uomini” non esistono né sono mai esistiti né mai esisteranno, la minaccia complottista della loro scomparsa la si può smantellare a partire da subito. Prima è, meglio è.
  • Ultimo ma non ultimo: il riconoscimento della legittimità ad esistere. Tutte le narrazioni possibili del maschile fuori dall’egemonia eteropatriarcale sono valide e non perché qualcuno-a o qualcosa faccia loro il grande favore o la grande concessione di permettergli di esistere, ma perché sono già una realtà concreta, che esiste di per sé pur scontrandosi continuamente contro la mancanza di diritti, che resiste, che lotta per mantenersi in vita e non soccombere sotto i colpi (eterni e sempre tremendi) della società nella quale viviamo. La legittimità, l’accoglienza e il riconoscimento dell’Altro rappresentano il primo vero passo verso un nuovo modo di intendere, costruire e agire in un mondo nel quale un altro maschile (ed altri maschili) è davvero possibile.

Passiamo e chiudiamo… per il momento!

 

 

 

Le radici del maschilismo

Bentrovati-e-* su THE Q WORD! Proviamo uno strano affetto per la domenica mattina… c’ispira assai!
Oggi proseguiamo con il progetto L’Altro Maschile e lo facciamo partendo dalla recensione di un libro che fra queste mura è diventato, in pochi giorni, un testo fondamentale per riflettere, smantellare e agire attivamente per (tentare di) costruire un nuovo maschile possibile.
Parliamo del magnifico libro scritto da Chiara Volpato, Psicosociologia del maschilismo, pubblicato da Editori Laterza. Un libro agile, che sulle prime appare modesto, magari per quei principianti che si avvicinano adesso al tema. Beh, sorpresona!
Ci piace sempre rimanere sorprese-i-* qui a THE Q WORD! Quella brezza frizzante che sconvolge le sinapsi e fa muovere il culo è sempre piacevole.

Cominciamo con il dire che il libro è un testo che affronta non solo il tema del maschilismo in sé, ma anche tutti gli aspetti ad esso collegati: la violenza maschilista, la mascolinità egemone, le mascolinità alternative, la nascita degli stereotipi, i privilegi di cui gli uomini cisgender-bianchi-europei-eterosessuali godono senza saperlo o riconoscerlo, il backlash effect, la guerra fra i “sessi”, le dinamiche di distruzione sistematica del femminile e della “donnità”, il soffitto di cristallo, gli effetti della pornografia mainstream sulla costruzione di un maschile egemone, le discriminazioni sul lavoro, l’oggettivazione del corpo dell’Altro e la sua deportazione all’interno di un invisibile campo di concentramento dal quale uscire sembra impossibile.

chiara
Il bel libro di Chiara Volpato, Psicosociologia del maschilismo

Chiara Volpato affronta tali temi con grande cura e chiarezza, permettendo a chi legge non solo di imparare immensamente, ma anche di stupirsi ad ogni pagina. Ovviamente lo stupore spesso si trasforma in indignazione, in un vago senso di vergogna di sé, e proprio per questo è un evento psichico ed emotivo di fondamentale importanza. Sono grande fan e assolutamente a favore della vergogna di sé quando questa ci mette sulla strada del cambiamento di assetto, di focus e d’azione. Personalmente, vergognarmi di me mi sta facendo un gran bene, poiché è una sensazione così acuta, spiacevole e disturbante che mi obbliga a fare il possibile per porvi rimedio con quella tipica velocità che solamente l’emergenza richiede. Così smantello, piccono da dentro, rifletto su ciò che in prima persona agisco, ripeto e costruisco attraverso la violenza, la discriminazione, lo stereotipo e la difficoltà di riconoscere come valida la narrazione dell’Altro se si discosta troppo dal (mio) accettabile e comprensibile.

In questo libro vengono chiarite e portate alla luce, in maniera esaustiva, molte delle radici che alimentano e saziano il sistema eteropatriarcale, il maschilismo, la violenza sessista e la disparità fra i generi.
Leggendo la maggior parte delle pagine si comprende come non si potrà mai sperare di vivere in una società funzionale, equa e priva di violenza, senza prima compiere un enorme percorso di conoscenza, consapevolezza e lucidità dentro se stess*-i-e, poiché l’agency di violenza, discriminazione e sopraffazione dell’Altro è dentro il tessuto che ci compone, che compone ognuno-a-* di noi, in maniera (purtroppo) inclusiva. L’essere umano prima e la società poi sono chiamati a compiere una riflessione fondamentale su ciò che stiamo performando, trasmettendo e vivendo, come valori umani. La chiamata è individuale e collettiva allo stesso tempo.

Lo straordinario lavoro di Chiara Volpato sta proprio qui: raccogliere le informazioni, trasmetterle, farti sentire così tanto a disagio, smosso-a-* e interessat*-a-o da fari muovere i muscoli della mente e del cuore insieme, forse per la prima volta.
Un testo imperativo per decostruire, conoscere e riconoscere ciò che si agisce, senza più l’alibi che ci permette di poter dire: “Ma io non lo sapevo!”.
Adesso lo sappiamo.