L’Altro Maschile

Direttamente dal nuovo anno e dopo aver stracciato la lista dei fottuti buoni propositi, rieccoci su The Q Word!
Questo è il primo post del 2018 e per stupirvi abbiamo deciso di alzare l’asticella. Come potete leggere dal titolo, L’Altro Maschile, qualcosa di nuovo si muove qui su T Q W.
L’Altro Maschile è un progetto embrionale, gemello di quello che ormai conoscete tutte-i-*, il THIS BODY PROJECT, che comincia oggi, speriamo sotto una stella fortunata.
Ma che roba è L’Altro Maschile?

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Mo’ ti spiego…

Dopo una profonda riflessione durata più di anno, aver preso le distanze da movimenti, associazioni, collettivi e assemblee di tutti i tipi, mi sono ritrovato nel buio della mia stanzetta a dissentire su molto di ciò che veniva proposta come unica narrazione sul maschile. Si parla sempre di violenza maschile e non maschilista, si attribuiscono atti violenti solo ed esclusivamente a biouomini cisgender ed eterosessuali. Questa è l’unica narrazione che si presenta per una questione di numeri schiaccianti.
Sarei un benemerito coglione senza fondo e per giunta irresponsabile se togliessi importanza alla questione dei femminicidi, alle violenze domestiche, allo stalking e al mobbing che noi biodonne e donne di ogni narrazione dobbiamo affrontare senza sosta ogni giorno della nostra vita in tutte le parti del mondo. Queste sono verità inconfutabili e impossibili da revisionare, come invece piacerebbe fare a qualche movimento di orgoglio maschile!
Ho lavorato per sei mesi in una associazione per sole donne ed ho condiviso esperienze e racconti che neanche nei peggiori films dell’orrore, sono stato la figlia di un padre violento e abusivo, alcune mie amiche hanno subito violenze e sono state vittime di stupri, alcune di loro sono morte e le piango ancora oggi. Tutto questo non può essere taciuto ed io mi espongo da sempre affinché ogni tipo di violenza possa terminare il prima possibile.

Altrettanto coglione della peggior specie e pure criminale emotivo sarei se tacessi, insieme al resto del mondo, su una questione importante che però non viene quasi mai dibattuta seriamente: la violenza perpetrata per mano dei biouomini non è un tipo di violenza maschile, bensì maschilista.
C’è una differenza sostanziale: la prima è connaturata all’esistenza di chi è portatore di pene e si identifica con un genere cis, mentre la seconda riguarda tutti-e-* le persone che abitano in un sistema eteropatriarcale violento. La prima sarebbe una caratteristiche inscindibile della natura di chi la mette in atto, quasi una condanna senza appello che deve essere agita obbligatoriamente, senza possibilità di farci nulla… è fatto così, cosa vuoi farci!, la seconda è invece l’onesta figlia di una costruzione sociale-economica-educativa-relazionale che può essere e deve essere decostruita, processata e superata.

lotta
Combatti il patriarcato!

Quello che mi fa girare il culo, come dice la mia bella amica Anita, tatuatrice di anime, è che non si dia una leggitima importanza anche a tutte le altre forme di violenza maschilista messe in atto da biodonne cis e non, e da tutte le altre narrazioni che si definiscono femminili e maschili. Esiste una violenza di serie A e di serie B, e questo solo perché la matematica parla chiaro. I centri antiviolenza, che sono ormai sull’orlo della chiusura per mancanza di fondi, così come i centri di ascolto e i centri di salute mentale, registrano solo una misera parte di ciò che la violenza maschilista sta creando. Lasciamo poi perdere i misteriosissimi luoghi abitati dalle Forze dell’Ordine, che dovrebbero aiutare la cittadinanza…
L’omertà che esiste intorno ai casi di violenza all’interno delle coppie di donne lesbiche, uomini gay, gay-trans/lesbiche-trans e nelle coppie o relazioni poli di persone non-binarie è devastante. Non solo perché non ci sono ancora sufficienti spazi adeguati sul territorio per l’ascolto-l’accoglienza e l’azione diretta contro alcuni tipi di atti di violenza, ma anche perché la vergogna regna sovrana e l’isolamento è un pozzo da cui non si esce facilmente.
Mi sono confrontato spesso su questo argomento con una persona che amo da sempre e lei mi ha sempre riportato la sua struggente e tremenda esperienza su che cosa significa vivere e crescere all’interno di una famiglia dove il matronato è la legge. Mi ha anche parlato tanto di come le biodonne con le quali ha vissuto relazioni di amore importanti abbiano messo in atto violenze psicologiche, fisiche e forme continuate di abuso di ogni tipo nei suoi confronti. Questo genere di esperienze non si racconta mai, non si dice perché è una verità che nessuno-a-* vuole sentirsi raccontare o accogliere come reale, importante, ugualmente legittima.
La violenza maschilista perpetrata dalle madri nei confronti delle figlie e dei figli è molto evidente quando si lavora con l’infanzia e l’adolescenza: ho trascorso dodicini anni della mia vita con infanti, bambini-e di ogni età, adolescenti e giovani, ed ho visto in mille occasioni manifestarsi la “mano della madre”. Non sto parlando dei casi da cronaca nera che fanno tanto Malamadre, bensì della normalità, di gesti quotidinani e comuni, che nessuno vede, denuncia, ferma. Anche a questa violenza viene messo un freno solo nei casi limite, quando le vite dei più piccoli rimarranno segnate per sempre.

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La mano della madre

Non importa quale sesso biologico io abbia, quale genere o non genere mi appartenga e quale tipo di narrazione porto avanti nella vita; quello che importa è che come persona che vive inserita nella società anche io sono responsabile di ciò che la violenza maschilista causa: anche a me è capitato di agirla in qualche modo, anche a me è capitato e capita di non muovermi prontamente per fermarla quando ne vedo qualche esempio. Sono responsabile in prima persona, come tutte-i-* qui, di dover fare qualcosa per decostruirla, processarla e creare nuove alternative e proposte per una società diversa. Fino a qualche settimana fa non sapevo come fare: non basta essere femminista, non basta oppormi al sistema violento, non basta sfilare in piazza, non basta correggere (o tentare) le mie azioni per non portarla avanti nella mia vita. Non basta. Allora ho pensato che una delle cose che più amo fare è cercare l’Altro per confrontarmi, capire, decostruire, tentare nuove strade e, soprattutto, raccogliere le narrazioni differenti.
Da qui nasce L’Altro Maschile: cercare l’Altro Maschile, quello non ancora narrato o che non si è mai voluto narrare, quello fuori dai fottuti stereotipi isterici a cui ci stiamo rapidamente abituando, quello che cerca altre vie, che ci comprende tutti-*-e, quello che ha bisogno di spazio.tempo.linguaggio per manifestarsi e trovare una voce propria.

Il prossimo post sarà una vera chicca; avremo infatti un ospite speciale con il quale cominciare a parlare de L’Altro Maschile e tentare di formulare pensieri d’azione, ipotesi di decostruzione e critica costruttiva riguardo alla violenza maschilista e ad un altro genere di maschile possibile. Tutto questo chiacchierando amabilmente fra un filosofeggiare e l’altro.
Stay tuned!

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