Soho

Autopsia su un corpo…. vivo.
Autopsia di una intera generazione di corpi nel vuoto e per il vuoto.

Le viscere dell'Iceberg

Malessere dal Design nuovo

rotoli di pelle tagliata con forbici dalla punta arrotondata

confezionano un corpo vuoto.

Liste senza Schindler

La borsa firmata dal killer

Cicatrici perfette stese con il Profilo del coltello

Segno di un parto

Figlio di Forcipe a cui è sopravvissuto solo un gemello.

Mettere in ordine il genere,

tra onde torbide di colore delle tenebre

e dal sapore cenere.

Sognare la luce con gli occhi marci

chiusi nell’angolo del dolore.

A gemere.

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My Little Heil

Larsen Iceberg è una creatura immensa. Seguite il suo blog, anche solo da adesso. Altamente consigliato. 😉

Le viscere dell'Iceberg

Adoro l’odore di delorazepam al mattino. Una delle poche cose nelle trincee umane che renda l’aria respirabile e commestibile. Il conforto e’ importante, per chi si occupa di corpi da concentramento. Essi sono fatti di ossa e pelle, angoscie redivive che vagano nei reparti. Sanno di un’altra fame, difficilmente comprensibile all’occhio umano ingrigito dallo sferragliamento di reale sui propri sensi, ormai binari e paralleli. Sensi che non si incontrano mai.

Esisteva un’età nella quale mi credevo. Credevo a queste salme e fantasmi mentre li scortavo fuori dai carceri bianchi, galere soffici dai cuscini di porcellana. Ora, mentre guardo gambe incapaci di sostenere il peso del cuore, ho le mani colme di ferro, fruste inflessibili senza sguardo. Manco di pietà mentre scorto carichi di carne e sangue al macero, mentre li benidico nel nome del dolore.

Acqua spoglia da qualsiasi santità, sporcata dall’haldol e altre terribili misure. a mali estremi non…

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LAST TRANSITION

Goooooooooooooood morning gente!

Peccato non avere la voce di Robin Williams, avrebbe fatto un effetto fighissimo.

Dopo settimane, mesi, decadi, rieccoci sintonizzat* su TheQueerWord per un post fulmineo, senza foto né virtuosismi vari, che chiude una fase della mia vita durata 34 anni, ovvero tutta la mia intera esistenza.

Eravamo arrivat*… dove eravamo arrivat*? Ah sì, al Gendertao della sottoscritta.

Sono molte settimane che ho in mente di scrivere questo post, ma lo scrivo dopo aver atteso che nella mia mente tutto fosse più chiaro e adesso, abbastanza sicura, posso scrivere che la mia stranissima fluttuazione riguardo al genere si può definire conclusa.

Figa l’idea del Gendertao, anche perché fa effetto essere una persona che si conia il tipo di genere al quale appartiene da sola, insomma, non da tirarsela ma fa figo.

Ho decostruito così tanto negli ultimi anni che ormai per me non hanno più significato i termini “maschile” e “femminile”, anche se conosco perfettamente a quali idee le persone normalmente li associano e riesco a sopportarlo ormai in scioltezza senza farmi venire un ictus tutte le volte. Per questo sono passata a parlare di yin e yang molti mesi fa, di maschili e femminili alla maniera occidentale che mi si incontrano dentro e che sono sempre presenti entrambi nello stesso momento dentro la persona che sono.

E poi sono arrivata a decostruire anche il concetto, la struttura, la performance e la sensazione di “genere” fino a non comprendere più per quale ragione dovrei ancora aderire ad una schiavitù costruita, performante e performata. Siamo tutt* d’accordo (vabbè dai, non proprio tutt*!) che il genere è performativo, pura agency.

Ieri mi sono finalmente liberata di un pensiero espresso ad alta voce che è di una banalità storica: il mio genere non vive nel mio corpo, ma nella mente dell’Altro, però non mi riguarda, non è un mio problema, non è più qualcosa di cui desidero occuparmi-preoccuparmi.

Non mi spaventa la sovradeterminazione, l’ho vissuta sempre e la vivo tutt’oggi ma non mi tocca, anche se cerco di non metterla in campo con le altre persone, soprattutto laddove è possibile chiedere con delicatezza ma in maniera esplicita che cosa corrisponde davvero alla persona con la quale mi relaziono.

Se dovessi spiegare cosa sono adesso riguardo alla “faccenda gender”, per chi ama le definizioni a tutti i costi e ce ne sono tante di persone che si sentono al sicuro quando è possibile usarle, potrei dire che sono arrivata a considerarmi una persona agender.

Esco dai giochi, dalle spiegazioni complesse, dalle lotte per trovare altre mille raffinatissime definizioni che non spiegano nulla, dalle logiche perverse del linguaggio, dalle gabbie dorate del riconoscimento e della legittimazione ad esistere anche se…, dalla verticalità del potere di menti che beatificano il gender come priorità assoluta per l’esistenza e la sopravvivenza dell’essere umano.

Dopo che Medea, nella omonima tragedia greca, in preda ad un furia brutale e vendicativa uccide i figli avuti da Giasone suo marito e la sua nuova giovane moglie, il coro le chiede: “Medea, dopo tutto questo cosa resta?” e lei risponde: “Io. Resto io.”.

Dopo tutta questa enorme transizione verso e attraverso il genere, resto io. Una persona, un essere umano.