Miquel Missé: riconquistare il corpo

Ormai da molti anni seguo le interviste, i libri pubblicati in catalano e spagnolo, gli interventi appassionati e ispirati nelle conferenze e tavole rotonde sul tema trans, di questo straordinario scrittore, sociologo e attivista trans catalano.
Lui ha un nome che da oggi in poi ricorderete sicuramente: Miquel Missé o, per chi lo conosce meglio, semplicemente Miki.
Attivista instancabile della nuova leva, classe 1986, vergognosamente giovane eppure già così impegnato a cambiare (in meglio) il mondo che ce la farà davvero, a cambiarlo.
Gli mando una mail per chiedergli un’intervista ed incrocio le dita sperando che accetti, lui è super impegnato ad organizzare il primo campus estivo per bambin* trans in quel di Barcellona. Di una gentilezza incredibile e commovente, ci inviamo saluti e domande attraverso l’etere e questo post è il risultato di questo nostro felice incontro virtuale.

fotosolapa
Miquel Missé

 

Un’intervista semplice, che va dritta al punto, perché quando si tratta di lottare per una causa che ci sta a cuore non si possono fare giri di parole.tergiversare.nascondersi, e Miquel di nascondere opinioni.agiti.sentimenti non ci pensa, fortunatamente, neanche per un secondo.

Buona lettura!

TheQword: Come scrittore, sociologo e attivista trans, qual è la tua opinione riguardo alla visibilità delle realtà trans (film, documentari, libri, articoli usciti sui quotidiani) a cui stiamo assistendo ultimamente?

Miquel: Quello che è evidente è che siamo testimoni di un momento storico relazionato con la questione trans:diversi prodotti culturali mainstreaming rappresentano personaggi trans attraverso i media e in alcuni casi sono le stesse persone trans che mandano avanti alcuni di questi progetti.
Come prima cosa direi che è un momento interessante perché mai prima d’oggi si è parlato così tanto del tema trans e vale la pena seguire con attenzione come si presenta l’esperienza trans al grande pubblico.
Come seconda cosa, direi che a me ciò che più interessa sono i discorsi che ci sono dietro queste rappresentazioni. Credo che in molti casi si continui a presentare il tema trans como qualcosa di relativo alla medicina, una situazione di sbilanciamento biologico. Allo stesso tempo, credo che parte di questo boom di visibilità nei media si basi in buona parte nel passing trans, nel mostrare il successo di alcune persone trans nel passare completamente inosservate e sorprendere il pubblico con persone attraenti, belle e con corpi affini ai canoni di bellezza occidentale.
La domanda che io mi pongo è: a chi si dirigono esattamente questi prodotti culturali e quale tipo di impatto hanno nella vita delle persone trans? Voglio dire, intendono contestare il sistema di genere mostrando esperienze che fuggono alla logica binaria o sono invece esempi che cercano di tranquillizzare la società mostrando quanto normali possiamo essere noi persone trans?

TheQword: Molto spesso sento dire: “La transessualità è…”, come se fosse una sola, però io non ne sono per nulla convinta. Credo, invece, che si dovrebbe parlare di “narrative trans”, dato che sono molte e variano da persona a persona. Sei d’accordo oppure la mia opinione in merito è errata?

Miquel: Il titolo del libro che ho scritto si chiama Transexualidades, otras miradas posibles (Transessualità, altre visioni possibili). Effettivamente, ciò che cercava di spiegare è che dietro la versione ufficiale della transessualità ci sono molte altre traiettorie e discorsi che è necessario ascoltare e divulgare.

TheQword: Si possono dare alcune definizioni orientative riguardo a ciò che può essere la transessualità nelle sue molteplici espressioni.forme.esperienze, oppure le parole non aiutano per nulla nel momento in cui la si tenta di spiegare, creando invece confusione e aumentando lo stigma sociale?

Miquel: Per me la transessualità è una parola molto moderna che emerge nei discorsi medici nella metà del XX secolo e che cerca di definire un fenomeno molto più antico e diverso. Il concetto di transessualità è una gabbia dentro la quale abbiamo inserito l’esperienza di molte persone in relazione alla propria identità di genere. Però, per non fuggire dalla domanda, direi che l’esperienza trans ha molto a che fare con il fatto di vivere in un genere distinto da quello con il quale una personale viene socializzata.

TheQword: Chi è attivista trans, non binari*, transfemminista, queer ecc…, alla fine termina con il definire se stess* con un milione di etichette che, si suppone, dovrebbero aiutare nel momento di presentarci al mondo, però, per esperienza personale, a volte le etichette si trasformano molto velocemente in una prigione linguistica che dice poco e nulla su chi siamo e creano ansia e confusione alle persone che ci ascoltano.
Qualche volta è successo anche a te? Sono importanti le etichette? Perché non possiamo semplicemente dire “Ciao, sono Marta… Ciao, sono Miquel”?

Miquel: Buona domanda! Gerard Coll-Planas, eccellente sociologo e mio buon amico, propone riflessioni molto interessanti sulla questione delle etichette. Lui spiega che mentre ci limitano, allo stesso tempo ci danno anche un senso, e che non risulta ancora chiaro se possiamo davvero farne a meno.
In un mondo eteronormativo, potersi chiamare gay, lesbica o bisessuale è, ancora oggi, una conquista importante perché ci aiuta a pensar(e-ci) fuori dal limite egemonico della sessualità, ci dà un luogo ed una comunità di riferimento. In questo senso, io non ho ben chiaro se il problema siano le parole o i significati politici che diamo loro. Il problema non è utilizzare etichette, bensì pensare che siamo quelle etichette e che non possiamo muoverci attraverso di esse.

TheQword: Ti sembra un’utopia troppo grande poter dire a noi stess* che siamo semplicemente esseri umani?

Miquel: Vuoi la verità? Hahahahahaha. Sì, è un’utopia! Però le utopie non sono mai troppo grandi; semmai, il problema è quando sono troppo piccole. Nonostante questo, ultimamente mi sto dedicando alle piccole utopie. Non penso ad un mondo senza generi né a quello degli esseri umani, semplicemente tento di immaginare un mondo nel quale il genere ci schiavizzi meno e non solo riferito a noi persone trans, bensì alle nostre società in generale.

TheQword: Il corpo, Miquel… parliamo del corpo! Che cosa significa “conquistare il corpo”?

Miquel: Per me l’idea di conquista significa “ritornare al corpo”, “riconquistarlo”. L’esperienza del corpo delle persone trans è descritta in centinaia di articoli scientifici, manuali, documentari ecc…; a volte è abbastanza difficile pensare il corpo partendo da altri paradigmi, dimenticando tutto ciò che ci hanno detto i libri, e pensarlo da capo, con altre coordinate. Per me conquistare il corpo significa proprio questo, un processo quotidiano.
La mia personale esperienza è che un giorno mi sono reso conto che quando ero una bambina avevo una relazione migliore con il mio corpo rispetto all’adolescenza, e quando ho cominciato la transizione progressivamente il mio corpo ha cominciato ad essere il mio problema principale. Ero un uomo e questo corpo non mi corrispondeva. Per molto tempo l’ho odiato, l’ho maltrattato, volevo operarmi completamente e il più in fretta possibile. Ero convinto che questo corpo non fosse il mio. Più tardi, un’idea cominciò a farsi strada nei miei pensieri. All’inizio era un’idea che mi disturbava, che mi dava molto fastidio, ma con il tempo la lasciai entrare dentro di me e svilupparsi un po’ alla volta. Ciò che questa idea mi suggeriva era che, forse, il corpo era il luogo dove stavo proiettando tutta la mia frustrazione per il fatto di non essere nato uomo ma che, di fatto, il mio corpo di per sé non aveva nessun problema, funzionava perfettamente. Credo che da lì sia cominciato un processo che non terminerà mai: tornare al mio corpo, guardarlo con altri occhi e tentare di gestire nel modo migliore le contraddizioni che esso genera in me. Questa esperienza è comune a molte persone trans e, allo stesso tempo, invece molte altre persone trans non si identificano per nulla con questa.

Credo che sia un tema davvero molto complesso e generalmente è circondato da molto malessere e sofferenza, per questo mi sembra importante dire che l’idea di conquistare il corpo non è una ricetta di una buona esperienza trans. Semplicemente è un’esperienza ed io la racconto senza pausa perché mi avrebbe fatto piacere se qualcuno me la avesse raccontata quando avevo 15 anni.

TheQword: Ho letto in varie interviste che ti hanno fatto in blogs, magazines e quotidiani, che porti avanti proprio questa idea molto rivoluzionaria: il corpo di una persona trans che decide di cominciare un percorso di cambiamento non è sbagliato. Molto spesso, ho ascoltato una frase molto specifica pronunciata da persone trans: “Sono nat* nel corpo sbagliato!”, però tu inviti a fare una riflessione che parte dal punto opposto: il corpo va bene, questo è un corpo che vale, non c’è nulla di sbagliato. Una rivoluzione, Miquel!
Ci spieghi com’è nata questa tua idea di “legittimità” del corpo?

Miquel: Credo che nella risposta precedente abbia già risposto, in parte, a questa domanda. L’idea del corpo sbagliato è penetrata profondamente nell’immaginario sociale fino al punto che le persone che ci sono accanto, con le migliori intenzioni, ben inteso, ci chiedono senza sosta quando ci opereremo, quando prenderemo gli ormoni, quando cambieremo la nostra carta d’identità. Cambiare tutto questo è molto difficile, però credo anche che sia facile che la gente provi empatia con l’idea che esista un corpo sbagliato. Utilizzo spesso l’esempio del peso corporeo e mi chiedo: le persone in sovrappeso sono nate nel corpo sbagliato? Che cosa accadrebbe se all’improvviso un movimento di persone in sovrappeso rivendicasse il diritto alla modificazione fisica con fondi pubblici perché sentono che quello dentro il quale vivono non è il proprio corpo ed hanno il diritto di “restaurarlo”?
Sicuramente ci sarà qualcun* che a questo punto dell’intervista esclamerà: “Ma dai, sono due cose che non si possono comparare!”, ed io allora chiedo, di rimando: perché? Per caso solo noi persone trans abbiamo il diritto di pensarci nel corpo sbagliato? Tenendo conto di come il nostro sistema sta assimilando questa idea, non mi stupirebbe se altri collettivi replicassero la narrativa del corpo sbagliato. Funziona! Davvero è una buona idea, magari un po’ fantascientifica, però buona.

La gente prova empatia con l’idea del corpo sbagliato perché suona come un’ingiustizia, un’ingiustizia che si può risolvere con trattamenti medici. Chi può opporsi a questo? Però no, non c’è un corpo sbagliato.
Ciò che esiste nella realtà è che molte persone desiderano modificare il proprio corpo per sentirsi meglio in questo mondo e ciò ci dice molto più del nostro mondo che del nostro corpo.

TheQword: Qual è l’importanza che oggigiorno e negli anni ha ed ha avuto il corpo nella tua vita, come persona prima di tutto, e in secondo luogo come attivista trans? Come vivi il tuo corpo oggi, come lo hai vissuto prima? Immagino che non sia stato per nulla facile…

Miquel: Il mio corpo è uno dei miei grandi conflitti vitali e tento di gestirlo nel miglior modo possibile. Molte volte mi piacerebbe che assomigliasse di più all’idea che ho nella mia testa, però non sto facendo molto per cambiarlo. Da diversi anni assumo testosterone, però non mi sono mai sottoposto ad alcuna operazione. A volte penso: operati e falla finita!, però poi la bilancia si riequilibra e rimango tranquillo per un po’ di tempo.
Credo che questa sia una storia comune a molte persone che, anche senza essere trans, portano avanti una battaglia importante con il proprio corpo, con i kg, con le cicatrici, con i tatuaggi che vorrebbero farsi cancellare, con l’altezza.
Quando attraverso un momento di grande frustrazione con il mio corpo mi guardo intorno e mi rendo conto di essere un privilegiato assoluto. Non che funzioni sempre automaticamente, ma questo mi serve per reagire e comprendere che viviamo in un mondo nel quale in corpo è un prodotto ed è castigato da mille leggi impossibili. Tento di imparare a conviverci e, al tempo stesso, non so se mi sto sbagliando; forse dovrei operarmi ed essere meno “purista”. Sono dilemmi esistenziali che un* si trova ad affrontare…

TheQword: Vieni socializzato come uomo ed hai una carta di identità che riporta i tuoi dati anagrafici come donna. Tutto ciò ti causa problemi, ti infastidisce, ti mette in una situazione di difficoltà o di disagio?

Miquel: Mi mette in situazioni sconcertanti e a volte disturbanti, però ho molto ben chiaro che è una decisione che ho preso io, quella di non cambiare il mio documento d’identità, e che se voglio posso farlo. Lo Stato spagnolo mi richiede un certificato di disforia di identità di genere e due anni di trattamenti medici come requisiti per cambiarlo. Il giorno in cui questo sconcerto e questa sensazione disturbante mi genereranno molti conflitti, immagino che mi sottoporrò al penoso processo che mi propone il mio Paese.
Per il momento, è come una sorta di militanza, di resistenza, nella quale rivendico il mio nome legale, che è una parte di me.

TheQword: Com’è cominciato il tuo percorso trans?

Miquel: Quando avevo 13 o 14 anni cominciai a scoprirmi come ragazzo; avevo, per così dire, una doppia vita. Questo “luogo”, che all’inizio era molto innocente e totalmente scollegato dalla transessualità, divenne man mano un luogo confortevole nel quale desideravo vivere. A 15 anni vidi il film Boys don’t cry e scoprii così tutto un mondo: gli uomini transessuali. Fu per me una grande rivoluzione. Fu allora che iniziai una transizione di genere classica: ero un uomo e sarei riuscito a vivere come tale. Tutto il resto, ormai lo sapete…

TheQword: Ci parli di “Cultura Trans”?

Miquel: Cultura Trans è un progetto attivista di visibilità e diffusione di riferenti trans da una prospettiva non patologizzante. Nato nel 2011 a Barcellona, attualmente ce ne stiamo occupando Pol Galofre ed io. L’idea è quella di diffondere, attraverso la cultura, idee nuove per pensare il tema trans. Organizziamo giornate di dibattiti, cineforum, mostre, concerti, ed uno dei nostri progetti più amati è il Trans-Art Cabaret.

TheQword: Cosa ti piacerebbe dire ad un* giovane adolescente che comincia adesso il suo percorso trans?

Miquel: La verità è che è una domanda difficile, perché le nuove generazioni di adolescenti trans vivono in contesti radicalmente distinti rispetto a quelli che ho conosciuto io. I riferenti trans e l’accesso all’informazione stanno cambiando ad un ritmo vertiginoso. Alla fine degli anni ’90 un foglietto di una associazione trans era un vero e proprio tesoro, viaggiavamo per centinaia di km per conoscere personalmente altre persone trans. Adesso esistono centinaia di youtubers che ci raccontano le proprie storie, pagine di Facebook a cui sono iscritte persone trans da diverse parti del mondo. Nonostante questo, sì che direi loro qualcosa: che non si sentano colpevoli per le decisioni che prendono, che non si spaventino se si trovano a dubitare durante il percorso perché è la cosa che accade più frequentemente e, soprattutto, che ricordino sempre che il loro corpo non è sbagliato o, per essere precisi, non lo è più di quello del resto delle persone.

Impossibile aggiungere altro, è tutto qui.

Grazie Miquel e alla prossima, e ci sarà una prossima volta… questa è un’anticipazione solo per voi, per solleticare la vostra curiosità. Cattivona che sono!

Vi lascio qui di seguito alcuni links che riguardano la bio ed il lavoro di Miquel, la pagina di Cultura Trans e alcune interviste fatte al nostro magnifico ospite: anche se sono particolarmente suggerite per hispano.hablantes, ve le indico ugualmente, non è bello sovradeterminare le vostre capacità di comprensione della lingua spagnola, non si fa!

Stay tuned…

http://www.editorialegales.com/autores/miquel-misse/107/

http://www.ara.cat/es/Miquel-Misse-desde-decidi-chico_0_1565843540.html

http://www.idemtv.com/es/2016/04/14/transsexualitat-david-i-goliat/

http://culturatrans.org/nosotros/

Annunci

Può un uomo essere femminista?

Bella domanda!

Qualche settimana fa mi imbatto in questo articolo, lo leggo con attenzione, poi lo lascio decantare come il vino, penso di tradurlo, parto per il mare e ciao.
Di ritorno da magnifici lidi, riecco l’idea di tradurre questo pezzo, molto semplice se vogliamo, appena accennato, ed oggi è il giorno!

Facciamo le cose fatte bene, o almeno proviamoci… il link dell’articolo in lingua orginale, taaaccc:

Può un uomo essere femminista?

Può un uomo essere femminista? Ho sempre pensato di sì.
Questo articolo personalissimo (quasi una micro confessione in digitale), però, mette in evidenza alcuni punti che mi sono sembrati interessanti, purtroppo appena appena accennati mannaggia, che mi hanno dato parecchio da pensare e su cui ho riflettuto per giorni.
Mantengo, nei confronti di questo articolo,la mente in bianco, nel senso che mi sento abbastanza neutrale, così neutrale che manco la Svizzera.

Vi passo la patata bollente, così ce la smazziamo all together! Ditemi cosa ne pensate.
La traduzione, il più fedele possibile alla versione originale in castigliano, è mia.

Può un uomo essere femminista?

Di Eduardo Aguayo

Esistono gli uomini femministi? Possiamo noi uomini essere femministi?
Sono nato in una famiglia di sinistra, mio padre e mia madre avevano un circolo progressista di amicizie e in questo ambiente, negli anni ottanta, quando la nostra democrazia cominciava a funzionare, per me era molto comune ascoltare conversazioni riguardanti i progressi delle donne e come gli uomini della generazione di mio padre si definissero “femministi”.
Le ragioni, per loro, erano chiare: lavavano i piatti, qualche volta preparavano i pasti, non gli importava che le proprie mogli uscissero e alle propri figlie davano una certa educazione sessuale, ecc…

balletto-padre-figlia (1)

Chiaramente questi signori non erano femministi, credevano di esserlo, e così potevano vivere nell’autocompiacenza per non rinunciare ai privilegi che il patriarcato aveva conferito loro. Come se avessero raggiunto una sorta di nirvana mistico, ricco di saggezza, nel quale non dovevano fare più nessuno sforzo affinché le donne potessero raggiungere l’uguaglianza.
Questo mi ha reso sospettoso nei riguardi di noi uomini che ci definiamo femministi. Lo siamo realmente o agiamo come i nostri padri? La mia opinione, che può essere errata, è che abbiamo accettato alcune cose per vivere con la coscienza tranquilla però siamo ben lontani dal conoscere i nostri privilegi e ancora di più dal rinunciare ad essi.

Ho conosciuto uomini che, considerandosi femministi, credono di possedere una superiorità morale rispetto agli uomini maschilisti, di poter parlare alle donne di temi che appartengono ad esse e di fare mansplaning riguardo ad ogni tipo di tema, come la prostituzione, la vendita delle capacità riproduttive delle donne ecc.

Mi considero in una ricostruzione di me stesso partendo dal femminismo, però è un processo che si protrarrà per tutta la vita; sono circondato da privilegi (artificialmente concessi dalla società) per essere nato uomo, e molti di essi sono per me invisibili (fruibili in maniera gratuita); è, questo, un processo di apprendimento continuo.
Ho visto molte volte uomini femministi offendersi quando le donne li tirano fuori dalla loro comfort zone (che è immensa). Ho visto come uomini femministi, davanti ad un gruppo di donne, sentano la necessità di doversi mettere in mostra invece di rispettare gli altrui spazi, o come questi uomini, in ambienti eteropatriarcali, rimangano in silenzio su temi che potrebbero compromettere la loro posizione nei confronti di amicizie e sul lavoro (per esempio).

Una delle cose che più mi sorprendono è il costante parlare di alcuni uomini riguardo ai vantaggi che il femminismo ci offre (perché ci sono), però mi sembra che sia un modo per metterci, nuovamente, al centro del tema. Per esempio: è molto comune che dicano che grazie al femminismo noi uomini possiamo piangere o esprimere i nostri sentimenti. Di ciò che dovremmo parlare e convincerci è invece che, per colpa del maschilismo, le donne vengono assassinate, commercializzate, mutilate, maltrattate, che hanno accesso a lavori peggiori, che le pagano meno… che vengono insultate, infastidite, stuprate, ecc. Che tu, como uomo, possa o no piangere, comparato con tutto questo, mi sembra un’inezia.

Uomo femminista, non pensare mai di sapere tutto, poniti delle domande ed ascolta le tue compagne femministe, permetti a te stesso che ti facciano cambiare idea.

Cadere nella convinzione che sei già femminista non ti permetterà di progredire, ti trasformerà in un essere passivo. Domandati tutti i giorni quali sono i tuoi privilegi e come puoi agire in maniera che i tuoi amici e tu possiate rinunciare ad essi: cerca di trasformare i tuoi spazi in spazi egualitari.

STOP #bodyshaming

Lo trovo scritto ovunque: post, articoli, citazioni, commenti su Facebook.Instagram.Twitter, quotidiani, magazines, blogs e in links impensabili che c’entrano poco o nulla con il tema.
Hastag gggggiovane coniato per l’occasione sociale e culturale, scritto tutto unito: #bodyshaming.
Fino a qualche tempo fa ‘st’espressione non esisteva e difatti è un neologismo per definire quando qualcun* si impegna tantissimo al fine di farti vergognare del corpo che abiti e che porti in giro per il mondo.

Se hai qualche chilo di troppo (fat shaming), a parte i commenti del parentado poco simpatico e dei soliti personaggioni ilari che fanno certe battutine che ti fanno venire voglia di scartavetrargli la faccia con una smerigliatrice, ma con cui glissi elegantemente per evitare la rissa da bar, mo’ la novità del secolo è: ti prendono per il culo a livello globale anche sui social!

Eeeeeeeeehhhhhhhhhhhh, quale fantastica evoluzione, mammamia!
Effettivamente si sentiva il bisogno di siffatta offesa internettiana. Proprio la ideona che ci voleva per rendere le nostre vite più frizzanti!

Se hai qualche kg in più che schifo copriti non ti voglio vedere; se sei magr* che schifo ti si vedono le ossa (anche se sei magr* arrivano ugualmente commenti fra il capocollo e si chiama thin shaming); se sei troppo pallid* sei una mozzarella facci il favore di prendere più sole; se hai la pelle nera sei un cioccolatino sciolto poco sexy; se sei alt* machitisipiglia con quelle gambe lì; se sei bass* allora sei un* gnom* dei boschi…

body

Vediamo di capirci, sì? Basta! Davvero, basta!

Il fenomeno del body shaming è trasversale: vengono sfottut* tutt*, indistintamente, anche se le donne subiscono un maggiore ostracismo, una vera e propria gogna virale. Persone di tutte le età ne sono coinvolte o come vittime o come carnefici, senza esclusione di colpi (bassi), e tutti i gruppi etnici, tutte le geografie umane e religioni ne sono coinvolti.
Chi sfotte chi? Incredibile pensare che, spesso, sono soprattutto le donne a sfottere le altre donne, fra l’altro con una ferocia che manco una jena ridens! Basta guardare le foto postate sui social per trovare commenti talmente offensivi da fare accapponare la pelle al più crudele dei mostri usciti or ora da un film horror. Nessuna pietà, una mancanza di rispetto tout court indecente.
Cosa si sfotte? Dal peso corporeo al taglio di capelli, dall’abito indossato al-la nuov* partner… non importa cosa, basta sfottere senza motivo e senza mezze misure!, e più si lede la dignità della persona a cui i commenti sono rivolti, più il “gioco” sembra appassionare grand* e piccin*.

2

Non ho ben capito se si tratti di un orribile esperimento sociale in cui si guadagnano punti o soldi, o una roba diversa, perché pensare che, invece, quello di spezzare l’autostima altrui sia semplicemente un divertimento umano mi fa così schifo da non sapere che dire e mi scende una tristezza melancolica mista a ferocia che non ci sto più dentro.
Denigrare il corpo… questo sì che mi fa veramente incazzare! Con quale diritto una persona può criticarne un’altra, o deriderla, o disprezzarla basandosi sull’aspetto fisico?
Posso non trovarmi d’accordo con un’opinione o un’azione altrui e disquisirne contro o a favore, ma in nessun modo ho il diritto o dovrei avere la possibilità di emettere un giudizio o di offendere un mio simile sulla base (umana) della sua fisicità o degli elementi personali che ne caratterizzano l’esistenza.

Il corpo è sacro, gente, mettiamocelo in testa tutt* quant*. Sì sì, pure l’anima e ‘ste cose qui lo sono, ma con il corpo non si scherza. Mai.
Il corpo è l’unica cosa che davvero ci accomuna, che ci rende simili e attraverso il quale possiamo sviluppare empatia.condivisione.vicinanza. Umanità.

3

Le parole, a volte, danno vita ad un processo alchemico all’inverso: dall’oro dal quale possono nascere, divengono puro piombo.
Le critiche e le offese rimangono appiccicate addosso per anni; gli insulti diventano ferite che ci sottraggono qualcosa di fondamentale, come la serenità e la gioia di sentirci dentro noi stess* e ricostruir-si emotivamente dentro un corpo che ci è stato strappato via dalle altrui parole e bassezze è complicatissimo. Un trauma vero e proprio.

Sono sempre stata una bambina grassa, poi sono diventata un’adolescente obesa, piena di cellulite, smagliature, poi cicatrici.
Ricordo ancora, e sono passati più di vent’anni, che le mie compagne delle elementari mi dissero che le mie gambe erano enormi e che il mio sedere era grande come tutta Torino. Lo ricordo come fosse ieri. Avevamo pochi anni allora, ma loro erano già agguerritissime, spietate, prive di compassione e benevolenza verso un corpo che non era il loro, che non rispettavano, che dava loro fastidio perché diverso.
Battute ne ho ricevute, per fortuna, relativamente poche, ma ci ho impiegato una vita a scoprirmi il corpo, a riconoscerlo, a sentirmici bene dentro.
Primo bikini indossato con mia sorella all’età di 27 anni: ci abbiamo messo un’ora per deciderci a togliere quella stramaledetta maglietta e pantaloncino.
Nelle Azzorre il mio soprannome “affettuoso” era cachalote, che è il piccolo della balena in lingua portoghese… questo per farvi intuire la mia stazza.

Sono minuta, strana, il mio corpo è non.conforming rispetto ai canoni di bellezza che vanno tanto di moda (creati dalle multinazionali e dalle agenzie di pubblicità e non dalle persone), ho i capelli bianchi ai lati, i denti che si cariano nonostante la mia ossessione per l’igiene orale, le dita delle mani diverse, la cifosi, e la cellulite rimane lì nonostante la mia amata ginnastica, la pelle poco elastica è flaccida sotto le braccia… devo continuare?
Ci ho messo anni a capire che non mi manca nulla, che io non manco di nulla.
Non sono mai stata una di quelle ragazzine che prendeva ad esempio il corpo di top models, non ero interessata a quel genere di paragoni, eppure tant* delle-i mie-i compagne e compagni, amiche e ed amici, hanno trascorso anni ad ossessionarsi con il proprio corpo, conoscendo orrori da girone infernale e mettendo in pratica privazioni di ogni sorta pur di avere un corpo “a norma”, perché quel preciso commento o quella battuta sempre dietro l’angolo li disfaceva e la pressione sociale era insostenibile.

Vigoressia, disturbi alimentari di ogni sorta, cutting, crash emotivi ed una lunga lista di eccetera ci accompagna da sempre in questo faticoso viaggio psichico.emotivo.fisico che percorriamo abitando il corpo.
Una battuta o un commento denigranti scritti su un social non sono mai innocui, bensì diventano macigni di dolore e perdita, sono impronte di vergogna che rimangono in maniera permanente, nella memoria digitale, quindi indelebile. Un’offesa, oggi, rimane segnata per sempre. Impossibile tornare indietro.

4

In questi giorni ho seguito il body shaming di cui è stato vittima il calciatore Higuain, passato alla Juventus e solo per questo, onta imperdonabile per i fans del Napoli, deriso sui social a colpi di frasi poco rispettose e foto ritoccate relative alla sua presunta pancetta. Nessun* si è schierat* in sua difesa, forse perché è un uomo e la questione interessa meno.
Caso di un paio di giorni fa, Il Resto del Carlino intitola infelicemente un pezzo sui Mondiali di Rio “Il trio delle cicciottele sfiora il miracolo olimpico”, riferendosi alle atlete azzurre di tiro con l’arco. Venuto giù il mondo, dimissioni immediate del disgraziato ideatore del titolo e del pezzo.
Higuain non se l’è cagato nessuno, le atlete hanno mosso il mondo (indignatissimo) italiano.
Inutile dire che trovo questa disparità inaccettabile.
Qualche anno fa anche il mio amatissimo Leonardo DiCaprio è stato tormentato da copertine e titoli presumibilmente divertenti che sfottevano fino all’inverosimile il suo aspetto fisico, così pure un altro attore molto amato, Wentworth Miller di Prision Break, ha subito per mesi lo stesso trattamento. Silenzio.

Non so se state seguendo la campagna #ShortsPerTutt* sui social creata da Abbatto i muri, magnifica creatura cibernetica di Eretica: ebbene, l’inferno! Ragazze e donne mostruosamente derise ed umiliate (da altre ragazze e donne!) perché hanno avuto il sacro ardire di pubblicare foto di se stesse indossando shorts con qualche kg in più, con un filo di cellulite o, cosa assolutamente imperdonabile a quanto pare, per non essersi depilate! Apriti cielo, si sono aperte le cateratte della volta celeste e secchiate di insulti sono discese da ogni latitudine e longitudine.

5

Fermiamoci.

Non siamo più alle scuole elementari e questa spietatezza infantile non ci è più permessa, non si può giustificare in alcun modo. Non ha scuse né ragione di esistere.

Difendiamo il nostro corpo ed il corpo dell’Altro, questa è materia (umana) sacra, inviolabile. Soprattutto difendiamo OGNI corpo in maniera paritaria, senza distinzioni, in nome di una vera e completa giustizia.

Stop #bodyshaming, la vera vergogna è questo atteggiamento, non il nostro corpo.