FEMMINISMI CONTRO LA GUERRA

14 luglio, ore 00:50, TG3 Linea notte, 73 morti e più di 80 feriti, Nizza, attacco violento da parte di un kamikaze. Folla a terra in mezzo al sangue. Non si sa ancora se si tratti di un attacco terroristico o meno. Forse non è neanche così importante.

Paura, angoscia.

I genitori della persona con la quale condivido la mia vita da millenni si trovano a Mentone in vacanza, dove hanno casa, a poca distanza da Nizza. Con loro due splendide bambine, le nipotine Giorgia e Sofia, di pochi anni.
Il respiro si fa di cristallo, si rompe, mi sento spaventata, non so dove girarmi, sono incapace di stare ferma seduta sul divano a guardare la notizia con i relativi aggiornamenti.
Loro sapevano che Nizza poteva essere un bersaglio, ci hanno detto di non andarci, che loro non ci sarebbero andati per questa ragione.
Non c’erano, infatti. I loro corpi non sono fra la folla a terra, folla morta, corpi stesi a caso, lasciati lì dopo il passaggio del camion, dopo gli spari.
Poi la Germania, che si scopre vulnerabile per la prima volta, due episodi di grave violenza per mano di due “lupi solitari” in pochi giorni, ed ancora gli Stati Uniti con sparatorie in due locali e decine di giovani mort* fra un ballo e l’altro, prima ad Orlando, poi in Florida.
Ma anche la Nigeria è sotto scacco e da molto tempo; Boko Haram continua la sua folle corsa terroristica, prosegue con la missione di fare stragi di bambin* e adulti, rivendicando il nome di Allah dopo atrocità della peggior specie.
Della Siria, poi, meglio che non parliamo neanche, ché è solo una vergogna di abbandono, violenza e distruzione.

Devastazione ovunque, nessun Paese sembra essere al sicuro, si attende la prossima edizione del tiggì delle 20 e si incrociano le dita, si trattiene il fiato, si sta pront* a mettersi la maschera del lutto. Consumiamo brutalità visiva ogni giorno, ci passa accanto continuamente: ne parliamo, ne leggiamo, ne discutiamo, ne ipotizziamo rotte e destinazioni con gli occhi incollati al notiziario della sera, che davanti ad un piatto caldo ci snocciola un femminicidio dopo l’altro, una strage di minori, l’ennesima sparatoria senza senso, lo stupro collettivo per mano del branco.

Dinnanzi a tutto questo mi fermo a riflettere, dato che sdare e ripetere ossessivamente il vomito linguistico di odio che i media ci propinano ininterrottamente non mi sembra proprio una furbata.
Cosa possiamo fare? Per dirla con Vittorio “Vik” Arrigoni, Restiamo Umani, gente, o almeno proviamoci.

In questi giorni ho terminato di leggere Le tre ghinee di Virginia Woolf, anche questa è una lettura supplementare consigliata dal Pasionaria Book Club, il club del libro di magnifico stampo femminista che mi rallegra giorni e cuore a cui mi sono iscritta tramite Facebook e di cui ho già parlato nei post precedenti.

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Perché Virginia e Nizza insieme nei miei pensieri? Sembrano due cose inaccostabili, eppure…
Fra il 1936 e il 1938,Virginia riflettè e scrisse riguardo ad un tema molto attuale: cosa possono fare le donne per prevenire la guerra?
Questo pensiero, nato durante la seconda guerra mondiale e dopo la perdita di suo nipote Julian nella Guerra Civile Spagnola, è l’incipit di questo libro particolarissimo.
Da qui una riflessione contemporanea indicibile: dove siamo noi donne (tutte noi, a qualunque tipo di narrazione femminile e donnità apparteniamo) contro la guerra? Contro ogni tipo di guerra? Contro le stragi, contro le morti violente, contro quella al terrorismo? Contro quella pubblica, contro quella sociale, contro quella privata?
Silenzio o parole di circostanza spese qua e là, decisamente troppo poco incisive. Azioni sparse e discontinue.

Siamo occupate con la maternità o con la non.maternità, con il lavoro (trovarlo, mantenerlo, farci pagare il giusto) e la carriera, con la crescita della famiglia e la cura della casa, con le relazioni personali, con la costruzione di una rete emotiva e sociale e con gli studi, con l’attivismo femmista.animalista.pacifista.ambientalista e con le passioni che fanno andare avanti le lancette dell’orogologio ad un ritmo vorticoso. Tutto questo è immenso.potente.magnifico, ma forse è venuto il momento di farci due domande su cosa stiamo mettendo in campo, di fatto, in maniera pragmatica, per costruire un mondo dove nessuna guerra sia possibile, dove nessun tipo di terrorismo sia più permesso.

Cosa possono fare le donne, cosa possiamo fare noi donne, per prevenire la guerra? Smettere di tacere, prendere posizione, agire.

Virginia proponeva alcune azioni, che oggi trascrivo qui, per voi, al fine di riflettere insieme sulla loro effettiva efficacia: rifiutarsi di lavorare nelle fabbriche di munizioni o come infermiere al fronte; non incitare fratelli.figli.padri alla guerra (e questo passa dal boicottare il servizio militare, l’arruolamento ecc…); non appoggiare in alcun modo attività.raccolte fondi.associazioni relazionate con la guerra; comprendere che cosa significa la parola Patriottismo e separarla, finalmente, dal concetto che sia legata indissolubilmente all’attacco armato di altri Paesi.

Oggi che cosa potremmo aggiungere? Mi vengono in mente un paio di cosine: non arruolarci noi stesse nell’esercito e rifiutarci di lavorare in tutti gli ambiti che prevedono elementi collegati alla guerra o al terrorismo; boicottare aziende.prodotti.servizi.lobbies relazionati con la guerra o il terrorismo; prendere una posizione forte, anche attraverso azioni concrete.pacifiche.collettive, contro la corsa agli armamenti, le “guerre preventive” o la “esportazione della democrazia” in altri Paesi; educare le nuove generazioni ed educare noi stess* alla pace inclusiva e alla non-violenza, alla condivisione di valori comuni e al dialogo reciproco; chiedere sanzioni per i Paesi che appoggiano guerre e fomentano il terrorismo; chiedere sanzioni nei confronti delle aziende che producono.vendono.esportano armi e sanzioni ai Paesi che importano armi destinate alla guerra e al terrorismo.
Vi viene in mente altro?

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Mi chiedo e chiedo a voi, in questo esatto momento, qual è stato il ruolo della donna nelle guerre del passato e qual è il suo ruolo oggi (non solo nella guerra ma anche nel terrorismo) e come possiamo agire, collettivamente, per muoverci all’azione pacifica e cominciare a far sentire la nostra voce.

Credo che un mandato obbigatorio del femminismo o, per meglio dire, dei femminismi, di qualunque corrente si tratti, sia proprio l’azione concreta per la salvaguardia di TUTTE le vite, poiché pari in dignità.importanza.bellezza.diritti.
Necessario è trovare nuove forme attraverso le quali tutti i femminismi e noi che li abitiamo e li portiamo avanti, unit* e coes*, possiamo creare e/o prendere parte ad un’azione concreta contro la guerra ed il terrorismo.
Qualche idea, gente?

Virginia chiude il libro con queste parole:

“[…] Il modo migliore per aiutarvi a prevenire la guerra non è di ripetere le vostre parole e seguire i vostri metodi, ma di trovare nuove parole e inventare nuovi metodi. Non è di entrare nella vostra associazione, ma di rimanere fuori pur condividendone il fine. E il fine è il medesimo: affermare “il diritto di tutt* (l’asterisco, ovviamente, è mio)- di tutti gli uomini e di tutte le donne- a vedere rispettati nella propria persona i grandi principi della Giustizia, dell’Uguaglianza e della Libertà”.

UN ALTRO GENERE DI RISPETTO

Raga, oggi c’ho il batticuore!

Quando faccio ‘ste robe qua mi viene sempre l’allegria into core e sdo per la gioia… ma magari se vi rendo partecipi non sarebbe male!

Grandi, grandissime, immani soddisfazioni, mi sta dando il fatto di far parte di questa comunità facebookiana di bbbbelle persone dove si leggono libri femministi fighi da far spavento, il Pasionaria Book Club. Attraverso la comunità ho trovato loro… loro chi? Continuate a leggere e stay veramente tuned! 🙂

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Fatevi conto che tipo una settimana fa, anche qualcosina in più, contatto queste due creature stupende, Giulia e Valentina, autrici.creatrici.scrittrici di questo magnifico blog Un altro genere di rispetto… ed è stato ammmmmmmoooooore a prima vista (virtuale, ahimè!). Propongo loro una intervista, per presentare a voi il loro stupendo lavoro nel blog+pagina di Facebook, ed è incredibile… accettano e sono fantastichissime!
Non solo Valentina e Giulia sono persone che vorresti avere al tuo fianco per chiacchierare in libertà della qualunque, ma sono anche compagne femministe con le quali scenderesti sul campo di battaglia mettendo la mano sul fuoco sulla loro onestà (pure intellettuale!) e sul fatto che ti proteggeranno e ti guarderanno le spalle.

Mi immagino questa nostra intervista.conversazione come una bellissima chiacchierata ad un bar del centro, quello di Torino o di Firenze o di Milano, poco importa, dove siamo tutte e tre (non vi fate venire un infarto, per avere il permesso di usare il femminile ho chiesto loro il consenso! Fregat*!) beatamente sedute comode a disquisire di femminismo/i e di altri argomenti che ci stanno a cuore.

Pront*? Si comincia!
Benvenut* nel mondo di Giulia e Valentina e di Un altro genere di rispetto

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Are u ready baby?

Benvenute su “TheQword”! Fatevi l’identikit e parlateci di voi.

Valentina: Mi chiamo Valentina, ho 29 anni e abito a Firenze. Insieme a Giulia mi sono diplomata al Tecnico Turistico della mia città. Lavoro in uno studio legale e nel tempo libero sono una comunissima ragazza a cui piace uscire e divertirsi. Adoro lo sport, è essenziale per me, e ultimamente mi sono avvicinata al Krav Maga. Ve ne parlo perché la considero una disciplina davvero interessante. Il Krav Maga, o difesa a contatto, permette con pochissime mosse e in pochi secondi di difendersi e mettere K.O. il “nemico”. Non è una disciplina molto conosciuta ma è davvero interessante, soprattutto per le donne che sono spesso vittime di aggressioni. Imparare a schivare uno schiaffo durante la lite con il proprio partner è davvero importante secondo me…

Mi occupo anche di diritti umani. Ho sempre sentito il bisogno di fare qualcosa per gli altri, qualcosa che potesse aiutare.

Viaggiare è un’altra cosa che amo! Conoscere nuove persone, culture, confrontarsi, è sempre stata una prerogativa nella mia vita. Il viaggio più bello e che mi è rimasto nel cuore è stato in Portogallo. Tramite un’associazione volai in Portogallo per uno scambio europeo basato sulla tradizione e la modernità dei nostri paesi. È stato bellissimo poter capire quanto le diversità ci accomunavano e quanto fosse importante conoscere le altre persone e relazionarsi a loro senza pregiudizi.

Sin da piccola ho sempre adorato leggere. Leggo di tutto dai romanzi rosa a quelli storici, dai gialli agli ingredienti dei prodotti sulle etichette al supermercato :-D! Mi piace informarmi e sapere. Ecco, se volete una definizione del mio identikit è curiosità!

Chi mi conosce mi chiama Pollon perché sono una combina guai, mentre a me piace definirmi un panda, scherzosa e giocosa sempre, anche quando sarò una vecchietta!

Giulia: Ciao a tutt*! Mi chiamo Giulia, 29 anni (a dicembre 30, sigh!), fiorentina di nascita e cittadina del mondo per sempre.

Amo viaggiare, leggere, ridere, mangiare e scoprire nuove cose. La vita è un viaggio, una scoperta continua, fatta di mille interessi, persone, sentimenti, culture, odori e sapori… Sicuramente il viaggio più lungo e complesso che faremo.

Ho terminato i miei bellissimi anni di studi universitari in Relazioni Internazionali a Firenze, poi mi sono trasferita Milano per un altro Master, in Cooperazione Internazionale, dopodiché ho abbandonato l’Italia dolce Italia per due anni vivendo a Gerusalemme e in Kosovo. Attualmente sono tornata Milano, dove convivo con mio marito (sì, sono femminista e l’anno scorso mi sono sposata con un femminista! :-D) e due gatte bellissime (amo gli animali!), e lavoro per l’ngo italiana Emergency. Torniamo spesso a Firenze dove ci sono tutti i miei amici e le mie amiche da una vita (cosa sarebbe la vita senza l’amicizia? Io l’ho ribattezzata “Amigioia”), la mia famiglia, due gatti e il mio cagnolino, Dante.

Beh, a volte per conoscere ste stessi o un’altra persona non basta una vita, ma direi che per adesso come identikit possa andare! E sicché… Eccomi qua! 🙂

Parliamo del vostro magnifico blog… prima di tutto mi spiegate come è nato il titolo, che trovo commovente ed incisivo?

Valentina: Il blog è nato dopo che avevamo creato la pagina di Facebook, e ci serve da piattaforma per poter denunciare le ingiustizie o esprimere le nostre opinioni in totale libertà. Il titolo, un altro genere di rispetto, è stato un insieme tra le idee di Giulia e mie. Cercavamo un titolo incisivo che però allo stesso tempo creasse un po’ di curiosità nelle persone che poi ci avrebbero seguite. Giulia ha esordito con “Un Altro Genere Di Rispetto” e a me è piaciuto subito. In fin dei conti cosa è il rispetto? Chi lo definisce? Il RISPETTO non è dare del Lei a una persona come il buon uso consiglia, ma semplicemente credere nel prossimo e rispettarne i valori.

Giulia: Il titolo è nato proprio per dare un senso al nostro obiettivo: il rispetto per tutt*. Consapevoli che la parola “rispetto” sia molto strumentalizzata abbiamo pensato di inserirla nel titolo mettendola però sotto una nuova luce. L’altra cosa che volevamo affrontare era il femminismo con la definizione che riteniamo più opportuna: la parità di diritti per ogni persona, ogni genere. Essendo anche “genere” una parola super strumentalizzata, abbiamo deciso di metterle insieme. Perché di entrambe vogliamo parlare, ma in un modo diverso, ecco com’è nato il titolo: “Un altro genere di rispetto”.

Blog duro e puro: come è nato e di cosa tratta? Quali sono i temi che preferite affrontare attraverso la scrittura?

Valentina: Come dal titolo gli argomenti sono trai più vari. Si parla del rispetto di tutte le minoranze (quanto odio questa parola!) o di chi si sente escluso o fuori luogo dai canoni della società. I temi sono i più vari. Più che altro ci impegniamo a denunciare ciò che secondo noi dovrebbe cambiare nel mondo, cercando di fare cultura e allo stesso tempo acculturarci.

Si parla di femminismo, che comprende quindi una grande varietà di argomenti: femminicidio, sessismo, stereotipi di genere, violenza familiare e di genere, e cerchiamo di combattere con tutte le nostre forze il patriarcato e il maschilismo. Siamo molto vicine al mondo LGBTQIA, e vogliamo difendere a spada tratta i loro i diritti.

Giulia: Io e Valentina ci conosciamo da anni. Alle elementari e alle medie eravamo vicine di classi, alle superiori eravamo in classe insieme. Ci siamo ritrovate a chattare su Facebook i primi mesi del 2014 accomunate da una fortissima esigenza: quella di contribuire a cambiare le cose. Abbiamo deciso di agire, di fare qualcosa. E quale mezzo più potente oggi di un social network? E così è nata la nostra pagina Facebook, dove abbiamo iniziato a condividere notizie, pensieri e a fare informazione con l’obiettivo di stimolare il pensiero critico sul tema degli stereotipi e discriminazioni di genere. Poi ci siamo rese conto che la pagina non ci bastava più, che volevamo anche scrivere qualcosa di nostro, di personale. Ecco che abbiamo fatto nascere il blog, uno spazio tutto nostro dove sviluppare i nostri pensieri e poterli condividere con chi ci vuole ascoltare.

Quale tipo di corrente femminista portate avanti (ecofemminismo, transfemminismo, femminismo intersezionale, femminismo tradizionale old school)?

Valentina: Ecoche? Scherzo! Come ogni corrente di pensiero ci sono mille ideologie. Per me il femminismo vuol dire solo una cosa: RISPETTO PER TUTT*, LIBERTA’ DI PENSIERO E DI AZIONE PURCHE’ SI RISPETTI LA LIBERTA’ ALTRUI. Basta. Non amo definirmi. Non sono tradizionalista per principio, certo, nella vita comune tutti hanno delle tradizioni, ma nel pensiero no, non ne ho. Il mio pensiero è in continua evoluzione e cambia continuamente. Lo considero un pregio. Imparare a rispettare il prossimo (e quindi anche l’ambiente) è l’unica cosa importante per me.

Giulia: Come tu stessa hai esplicitato nell’articolo “In una sola persona”, così come la definizione di noi stess*, anche con la definizione di femminismo non vogliamo confondere l’essere con il fare. Siamo consapevoli di tutte le correnti di femminismo che ci sono, ma fondamentalmente quella che portiamo avanti è la definizione di femminismo che vuole la parità di diritti e di dignità per tutte le persone. Come ho scritto nel pezzo “Femminismo, una parola che non piace. Perché?” (link: https://unaltrogeneredirispettoblog.wordpress.com/2016/01/28/femminismo-una-parola-che-non-piace-perche/) credo che: “lottare contro le discriminazioni sulle donne non possa essere slegato dalla lotta di tutte le discriminazioni, contro il sessismo, contro il razzismo, contro l’omofobia, la transfobia etc. Una volta chiaro il concetto che ogni persona è unica, con pari diritti e pari dignità, è chiaro anche che la violenza di genere comprende ogni etnia, orientamento sessuale (gay-lesbo-trans-bisessuale-queer etc…), identificazione di genere, classe, disabilità, religione e cultura, sono inscindibili nella lotta contro la non uguaglianza del sistema. Le forme di oppressione patriarcale-capitalista sono moltissime e intercorrelate. Una volta aperto gli occhi su quanto sessismo ci viene inculcato fin dalla nascita non ci può essere cieche/i sull’educazione razzista, omofoba e ricca di stereotipi discriminanti. Persone che si dichiarano femministe ma vedono la lotta solo per la parità di diritti di donne bianche e borghesi, o che si occupano solo di alcune categorie di discriminazioni, non possono definirsi “femministe”.”

Il femminismo riguarda tutt*, uomini e donne. Perché anche i bambini sono vittime patriarcato sin da quando nascono, esattamente come le bambine, poiché vengono educati dalla famiglia, dalla scuola e dalla società attraverso stereotipi di genere. Mentre: “Ogni persona ha dei diritti essenziali che costituiscono i valori fondamentali della dignità umana. Ed è giusto che cresca libera da ogni pregiudizio: una bambina può giocare a calcio e fare carriera in astrofisica esattamente come può farlo un bambino. Un bambino infatti può amare la cucina o la danza, diventare un ottimo maestro o qualsiasi cosa voglia senza che per questo debba essere chiamato “femminuccia” o ancor peggio, “gay”. Perché c’è anche questa fantastica tendenza, adesso: oltre al termine “puttana” si ricorre a quello di “gay”, come se l’essere puttana o gay possa realmente costituire un’offesa: non c’è nulla di offensivo (nell’esserlo).” (https://unaltrogeneredirispettoblog.wordpress.com/2016/01/28/aiuto-arriva-il-gender/ )

Che cosa, per voi, il femminismo? Qual è oggi la sua ragion d’essere? Inoltre, il femminismo è anche “cosa di uomini”?

Valentina: Rispondo partendo dall’ultima domanda: il femminismo è PER TUTT*. E come ho asserito già prima è essenziale in questo mondo così malato. Spesso parlando con le persone, queste si spaventano quando affermo di essere femminista, poi però, appena spiego cosa è il femminismo per me, ovvero il rispetto per ogni essere umano, animale e l’ambiente, a prescindere razza, credo religioso o politico, sesso, gusto sessuale etc., beh… mi danno ragione e dicono: “ma anche io la penso così!” … E allora non mi resta che rispondere “Car* sei femminist*!”

Vi è mai capitato di essere discriminat* per qualcosa? A me continuamente. Sul posto di lavoro, tra amici, tra parenti o con il fidanzato. E’ assurdo pensare che in quanto donna io non possa fare determinate cose, che non sia opportuno che io sieda a gambe larghe ad esempio o dire parolacce! Per non parlare poi di cose più serie, tipo viaggiare da sola, o esigere che dopo un matrimonio io stia a casa ad accudire i figli e a pulire casa! E perché io guadagno meno di un uomo a parità di lavoro? Queste sono alcune delle migliaia di cose che vanno cambiate.

Perché le persone gay devono ancora nascondersi? Perché addirittura in alcuni ospedali non possono donare il sangue perché considerate persone con rapporti a rischio? Siamo nel 2016!

Perché le persone non sono libere di camminare per strada tranquille e serene e rischiano di essere aggredite perché diverse dai canoni che la società impone? E perché non possiamo ancora essere liberi di credere in una qualsiasi religione senza essere additati?

Beh il femminismo serve eccome, e di strada da fare ce n’è ancora tanta!

Cosa aspetta l’Italia a creare un partito femminista? In Svezia esiste e va alla grande! Ma qui siamo troppo patriarcal*, maschilist*, spesso misogen*…

Giulia: La risposta della 4 risponde anche a questa. 🙂

Com’è nato il vostro interesse per il femminismo e per le tematiche che affrontate nel blog?

Valentina: Penso di essere sempre stata interessata ai diritti umani. Da che ricordo, sin da piccola sono sempre stata molto sensibile alle ingiustizie e tendevo a difendere il più debole. Poi per motivi personali, mi sono ritrovata a tu per tu con il patriarcato, ed era una cosa che non mi tornava… Ho avuto la fortuna di avere una grande madre, “ribelle” per molti aspetti ai canoni della società e alla mentalità ottusa, che mi ha insegnato a credere nei miei diritti e esporre i miei pensieri. Con il tempo e crescendo spesso mi sono sentita un pesce fuor d’acqua perché non conoscendo ancora il femminismo, pensavo di essere strana. Perché le mie idee erano così strane rispetto alle altre persone? Perché a tutti andava bene vivere nel patriarcato? Io volevo la mia libertà di pensiero, la mia possibilità di esprimermi senza che mi giudicassero! Così, scendendo a patti con la vita finalmente, un giorno, parlando con Giulia ho capito! Ero femminista! Avevo gli occhiali VIOLA! Anzi “VIOLISSIMI!” e tutto il maschilismo che mi circondava era frutto dell’ignoranza di massa e della mentalità ottusa che in Italia dilaga.

Un giorno ero in chat con Giulia, vedevo che lei pubblicava quantità industriali di links sul femminismo e rispetto, e così parlando le ho chiesto di aprire una pagina su Facebook, da cui poi è nato il blog, ed il resto è storia.

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Ecco la fantastica Valentina-pandino!

Giulia: Credo di essere sempre stata una femminista inconsapevole. Certo, con tanti pensieri sessisti e misogini tipici della nostra cultura, ma ho sempre lottato contro ingiustizie e disuguaglianze. Gli “occhiali viola” li ho messi la prima volta durante il mio anno in Kosovo perché il mio lavoro consisteva nell’aiutare una NGO locale che si occupava di diritti delle donne e di violenza domestica ad aprire il primo centro antiviolenza nel Nord di Mitrovica (una zona totalmente assente di welfare, figuriamoci di centri antiviolenza). E studiando questi temi mi si è aperto un mondo. È proprio vero quello che scrive Malapecora sugli occhiali viola: “… I primi mesi sono sconvolgenti perché arrivi a scoprire violenza nella tua idilliaca relazione di coppia, vedi che tuo padre (portento d’uguaglianza per le vicine) fa solo una misera parte visto che il peso di tutta la casa ricade su tua madre (sì, questa signora che nella tua adolescenza era stata una strega si converte in una icona di donna in lotta), riconosci relazioni gerarchiche di genere nel tuo gruppo di amici e amiche, o osservi come lo spazio comunicativo della tua classe lo dominano gli uomini… e ti scopri dando più credito alle opinioni maschili che a quelle delle tue compagne.

Sono dei mesi di risveglio, di scoperta che il mondo nel quale avevi ricevuto laboratori di uguaglianza a scuola in cui la prof ti aveva detto che essere bambina o bambino era uguale per il tuo futuro, è un mondo truffa.

Allo stesso tempo comprendi come i dolori del passato abbiano senso, come si completino le storie comprendendo questa violenza che è invisibile se non possiedi gli occhiali viola.

Vedi anche il tuo proprio maschilismo, la tua maniera maschilista di vedere il mondo: hai chiamato altre donne puttana e zoccola, fai la tonta nelle conversazioni coi ragazzi e ti senti meravigliosamente quando ti dicono che sei “uno di noi”. Sul serio?

Sì, gli strumenti che ha il patriarcato, e che usa durante tutto il tuo periodo di socializzazione, sono riusciti a collocarti nel livello inferiore e in una forma così camuffata che pensi di stare nell’uguaglianza. Già.”

(link: https://malapecora.noblogs.org/post/2013/09/07/gli-occhiali-viola/)

Da allora il mio punto di vista è cambiato per sempre. Non ho più smesso di leggere, di informarmi, di studiare. E ho sentito il bisogno impellente di condividere le mie scoperte anche col mondo, attraverso la pagina Facebook ed il blog.
Da quando sono rientrata in Italia, cerco di attuare nella pratica quello che apprendo attraverso l’informazione. Sono volontaria Unicef e di Croce Rossa e con quest’ultima ho la possibilità di fare incontri sia aperti al pubblico, che nelle scuole medie e superiori, per affrontare due temi principali: gli stereotipi e discriminazioni di genere e la violenza di genere.
Per far questo collaboriamo con i Centri Antiviolenza locali attraverso i quali apprendiamo moltissimo sulla tematica che in ogni caso necessita di personale esperto.
Tra i miei obiettivi c’è quello di iniziare il corso di formazione per operatrice di un Centro Antiviolenza vicino a dove abito, ritengo che per parlare di queste temi sia fondamentale avere una preparazione pratica e teorica.
Esser femminista per me vuol dire accettare un viaggio continuo che non smette mai di farti crescere!

Quale impatto ha il femminismo nel vostro quotidiano? Cosa significa, concretamente, essere femministe al giorno d’oggi nel tipo di società nella quale viviamo?

Valentina: Essere femminist* è una battaglia contro l’ignoranza. Concretamente significa parlare ed esprimere il proprio pensiero ogni giorno senza aver paura di essere giudicati. Vuol dire aiutare, sensibilizzare, essere empatici e soprattutto vuol dire dare sempre il buon esempio agli altri. Spesso è difficile, soprattutto quando si ha a che fare con amici e parenti cercare di non ribadire sempre i propri principi per non essere “noiosi” e ridondanti. Mi hanno accusato anche di sentirmi superiore agli altri… beh è sbagliato. Perché se da una parte asserisco principi e cerco di far capire alle persone cosa è giusto per me e cosa servirebbe a questo mondo, dall’altra ascolto sempre l’altro punto di vista cercando poi di trarre le mie conclusioni. Purtroppo quando si gestisce una pagina o un blog a volte bisogna avere un po’ la “mano ferma”, in fin dei conti è tutto sotto la nostra responsabilità Proprio per questo motivo a volte cerco proprio di non parlare di femminismo e di principi di uguaglianza quando non è il momento, perché in fondo è politica, e la politica porta sempre ai litigi… Mitigare e sapere quando parlare per essere sicur* di essere ascoltat* è la parte più difficile per me. La diplomazia è essenziale!

Giulia: Gli occhiali viola quando li metti, non li togli più. E la vita quotidiana è un banco di prova costante, perché ti rendi conto quanto le strutture sociali siano dure a morire. Ci vorranno secoli prima che le cose cambino. Una donna saggia disse: “mi sento una goccia nell’oceano, ma senza gocce, l’oceano non esisterebbe”. Si, siamo gocce nell’oceano ma la vita non avrebbe senso se non facessimo niente per abbattere le ingiustizie. Più difficile a dirsi che a farsi, è vero. Però sono una grande fan dell’utopìa, intesa nel senso di Oscar Wilde: “Una carta del mondo che non contiene il Paese dell’Utopia non è degna nemmeno di uno sguardo perché non contempla il solo Paese al quale l’Umanità approda di continuo. E quando vi getta l’àncora la vedetta scorge un Paese migliore e l’Umanità di nuovo fa vela. Il progresso altro non è che il farsi storia delle utopie….”.

L’utopia non è irraggiungibile. È il viaggio verso l’orizzonte.

E dato che amo i viaggi, mi metto in discussione in prima persona, le esperienze sono i miei bagagli e pronti, partenza… via!

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Siorre e siorri… Giulia!

Qual è la rotta, secondo la vostra previsione, del femminismo: evoluzione, involuzione, deriva, separatismo…?

Valentina: Spero davvero che fra 20 anni le cose saranno diverse. Se ci impegniamo fin d’ora a crescere i figli secondo dei sani principi basati sul rispetto altrui, forse e lo spero, le prossime generazioni saranno libere di crescere in un mondo più sano. In questo mondo, dove prevarica il più forte, dove si tende a soccombere le differenze, in questo mondo che non mi sembra poi così diverso da quello “Hitleriano…”, per ora un’onda di pessimismo prevarica. Per questo non dobbiamo arrenderci e dobbiamo essere tutt* unit* affinchè si riesca, attraverso la cultura e l’informazione, a sensibilizzare tutt*… Pochi giorni fa una persona che stimo molto ha pubblicato un’intervista allo psichiatra Vittorio Andreoli, relativa alla situazione attuale sulla migrazione e il razzismo, alla domanda “Con i giovani è più facile perché sono come pagine bianche di un libro da scrivere. Ma con adulti già formati come si fa, è una battaglia già persa in partenza?” Lui ha risposto: “No, perché l’espressione esplicita dei pregiudizi nasce dal sentirsi sostenuti. Se nascondono ancora il loro pensiero sono recuperabili. Il problema emerge quando ci si sente in tanti a pensarlo. Bisogna far scoprire cosa c’è nell’altro, cosa significa una società diversa.”

Ecco. Penso che abbia colto il punto.

Fonte: http://agensir.it/italia/2016/07/14/lo-psichiatra-vittorino-andreoli-livello-di-civilta-disastroso-regrediti-alla-cultura-del-nemico/

Giulia: Non ne ho idea! Ho una speranza però. Che tutt*, prima o poi, si viaggi verso un obiettivo comune: l’abbattimento di stereotipi e discriminazioni di genere per un’effettiva parità di trattamento a livello sociale e legale di tutte le persone.

Scrivere oggi: una stanza tutta per sé è ancora un concetto attuale? Scrivere vi offe una possibilità di libertà di opinione, scambio e fruizione di informazioni e di condivisione o per voi è una “pura missione” da pasionarie?

Valentina: Ormai il blog e la pagina di Facebook fanno parte della mia vita. Sono una parte del mio mondo che tendo ben a sottolineare perché mi rappresentano. Scrivere, dai tempi più antichi, è sempre stato essenziale. Spesso non si riesce ad esprimere a parole quello che si esprime scrivendo. Basti pensare infatti, che molte terapie psicologiche si basano sulla scrittura. Lo considero molto importante sia per la divulgazione del pensiero sia per me stessa. Spesso poter comunicare con la scrittura risulta un vero e proprio sfogo personale.

Inoltre ciò che viene scritto rimane. Non sono parole dettate al vento che poi spariscono. Poterle leggere e rileggere ci dona la possibilità di ragionare sulle parole, sul loro significato. E poi rimangono più impresse. Avere la possibilità di scrivere è davvero uno strumento molto potente.

Giulia: Scrivere e condividere sui social e sul web è un modo per rendere usufruibili le proprie idee e le informazioni che riusciamo a trovare. Avere un proprio blog ci da la libertà di dire la nostra, di sviluppare i nostri pensieri rendendoli accessibili a tutt*. Non so se sia una missione, piuttosto la vedo come un modo di vivere. Nonostante gli impegni, gli orari d’ufficio e mille cose, quando hai in mente un pensiero cerchi di ritagliarti il tempo per buttarlo giù e svilupparlo. Credo che sia una libertà immensa.

Cosa vorreste dire.suggerire alla nuova generazione di femministe e femministi?

Valentina: Non arrendetevi e non abbiate paura di esprimere il vostro pensiero. E se vi sentite un pesce fuor d’acqua ricordatevi che ci sono tantissime persone che hanno davvero bisogno del vostro aiuto. In fondo, per me femminismo significa LIBERTA’!

Giulia: Siate voi stess*. Non fatevi condizionare da ciò che vi viene detto o trasmesso. Cercate di sviluppare il vostro pensiero personale informandovi, andando alla fonte, leggendo e non fermatevi mai. Nessuno vi può educare o insegnare ad essere voi stess*. È un viaggio che dovete avere il coraggio di intraprendere da sol*, che sarà pieno di ostacoli e che non finirà mai.

Ad maiora!

UNA STANZA, UNA DONNA

Eeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeee di ritorno su TheQword dopo lunghe settimane di silenzio ristoratore. Se non hai nulla di bello da dire, taci!, diceva la buon’anima di mio nonno Lindo a figl* e nipot* indiscriminatamente.

Faccio volentieri tesoro delle massime dei vecchi, o dei diversamente ggggiovani.

Mi sono felicemente iscritta ad un club del libro su Facebook, il mitico Pasionaria Book Club, e mi sono saltata volentieri Una donna di Sibilla Aleramo (che già conoscevo e no, non lo volevo rileggere perché mi faceva troppo soffrire!), ma alla seconda tornata mi sono aggrappata forte e sono salita sulla giostra: abbiamo votato, sì, in questo club i libri si votano e vince la maggioranza, Una stanza tutta per sé di Virginia Woolf.

Mo’ direte: ma questa scrive in un blog sul queer di Virginia Woolf? Ma che è matta? Sì, ma non è per questo che ne scrivo.

Leggendo il libro, un po’ lentino al principio, ma poi con forti dosi di limonata fredda ed entrando in un mood tipo trance si fa leggere bene, mi sono sorte domande che mi sembrava interessante condividere. Are u ready baby?

Contando che il libro è stato scritto come intervento per una conferenza sulle donne e la letteratura (femminista e non), e porta la data del 1928, alcuni punti mi sono sembrati super attuali, tanto da sgranare gli occhioni e farmi esclamare nel buio della mia stanzetta ad orari notturni improponibili: “Ma daaaaaaaaaai! Questo accade ancora oggi, non è cambiato una mazza di niente!”.

Sconforto.silenzio.lacrimucciaall’angolodell’occhio.epoiilsilenzio.

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Ed ecco il sorpresone del millennio: oggi non vi ammorbo con considerazioni e soliloqui intimisti o strani coming out come al solito, bensì vi porgo queste stesse domande che possiedono la mia mente da qualche giorno e le lancio nell’etere affinché le troviate e, magari, con un po’ tanta fortuna, ve ne facciate qualcosa.

Bando alle timidezze e alle vergogne, che come diceva la grande Carmen: “Io la vergogna me la metto sotto al culo…”, ecco le domande:

  1. Perché le donne (da qui in poi mi riferirò sempre a tutte le forme di essere donne, bio e non) sono ANCORA povere e fanno ANCORA, spesso e volentieri, parte di una invisibilità sociale?
  2. Le donne hanno sempre avuto la funzione di specchi per gli uomini, con il potere di riflettere raddoppiata la loro immagine, a discapito della propria. La donna ha ancora questa funzione? Ed esiste questa funzione anche nelle coppie LGBTI?
  3. Il silenzio a cui la maggior parte delle donne è stata sottoposta da sempre rimane come impronta.eredità (negativa) nell’inconscio collettivo comune?
  4. Esiste un inconscio collettivo solamente femminile, nel quale tutti i tipi narrazione femminile sono presenti ed attingono ed aggiungono qualcosa da e ad esso?
  5. Virginia profetizzava una forma di scrittura femminile del tutto differente da quelle conosciute precedentemente, nate in seno alla cultura maschile.eteropatriarcale, capace di distaccarsi completamente da esse: è davvero così? Sono nate o stanno nascendo forme di scrittura innovative, riconducibili solamente all’universo femminile?
  6. La donna è destinata, da un punto di vista letterario.economico.sociale ad essere una eterna costola di quell’Adamo primigenio?
  7. Nelle società matrilineari conosciute, sono state prodotte forme di arte (letteratura.scultura ecc…)? Sono stati inventati nuovi codici capaci di scostarsi dal mondo eteropatriarcale?
  8. Cosa producono, oggi, le donne?
  9. “[…] Le donne sono dure con le donne. Alle donne non piacciono le donne…“, scriveva Virginia nel 1928. Rimane questa durezza, questa mancanza di solidarietà, questa incapacità di fare squadra, di comprendersi, di ritrovarsi sotto un fronte comune? Cosa pensate delle “donne che odiano le donne”?

Non mi lasciate a rifletterci da sola, che poi mi incasino la mente e ne escono mostri.

Daje raga’, non mi mollate proprio adesso che c’ho bisogno!