Madre di nessun* figli*, ugualmente madre

Goooooooooooood morning bella gente!
Sì, sono tornat* dopo un po’ di giorni di assenza. Non ero in vacanza, ma è come se lo fossi stat*. Son stat* impegnatissim* a vivere, che a volte, come ben sapete (forse anche meglio di me, probabilmente!) prende il suo bel tempo.

In questi giorni ho guardato tutti i film romantici possibili immaginabili, ho camminato chilometrate intere tanto da spaccare i leggins nel cavallo (ben 2 paia, signore e signori), mi sono avviat* verso la Via de Tao, ho letto tutto quello che avevo sottomano fra manuali erotici strambi, fiabe e pro-esie davvero inarrivabili per bellezza e potenza, ed ho letto, o meglio, mi sono appassionata, ai libri che parlano di multi-maternità. Qui scatta la domanda… sei incintaaaaaaaaaaa? Nooooo!
Quindi seren*, non dovrete sborsare soldoni per tutine queer e per il regalo di un non-battesimo.

Ho compreso che ‘staffare della maternità mi girava dentro da anni; a volte ero più lucid* e a volte meno e, finalmente, ho compreso che tipo di madre desidero essere. Tatatataaaaaaaaaaannnnnnnn!
Prima di tutto, un grandissimo contributo cognitivo lo devo a questo libro per me fondamentale, Maternità- Il tempo delle nuove mamme, uscito come progetto editoriale da Il Corriere della sera, e che mi ha introdott* al magnifico concetto di Maternabilità.
Satori di quelli che ti stendono raga!

Andando avanti… ho capito che io sono stat* e sono anche adesso una madre, pur non facendo la madre a nessun* bambin* o adolescente o giovine persona. Essere una madre e fare la madre sono due cose completamente diverse. Madooooooooooooooooooooooo’!
Ho sempre pensato che essere una madre, anche di progetti, di idee, di movimenti e di infanti soprattutto, equivalesse obbligatoriamente a fare la madre costantemente, quotidianamente, sempre. Mica vero!

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Procedendo su questo tema, ho compreso finalmente che il legame che ho con bambini, bambine e adolescenti non svanirà mai, perché è proprio un mio elemento, un karma positivo che mi permette di imparare, condividere e mettere in campo una serie di meraviglie. Per cui è perfettamente inutile accanirsi sul tenere lontan* i pargoli.
Una delle rivelazioni che ho avuto in queste settimane è che non solo desidero invecchiare (possibilmente bene, ve ne prego oh Dei dell’Olimpo!), ma desidero invecchiare vedendo crescere nipoti più o meno acquisit*, figlie e figli di amiche-ci e starci, esserci nella loro crescita, fare parte di questo processo poderoso che chiamiamo vita. Questa, ho capito anche se con una certa difficoltà, è la mia maternità, la sola che mi corrisponde, non fatta di rinunce o di richieste insostenibili per come sono fatt*, bensì l’unica che mi offre la possibilità di essere al mio meglio.
Sono arrivat* o ritornat*, nelle ultime settimane, bambini e bambine da tutte le parti che mi cercano, che mi lasciano messaggi vocali di affetto (con la complicità dei genitori amici-amiche che danno loro una mano a registrarli) e che quando mi sono a fianco mi rendono madre, mi fanno essere una madre.
Non c’è felicità materna più grande di questa, per me, perché rispetta l’affetto che sento per loro e al contempo rispetta tutti i miei elementi umani, la mia esigenza di avere ampi spazi di solitudine necessaria per imparare.riposare.crescere.amare, l’impossibilità di esserci sempre, la necessità di dar loro il mio meglio attraverso momenti concreti scissi dall’obbligo e dall’esigenza, dall’abitudine. Non voglio essere una madre per obbligo, per abitudine, per legge umana o divina, bensì per scelta, per ri-significazione costante, per amore.

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Ho anche considerato la mia maternità attraverso una lente queer: impossibile per me fare la madre “normale”, poiché dentro quel mood lì non ci sono ormai da tempo. Mi spiego: l’angelo del focolare, la madre integerrima, la magnifica e pettinatissima casalinga, la madre-donna tutta d’un pezzo… seeeeeeeeee domani!

Il queer mi ha portato a rivalutare il mio Tutto anche nella maternità…

First: A.A.A. Cercasi padre biologico con corrispondente focus prettamente di stampo queer, perché per me i ruoli e gli assetti anche nella genitorialità sono andati distrutti, per crescere insieme erede…

Second: ammettiamo pure che ci sia questo padre biologico (ogni riferimento a fatti e/o persone non è per nulla casuale… tanto hai capito chi sei!), sarebbe complicatissimo viversi una maternità-paternità queer che cozza ogni santissimo giorno.momento.istante con il mondo etero.patriar.nazifeminnista e anche no, grazie! Meglio essere un* zi* o madre di moltitudini di persone in crescita, così non mi esaurisco ancor prima di cominciare e non rischio di mettere al mondo una persona che avrà seri problemi relazionali.emotivi.strutturali ed un lungo eccetera di disagi.
Mi torna in mente sempre questo proverbio africano: “Ci vuole un villaggio per crescere un figlio”, ed io sono assolutamente d’accordo. Un padre ed una madre hanno bisogno di una rete, di persone che li aiutino nella crescita del-la figli*, perché da sol* spesso non bastano a se stess*, creando e creandosi una vita di grandi difficoltà, turbamenti e solitudini. Non parlo solo dell’ausilio dei nonni e delle nonne, spesso fondamentali per la vita delle-i nipoti, ma anche delle amiche e degli amici, di chi ci tiene a loro, di chi vuole loro bene. Non vedo praticamente mai accadere questo miracolo di condivisione e di presenza, ma sì sento sempre più spesso genitori confidarmi grande infelicità, isolamento, esaurimento e tristezza dovuta ad un senso di abbandono sociale, emotivo, anche fisico.

Ho pensato che anche le case, per come sono strutturate, creano un potente isolamento: spazi micro-minuscoli dove ci si può appena girare su se stess*, dove si sgomita per trovare un angolo di pace e dove per avere silenzio è necessario urlare a pieni polmoni. Qualche tempo fa ho pensato che se fossi diventat* madre mi sarebbe piaciuto creare un progetto di Co-Housing in cui ci si dà una mano con tutti gli aspetti della genitorialità, della gestione della casa, del lavoro e del tempo libero; ecco, creare una micro-comunità insieme alle persone a cui si vuol bene con le stesse esigenze che abbiamo noi, nel rispetto degli spazi intimi e delle esigenze personali di ognun*.
Poi mi è stata rivelata la possibilità di essere una madre senza figli* ed ho vissuto un’esperienza personalissima riguardo alla difficoltà pratica di gestire una rete reale di affetti e condivisioni costruttive. Ho lasciato perdere, però almeno ho imparato qualcosa di fondamentale e mi sento felice delle mie scelte e di ciò che ho sperimentato.

Third: meglio dedicarmici, ad essere una madre, come si può e quando si può, percorrendo vie del tutto personali che mi lascino liber* di vivermi anche altro e, nel mio caso, quell’altro significa tutto il resto della mia vita, che prende un posto enorme..

Ora sono nella pace dei sensi.

Mi piace pensare che la mia maternabilità sia una via, una delle tantissime che si possono inscrivere nelle narrazioni materne universali e che sono tutte valide, tutte percorribili, tutte legittime.

Tutte le maternità sono preziose, importanti, magnifiche e completano, attraverso il proprio compimento, questa nostra esperienza umana.

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