SAVE THE LAST MAN

Tre fratelli, due padri, amici a non finire… tutti bio-uomini. Da sempre e per sempre.
Sono sempre stat* un po’ un Canone Inverso, elemento che non c’entrava molto con tutti loro, ma che in fondo lì in mezzo si sentiva da dio. Ed ho continuato a starci, in quel mondo, ad essere l’amica, il compagno-camerata, il migliore amico, la sorella, il-la figli*.
Ho vissuto tre innamoramenti, ho convissuto con le persone destinatarie di quelle enormi passioni che mi hanno fatt* spostare, restare, andare, tornare… tre bio-uomini, ma prima di tutto tre persone.
Quindi, ad occhio e croce, si può dire, semplificando moltissimo, che sono-stat* circondat* da un fracco e mezzo di uomini. Sì, vero.
Vivere fra loro mi ha portato a considerare molto spesso il ruolo della donna, le dinamiche che si instaurano volenti o nolenti fra le persone di sesso biologico differente, che si trovano a volersi bene e a voler condividere la propria vita insieme.

Essere un’attivista transfemminista ed aver attraversato tutta la vita in mezzo ai bio-uomini mi ha portat* prima di tutto a non appoggiare il matronato, né il matriarcato (inteso come lo si intende qui in Occidente), né le isterie femminili né tanto meno alcuni atteggiamenti di protezione a tutti i costi verso il bio-femminile a prescindere, solo per il fatto di essere nate donne.
Ho visto spesso un medesimo atteggiamento (considerato socialmente discutibile a livello oggettivo) messo in campo da una bio-donna e poi da un bio-uomo, e se per il lui in questione sembra esserci la lapidazione collettiva, la lei in questione se la cava con una battuta o una critica soft un po’ generica.
Ora, tutt* noi sappiamo che il fantastico eteropatriarcato ha generato praticamente solo Idre a ottomila teste e che il femminicidio è solo la punta di uno schifosissimo iceberg di violenze, soprusi e comportamenti tremendi messi in campo solo ed esclusivamente per ledere, minare e distruggere un essere umano. Su questo non si discute, anzi, la lotta comune ad ogni essere umano dovrebbe essere (non dico solo, chiaramente) quella femminista inclusiva di tutte le narrative femminili… ma anche maschili.

E qui immagino volare pomodori marci nella mia direzione… ho già indossato casco e imbottitura da giocatore-trice di Football Americano.

Si pensa che il femminismo nasca solo in tutela delle bio, e non, donne. Nonononono!
Il femminismo, soprattutto quando inclusivo di tutte le realtà umane, significa (o questa è perlomeno l’utopia maxima!) equità. Nessuna persona al di sopra di un’altra, sia essa socializzata come donna o come uomo.

Ho notato ultimamente, soprattutto nelle coppie etero-binarie sposate da un tot di tempo, una determinata dinamica che mi mette davvero in allarme: la donna-moglie tratta di norma malissimo il marito-uomo. Qualunque cosa lui dica lei lo riprende, tutto quello che lui fa non va mai bene, lei non perde mai l’occasione di riprenderlo e/o sgridarlo (?!) in pubblico per mancanze e/o errori vari considerati imperdonabili. Vi giuro che è un fenomeno che vedo sempre più spesso.
Donne arrabbiate, feroci, stanche di qualunque parola, gesto d’affetto, approccio emotivo da parte del marito. Rispostacce che volano a destra e a manca, correzioni costanti che ledono la dignità del gentil consorte e tanti piccoli dettagli che lo mortificano. E gli uomini tacciono, incassano e cercano di salvarsi da un’umiliazione più grande.

Perché non si difendono, perché non dicono nulla?

Per varie ragioni, certamente, anche perché riassumere il tutto ad una questione sola sarebbe riduttivo e poco realistico ed una risposta unidirezionale sarebbe impraticabile. A me due cosine vengono in mente… matronato, intoccabilità della donna vissuta non più come persona ma come simbolo totemico, perdita del concetto del ruolo maschile in quanto portatore di pari doveri e diritti… ve ne vengono in mente altre?

Quello di cui il femminismo inclusivo (di tutte le realtà umane come equamente importanti, come detto prima) si occupa (o dovrebbe occuparsi) è la possibilità e la necessità di donare ai bio-uomini altri e nuovi spazi di risignificazione e di libertà rispetto al ruolo granitico nel quale hanno dovuto obbligatoriamente iscriversi per poter sopravvivere ed essere riconosciuti (socialmente e familiarmente) come tali.
Per cominciare, in maniera molto pragmatica: la possibilità di viversi appieno le emozioni che provano (e che invece, ahimè, spesso sono costretti a blindare, a spingere in un angolo di sé pagando un prezzo altissimo di grande sofferenza) come piangere, commuoversi ed intenerirsi, sentire liberamente e condividere apertamente un’emotività che fino ad ora è spesso accompagnata da battute e frasi tipo: “Oh caxxxxxo, stai sempre a lamentarti, c’hai pure tu le mestruazioni?!”, oppure “Ma ti guardi ‘sti film, sei una femmina o un frocio?”…

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Proseguendo… la possibilità di togliersi ‘sto fardello maledetto del Principe Azzurro e tutto quello che è legato alle aspettative dell’uomo perfetto: cene romantiche pagate sempre da lui, fiori, anelli, proposte varie, accettare il ruolo di capofamiglia a tutti i costi, sentire l’obbligo di guadagnare di più sempre e comunque rischiando un tragico burnout, fare sempre il primo passo, sentirsi sempre in obbligo di dimostrare di essere un dio greco dell’amore anche quando è si è stanchi morti, indossare sempre e solo abiti comprati nella parte FOR MAN dei negozi di abbigliamento quando invece si vorrebbe indossare altro (e qui valgono anche cappellini di Hello Kitty o T-shirt di My Little Pony), farsi da parte nella relazione (a volte, diciamolo, morbosa ed escludente) fra madre e figli* divenendo uno spettatore di qualcosa che si vorrebbe-potrebbe-desidererebbe vivere invece in maniera completamente diversa…

Aspettative devastanti… come si può chiedere così tanto ad una sola persona? Bio-uomini che vanno in giro come zombie per cercare una quadra possibile per essere l’uomo perfetto. Non si può!

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Parlando con il mio amico Gabri, l’altra sera, è emersa una verità che avevo un po’ sospettato: che spesso, per aderire alle aspettative femminili, molti bio-uomini fingono. Sissignora, fingono. Perché sentono di non avere altra scelta. Non solo per riuscire ad andare a letto con la persona che gli interessa, ma anche solo per poterle fare credere di essere interessante.
E poi, dall’altra parte, spesso ci si trasforma in macchiette femminili ottocentesche svenevoli che si sentono defraudate, tradite, abbandonate, quando poi scopriamo che non c’è nessun uomo dei sogni, ma solo un uomo. Solo un uomo… I bio-uomini fanno una campagna elettorale per poter fare innamorare le fanciulle (che poi, ovviamente, non riescono a tenere in piedi per molto tempo tutto ‘sto teatrino), le bio-donne chiedono l’impossibile e si sentono in diritto di recidere il contratto emotivo, fisico e psichico se qualcosa non va come vorrebbero… Qui c’è grossa crisi, mi sa!

Ho vissuto fra bio-uomini che hanno versato fiumi di lacrime per amore, regalato rose blu e gialle, ascoltato Pausini e Antonacci gocciolando dolore tremendo da cuore e occhi, organizzato cene memorabili, regalato qualcosa di bellissimo ad ogni fottutissimo compli-mese, che si sono svenati per rendere l’anniversario romantico ed indimenticabile. Tutto dato per scontato, perché questo è quello che corrisponde agli uomini.
Personalmente, da essere umano che si vive e vive il Queer anche all’interno della coppia, mi sono scoperta molto romantica (chiaro, a modo mio, vi pareva che potessi fare una roba normale? Ma de che?) e mi sono resa conto che mi piace fare sorprese, avere mille piccole attenzioni, fare regali, preparare cene, regalare fiori (disegnati), scrivere canzoni e poesie sui muri per la persona con la quale vivo un certo tipo di amore.
Adoro offrire cene anche ai miei amici, cedere loro il passo davanti ad una strettoia, aprire loro la porta ed interrompere questo binarismo obbligatorio a-chi-compete-fare-cosa.
Me ne fotto altamente della cavalleria e del bon-ton, dell’educazione eteropatriarcale che permette alle donne di farsi aprire le porte e venire massacrate, tutto in un solo giorno. Qui si gioca alla pari il più possibile: nessuna differenza, nessuna scusa data dalla biologia, dalla “Natura”, da dio sceso in Terra che ci dice qualcosa su come dobbiamo agire in base agli organi genitali con i quali siamo nat*. Ovaie e testicoli sono alla pari, mente con mente, cuore con cuore, sensi con sensi.
Ma le donne restituiscono tutta una serie di attenzioni, galanterie, gesti grandi e piccoli d’affetto? Mmmmm, non sempre, non proprio…

Mi sarebbe tanto piaciuto se Simone De Beauvoir si fosse detta, anche solo per un istante: “Uomini non si nasce, lo si diventa”… ma come si è uomini, come lo si diventa, come si può risignificare tutta questa “uomità” fuori dal disprezzabilissimo stereotipo , fuori dalle leggi non scritte che li condannano alla perfomance e alla performatività costante?

E se Lacan e Kristeva si fossero chiest*: “Esiste l’uomo?”, magari le cose sarebbero andate diversamente.

Il femminismo inclusivo (e Queer) è l’unica tana libera-tutt*!
Proteggiamo le donne, tutte le donne, ma salviamo anche gli uomini, tutti gli uomini.

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BINARISMO ANAGRAFICO… QUEER SALVACI TU!

In una Italia dove la gerontocrazia regna sovrana e pure a sproposito, io due domandine me le faccio pure…

Può l’età anagrafica delle persone essere presa in considerazione, smontata e ricostruita attraverso la lente Queer? Mi sa di sì.
Il ragionamento alla base di questo mio post è: se il Queer è una forma di lotta anti-identitaria volta a decostruire ogni forma di binarismo.. allora possiamo dire che uno dei binarismi più difficili da eliminare è quello che mette, da sempre, in contrapposizione “vecchi*-giovane”.

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E mo’ parte l’embolo!

Comprendo e difendo senz’altro la questione di rispettare tutte le diverse narrazioni anagrafiche, dato che ognuna porta con sé qualcosa di magnifico ed assolutamente irripetibile, simile solo a se stessa, ma lo strapotere degli-lle attempat* (nella Politica e non solo) e soprattutto degli-lle adult* in generale (vedi sotto la voce Adultocentrismo), mi ha veramente spaccato le ovaie e sono arrivat* ad un punto di stanchezza animica che neanche un burnout in ascesa.
A parte le persone anziane abbandonate nelle strutture o dimenticate a casa loro, che mi muovono dentro qualcosa di incredibilmente forte e mi fanno una tenerezza ed una compassione che manco l’orsetto di peluche di quando ero piccol*… c’è un tipo (solo uno, per fortuna) di persone adulte (che si muovono dal-la giovane adult* al-la vecchi* anzian*) che pensa di detenere il potere supremo della saggezza, della conoscenza e di tutte quelle cose che ti fanno dire: “Oh, quest* ne sa un botto!”.
Spesso sono balle, non sempre è così vero! Quelle che esprimono non sono conoscenze, bensì giudizi, o riletture personalissime di fatti mai stati oggettivi.

L’esperienza è una cosa, la conoscenza è n’altra. Eppure, spesso, le cose vengono nettamente confuse, creando uno strano pensiero ibrido di assioma assoluto valido per tutte le persone presenti nel mondo-universo. Una cosa che TU hai esperienziato secondo la tua natura, predisposizione, conoscenza, strumenti, DEVE essere vera (ed applicabile) per tutt*, una sorta di equazione divina ed indiscutibile. Chi non condivide tale equazione vale meno di te… ma perché?

La gerarchia dell’esperienza e della (discutibile) conoscenza (dei fatti del mondo).

Perché mi esce la bile da tutti i pori, vi chiederete voi leggendo questo mio post… che gliene frega a quest*?! Me ne frega perché l’Adultocentrismo porta con sé un aspetto che mi smuove tutte le mie cose e mi lascia simpatic* come una jena ridens: il processo fantasmatico dei bambini e delle bambine e degli-delle adolescenti. Invisibili agli occhi del mondo, spesso lo sono, anche, agli occhi adulti che l* circondano.
“Ma cosa dici… cosa ne vuoi sapere?, Stai zitt*, sei solo un* bambin*!, Lascia stare… è cosa dei grandi!”, e così via all’infinito, senza contare poi la maxi-generalizzazione che si fa sulle caratteristiche delle-gli adolescenti: sono stupid*, puzzano, sono ignoranti come capre, sono pecore che seguono il gregge, non si interessano a nulla ed un lungo, lunghiiiiiiiiiiissimo eccetera di luoghi comuni.

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Fatto vero accaduto(mi) ieri sull’autobus della linea (infame) 2: ora di pranzo, autobus strapieno tipo carro-bestiame, c’è una scolaresca di bambin* che rientra a scuola dopo un’uscita scolastica…
I commenti partivano da: “Eh, ma i gagni devono prendere un pullman diverso, non possono intasare i nostri. Paghiamo il biglietto, abbiamo diritto a viaggiare comodi”, a “Bambina, togliti lo zaino che mi dai fastidio. Non sono costretto a sopportarti, ho già i miei problemi. E statevene lì, che quando vi muovete ci togliete lo spazio!”.
Ora… posso dire che i-le bambin* avranno fatto quarta elementare, erano molto ben seguit* dalle due insegnant* che gli-le accompagnavano e molto educatamente cercavano di rimanere sedut* vicin* per lasciare posto alle altre persone che salivano e scendevano dall’autobus.
Ho parlato con due bambine, sveglie e magnifiche, ho cercato di farle sedere, ma una signora di mezz’età ci ha schiacciat* senza pietà. Vi lascio immaginare nitidamente la mia faccia e la faccia delle due bambine, che, molto sportivamente, mi hanno sorriso in stile: “Fa niente, dai!”
I commenti li hanno chiaramente ascoltati tutt* i-le bambin* presenti e guardandol* attentamente ho notato un’espressione che non avrei mai voluto vedere sui loro volti: vergogna, disagio. Si stavano vergognando di essere lì, di occupare spazio, probabilmente sentendo di dar fastidio “ai grandi”.

Nooooooooooooooooooooooooooo!!!!!!!!!!!!!! Cheilcielomiaiutiofacciounastrage!!!!!!!!!!!!

Questo è solo un micro-esempio di fatti che accadono quotidianamente per strada e dentro le case: bambin* cresciut* a pane e televisione a cui si richiede di comportarsi come peluches o scimmie ammaestrate (con tutto il rispetto per le scimmie, che peraltro adoro forsennatamente): “Non fiatare, stai diritt* con la schiena, non dire stupidaggini, non fare i capricci che mi fai vergognare!”…
Cosa vogliamo da quest* bambin* e adolescenti? Che siano svegl*, studios*, che salvino il mondo, che siano brillanti, che facciano come vogliamo noi, che siano la nostra fotocopia, che siano quello che noi non siamo mai riuscit* ad essere nella vita, che siano la nostra continuazione, che ci rendano orgoglios*, che si possano sfoggiare come trofei e farci fare anche bella figura, che stiano buon* e che stiano compost*, che si comportino a modo, che non facciano cagate…
NOI vogliamo questo. Noi. Lo pretendiamo. Loro invece cosa desiderano? Come si vedono? Spesso sovradeterminiamo loro e le loro intere esistenze senza nemmeno accorgercene. Diamo per scontate tutta una serie di caratteristiche che vorremmo che possedessero, pretendendole a suon di rabbia e ricatti.

L’Adultocentrismo è questa strana condizione in cui se sei adult* o adult*-anzian* ti credi migliore dei-lle bambin*, delle-gli adolescenti e dei-lle giovani, perché hai vissuto di più, perché hai studiato, perché hai fatto delle cose e loro no, perché c’hai l’esperienza sul groppone e hai letto magari una fraccata di libri.

Secondo fatto accaduto(mi) ieri (maròòòòòò che giornata!): ho la fortuna di dare lezioni di lingua ad uno straordinario ragazzo di tredici anni, Ludo. Tredici anni.
Bene, lui è un fottutissimo genio e mi dà tanta di quella merda (in senso Queer e assolutamente positivo, s’intende!) che la metà basta. Ebbene, ieri pomeriggio, Ludo se ne viene fuori con un’idea per un racconto che santissimocielocom’èchenessunocihapensatoprima?… Gente, un’idea che mi ha lasciat* senza parole, che mi sta occupando mente, cuore e spirito da quando lui l’ha pensata. Tredici anni, e rimani senza parole con la faccia quadrata, sbigottita e ti chiedi: “Come ha fatto? Ma dai! Io non sarei mai arrivat*, cavolodiquelcavolaccio!”
Ah, Ludo è anche fortissimo a praticare sports che io neppure ho mai sentito nominare a memoria d’uomo, ha un talento per l’improvvisazione meta-teatrale che manco gli-le alliev* dello Stabile e ne sa un botto di tecnologia (nativo digitale, gente, mica bruscolini!), musica e films. E queste sono solo alcune delle perle che mette in campo, figuratevi il resto!
La sua magnifica sorella, Francesca, una manciata di anni in più: pasticcera sopraffina, cantante che ti stende con la bellezza della sua voce, nails-artist in cammino (Francy, adoro le mie unghie, grazie!), appassionata di arte… così, tanto per gradire!

Per gli-le irriducibili di paragoni a tutti i costi, vi servo subito: se proprio vogliamo farci del male aggggratis, conosco bambin*, preadolescenti, adolescenti e giovani che ci farebbero un deretano grande così (a noi ggggggrandi) se dovessimo avere la folle idea di sfidarl* ad una gara di creatività, resistenza, resilienza, capacità di adattamento, ironia, autoironia, prestanza fisica, e molto altro… davvero, un deretano grande così che torniamo a casa piangendo lacrime di sangue. Figure di me….. a manetta, ladies and gentlemen!

Io dico, l’esperienza è importantissima, ma non è un valore assoluto, o non è il SOLO valore assoluto. L’esperienza, la conoscenza data dai libri, la vita vissuta… ci sta tutto, nulla da obiettare, ma non possiamo pensare che siano gli unici elementi importanti di questa nostra vita.

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Guardare dall’alto un* bambin* o un* adolescente significa squalificarl*, dargli-le meno importanza di quello che merita come essere umano. Non è che siamo nat* prima abbiamo qualche diritto in più, o abbiamo un bonus che ci rende migliori. Se ce la stiamo raccontando in questo modo, forse non stiamo considerando la “moltezza” di ciò che portiamo nel mondo, di ciò che ci rende unici-che, di ciò che possiamo condividere.

Considerare l’età attraverso una lente Queer ci riporta a questo: io ho vissuto più anni di te, vero, ma questo non mi rende migliore. Non valgo più di te perché ho esperienziato di più, perché ho conosciuto di più, perché ho studiato di più. Tu cosa porti nel mondo, nella mia-tua-nostra vita? Mi porti la meraviglia di un primo sguardo posato su una margheritina di campo? Mi porti l’emozione del tuo primo passo? Mi porti la bellezza di leggere le tue prime lettere? Mi porti la passione del primo innamoramento che si affaccia nel tuo cuore?
Portami tutto ciò che desideri portarmi, io ti porto tutto ciò di cui sono capace e lo mettiamo in comune, dividiamo il pane come buon* amiche-ci e così cresciamo insieme, impariamo insieme, ci influenziamo reciprocamente. Io ti porto il mondo che ho conosciuto fino ad ora, che non è tutto il mondo, è solo il mondo che ho conosciuto io, tu mi porti il mondo che stai conoscendo, che stai scoprendo, le tue idee, le tue trovate geniali, la tua forza, la tua capacità di generare il bene e di vederlo riflesso in tutte le cose.

Nessuno sguardo dall’alto ma occhi negli occhi, stessa altezza, medesima importanza, uguale riconoscimento fra le persone, che abbiano compiuto un giorno di vita o che abbiano appena spento 100 candeline.

Il Queer mi sembra (ancora ed il solo) modo per poter smontare (anche) questo binarismo (anagrafico).

RIMAPPARE IL CORPO… SCOPRIRE IL DESIDERIO

 (A Frida, in fottutissima memoria!)

Ci sono volte nella vita in cui le congiunzioni astrali fra amori, passioni, incontri e quant’altro, diventano un destino
Tutto è cominciato con il mio grande amore, Frida La Rossa, che prima di crepare mi disse una volta: “Le mani, Marta. Comincia dalle mani!”
Dalle maniiiiiiiiiiii? Ma le mani mi servono per provocare piacere, non mi servono a null’altro, chet’èvenutounembolo? Wrooooong, sbagliato che più sbagliato di così non si può!
Le mani non solo come veicolo di piacere, ma come zona erogena. Mannaggia a me, a volte sono proprio lenta!

Questa era la lezione a cui Frida voleva iniziarmi, ma io l’ho capito tardissimo.

Poi un film, Quasi amici, non so se lo avete visto, ma è un gran film, ve lo consiglio… C’è una scena dove si vede il protagonista, uomo disabile (sì, potrei usare il termine diversamente abile, che fa molto Politically Correct, ma io “disabile” lo uso in maniera assolutamente rivendicativa, del tutto queer, quindi resta disabile, fatevene una santissima ragione!) di mezza età, un tizio veramente affascinante, che si lascia massaggiare il collo da una gentile signorina che presta i suoi servigi a pagamento (così va bene? Perché se poi scrivo mignotta o puttana mi saltate al collo e già lo so!) e di quel massaggio riesce a godere profondamente, tipo riccio (per dirla con Frida!).
Frida era disabile e lei mi ha voluto portare un elemento a cui io non avevo mai pensato: le zone erogene cambiano profondamente da corpo a corpo, vero, ma anche da corpo sensibile a corpo insensibile (o sensibile solo in parte). Per dire, lei non aveva sensibilità in alcune parti della schiena, del collo, della pancia e delle braccia, ma poi godeva come una dea greca se le accarezzavi una mano in un certo modo… non mi ha mai voluto mostrare come, ma questo è un segreto sacrosanto che rimane fra lei e lo Stefano di New York.

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In questi giorni sto leggendo, o per meglio dire mi sto infognando con…, il libro di Beatriz Preciado (filosofa post-strutturalista spagnola cittadina ormai del mondo, e lo dico non tanto per fare la figa sul fatto che leggo filosofia post-strutturalista, dato che qualunque imbecille potrebbe comprenderla, ma piuttosto per mettervela in un contesto chiaro a tutt*), Manifiesto contra-sexual, e mi è venuta in mente tutta ‘sta storia della risignificazione del corpo, o meglio, delle zone erogene.
Diciamo che il libro è vasto e magnifico, ma qui desidero accennare al discorso della rimappatura del corpo per trovare un piacere soggettivo, autentico, completamente personale e libero dalla performatività pre-costruita.

Diamo per scontato di sapere quali sono, a grandi linee, le nostre zone erogene. Quante ve ne vengono in mente? Sono un po’ pochine, no? Dai, scherzo!
Per massimi sistemi possiamo riassumere con: tette, vagina, pene, sedere, collo, orecchie, piedi e poco altro… ci siamo, più o meno?
Dunque… se invece vi dicessi… tatatataaaaaaaaaaaaaaaaaannnnnnn, che le zone erogene che noi riconosciamo come tali sono anch’esse frutto di un codice, di una convenzione dell’eteropatriarcato?
Una sorta di significazione di determinate parti anatomiche prestabilite, di zone fisiche precise, che vengono riconosciute in maniera collettiva come “positive, giuste, corrette”. C’abbiamo l’ok dalla regia se sentiamo piacere in quelle zone, ma cosa accade se invece il corpo ci suggerisce altro?

Io ho scoperto da poco, ad esempio, che il mio desiderio divampa con le carezze sulle mani, soprattutto percorrendo le dita; oppure sentendomi graffiare la schiena o soffiandoci sopra; ed anche quando mi si mordono e toccano i piedi o quando mi si danno delle simpatiche sculacciate. Le orecchie ed il collo sono per me zone morte, che una volta sollecitate mi fanno sbadigliare di noia.
La linea dove natiche e gambe si incontrano, la parte dietro in corrispondenza delle ginocchia, mordicchiare i fianchi… ecco, mo’ sapete molto più di quanto sia legale sapere di una persona che non conoscete, ma anche chissenefrega!

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Il punto è, un esempio fra tanti: NO alla masturbazione e alla penetrazione anale per uomini etero o per le donne, che èpeccatopercarità! Ma perché, chi lo ha stabilito? Il sistema eteropatriarcale! Se ti piace la stimolazione anale e sei uomo allora sei frocio (prima di chiamare il centralino dell’Arcigay… anche questo termine è usato in senso queer, per cui non ti scaldare, siamo dalla stessa parte my friend!), se invece sei portatrice di vagina e apprezzi “l’analità”, ecco, allora sei senz’altro una donnaccia. Per cortesia!
Ci sono un miliardo di stimoli che il Kamasutra (che mi sa che ha dato una grandissima mano al sistema eteropatriarcale… grazie mille, te ne devo una!) non prevede, perché non si tratta di posizioni, si tratta di considerare altre zone erogene come altrettanto importanti, significanti e significative, altrettanto fondamentali per il godimento e/o per l’orgasmo o anche solo per preparare ed aprire il corpo al piacere.

Ultimamente, una persona davvero molto preparata e competente mi ha parlato del Muffing, interessantissima pratica masturbatoria per le persone trans e non solo; diciamo che è adatta a tutte le persone che sono portatrici di pene+testicoli. Cercate in rete “Muffing” e no, non fermatevi alle ricette dei muffins vegani o con la glassa, stiamo parlando di un’altra cosa…
Purtroppo non ho info da passarvi in italiano e quelle che ho in inglese sono davvero scarsissime, video porno a parte ma che qui non posso postare se non voglio che wordpress mi oscuri l’account+blog. Magari creerò più avanti un post sul tema, così vi tengo aggiornat* e magari ci smazziamo ‘sto argomento in allegra compagnia.
Vi segnalo però un regista trans che parla del tema: si chiama Tobi Hill-Meyer e tratta del Muffing in alcuni dei suoi video. Check it out… daje n’occhiata!

Comunque, la sostanza di questo post sconclusionato è: le zone erogene universalmente riconosciute sono frutto di un sistema di pensiero che di libero non ha proprio nulla, vedi anche sotto la voce Indottrinamento, di una costruzione sociale-educativa-cognitiva performativa; ovvero, noi ripetiamo anche nel piacere ciò che abbiamo visto fare alle altre persone. Se tutte le donne dicono che questo va bene e dà piacere, allora va bene anche per me e dà piacere pure a me. Nooooooooooo, ma quando mai!
Come linea generale ci possiamo pure credere, ma c’è molto di più nel corpo di ognun* di noi che preme per venire scoperto ed esperienziato. Andiamo a cercare questo “di più” e piantiamola con la performatività (almeno) nell’erotismo e nel piacere.
Il manuale delle zone erogene universalmente accettate è una sorta di tacita e vile metodologia per mantenere il controllo sul corpo delle persone, sulla loro sessualità, sui loro desideri. Un corpo liber(at)o fa cagare sotto di paura, perché è una rivoluzione. Mettiamoci 7 miliardi di corpi liberi-liberati, felici e contenti della propria sessualità e del proprio desiderio, e vedrete che roba ne viene fuori… altro che terza Guerra Mondiale!

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Quello che desidero invitarvi a fare attraverso questo post è di andare a casa e non di dare un bacio a vostra moglie e a vostro figlio, ma di rimapparvi il corpo, di masturbarvi, di trovarvi le VOSTRE zone erogene. Non copiate dal vicino, che tanto vi sgamo subito!
Oddio, non è che vi sto dicendo di lasciare il lavoro e come pazzi maniaci con una sindrome ossessiva compulsiva da sesso di rinchiudervi nel buio della vostra stanzetta tanto da diventare ciech* a forza di toccarvi a destra e a manca, ma di riconsiderare il vostro corpo, di scoprire davvero quello che vi appartiene, quello che vi fa stare bene. Magari scoprite che il baciamano vi fa infoiare come animali o che a voi il sedere proprio non suggerisce nulla di erotico.

Questo è un viaggio che merita almeno l’andata, ve lo assicuro.
E che siate single o in amabile e/o in infuocata compagnia… state pront* a partire!