NOI SIAMO PAROLA?

Questo post è diventato il Libro di sabbia di Borges, raga!

Quasi due settimane per metterlo insieme e non so bene se sarà una sonora vaccata, probabile!, o mi daranno una medaglia al valore. Magari comincio con il dirvi l’argomento: linguaggio.

Miiiiiiiiiiiiii oh, ha scoperto l’acqua calda… di linguaggio non ne ha mai parlato nessuno, è un argomento così originale! Se mi sono fatta il film tutto da sola è perché so che ci sono stati e ci sono oggi fior fiori di pensatori e pensatrici che ci hanno lasciato, sul linguaggio, riflessioni di tutta una vita, studi seri e conoscenze impagabili. No, io non sono una fra questi menti eccelse. Ma quali studi seri? È il mio solito blaterare, questo qui.

Dai, partiamo.

Stavo riflettendo su ‘sta cosa di nominare tutto a tutti i costi. Perché dare un nome a tutto? Perché definire o definirsi significa chiamare e chiamarsi, e quindi esistere. Fin qui nulla di originale.

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Dirci-dire, definirci-definire e adottare come nostre parole sociali d’altri ci fa sentire viv*, ci restituisce un corpo (anche se a volte debolissimo e poco visibile), ci autorizza a pensare di avere un diritto ad esistere, a manifestarci come esseri umani. Definirci attraverso le parole ci permette immediatamente di comprendere chi ci è simile o dissimile, di trovare l’Altro che si definisce nel nostro stesso modo. Trovare una assonanza significa anche trovare, ma non è sempre detto, mannaggia!, una forma di accoglienza, di comprensione, di accettazione, di legittimazione ad essere esattamente come siamo. Di identificazione, di parità, di interruzione momentanea di questo alienante isolamento che ci ingloba tutt* quant* senza decenza.

Parola come vicinanza, linguaggio come culla, come zona di conforto, di riconoscimento reciproco. Cosa accade, però, quando il linguaggio diviene una trappola infame? Il mezzo per eccellenza per formare le “categorie umane” che ci disintegrano l’esistenza? Una ragione giustificata per rifiutare gli altri? Un sistema di campi di concentramento semantico concentrico? Le parole deportano, lo sappiamo, ci siamo passati tutt* attraverso questa esperienza.

Ho scoperto questa cosa del linguaggio performativo tirato fuori dalla magnifica filosofa americana Judith Butler e codesto concetto mi ha cambiato tutto l’assetto esistenziale in una manciata di giorni. Che cosa è il linguaggio performativo? Diciamo che la società e la cultura sono costruite sulla base di parole che vengono costantemente ripetute, creando, di fatto, una realtà oggettiva, conosciuta a tutt*. Sul fatto che sia riconoscibile, o accettabile, da tutte le persone, questa già è un’altra storia.

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Chiaro che la mia transizione verso il femminile mi sta facendo mettere in discussione tutta una serie di parole che conosco da sempre e che ho ripetuto ed usato, spessissimo anche a vanvera, senz’altro per spiegare o per restituire un concetto a me stessa o all’Altro. E adesso alcuni concetti, dentro quelle parole, stanno svanendo, si stanno sgretolano ai miei piedi come una parete putrida, vengono giù che è un piacere!

Si fa un gran parlare ultimamente di “genderfluid”, “genderqueer”, “cisgender” e altre espressioni simili e mi sono resa conto che nessuna di queste mi appartiene. Mi sento proprio taaaaaaaaaaaanto lontana. Avete presente la galassia più lontana? Un briciolo di più. Ho certamente un assetto Queer, ma non un gender Queer, perché a questo punto della vita non riesco, personalmente, più a riconoscere la legittimità dell’esistenza dell’idea del “genere” slegata da un concetto non derivante da un sistema patriarcale che è pure binario. Mi appartiene profondamente l’idea che il linguaggio performativo formi la società e crei il genere e poi, di seguito, tutto il resto, pregiudizi compresi.

Un corpo contiene una moltitudine di assetti, maschile e femminile, che spesso coesistono non solo nella stessa persona, ma perfino nello stesso istante. Lo sto sperimentando negli ultimi giorni ed è una rivoluzione mentale e fisica, ma anche animica ed erotica. Io posso abitare il mio corpo di bio-femmina ed avere un assetto energetico maschile, ma allo stesso tempo utilizzare un linguaggio che si attribuisce (culturalmente) ad una maggiore femminilità e voler fare l’amore con una energia più maschile ma dentro un desiderio più tenero e accogliente. Tutto questo sentire nello stesso istante. Ti cambia, ti sposta, ti confonde santocielo! Che fare? Viversela, tutta ‘sta rivoluzione!

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Prima si sgretola il concetto collegato alla parola, poi la parola in sé, poi quello che questa parola è capace di restituirti e lì comincia qualcosa che ti sconvolge le viscere, ti velocizza le sinapsi, ti sradica dalla tua radice di non-paradosso possibile. E invece noi siamo paradosso vivo, che respira, che si muove, che ama, che s’incazza, che sogna, che si spaventa, che s’indigna, che fa l’amore. Tutto nel paradosso.

Chiamiamo paradosso quello che non vogliamo riconoscere come possibile molteplicità esistente nello stesso istante, perché, mi sa, ci caghiamo un poco sotto nel momento di dargli legittimità. Se sei una cosa non puoi essere anche il suo contrario. Chi lo dice?

Il linguaggio performativo, baby!

 

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