FREE AS A BIRD…

Liber@ come un uccellino, cantavano i Beatles un centiliardo di anni fa.
Queer libera tutt*! Oh yeah!
Ma perché?, mi chiederete voi e anche se non me lo chiedete ve lo dico lo stesso perché ho tanto tempo libero e la giornata è lunghissima e non so come portarmi a casa.
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So…
Pensiamo, solitamente, che ad un genere specifico corrisponda un ruolo, a cui poi corrispondono OBBLIGATORIAMENTE (ahimè, sigh!) delle aspettative inumane impossibili da soddisfare.
Mo, pensiamoci together: no genere, no ruolo, no aspettative… pepepepepepe, pepepepe, pepepepepeeeeeeeeeeeee (peccato che voi non riusciate a vederlo… ma qui è partito un trenino tipo carnevale di Rio!)… e siamo tutt* liber* di fare un po’ quello che diavolo ci pare. Davvero è così semplice? Ovviamente no, ma qui siamo nel regno dell’U-topia e quindi possiamo pure pensare per un secondissimo a questa fantastica possibilità culturale e sociale e magari anche fisica e spirituale.
Immaginate… sì, chiudete gli occhietti, bambini e bambine: immaginate un mondo nel quale un uomo non è necessariamente un amante del calcio, non si gratta il culo attraverso le brache del pantalone calato del pigiama azzurrino e liso dal troppo uso,
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non si sversa di alcool tutti i fine settimana e non appella tutte le giovini di sesso femminile con i sinonimi corrispondenti a “donna che pratica il proprio lavoro sulla strada”. Immaginate, bambin*… immaginate un uomo che invece ama il gossip e ne parla con l’estetista mente si fa fare le sopracciglia come dio comanda, o che ama i peluches o l’aperitivo vegano alle sei di sera.
Immaginate poi una donna a cui non gliene fotte un accidenti di mettere a posto casa e che non si fa venire un burnout se il tappetino del bagno c’ha sopra i pelucchi del cane, o che preferisce evitare di fare figli a tutti i costi solo perché c’ha trent’anni e le ovaie rischiano di diventare prugne secche e che invece vuole passarsi il fine settimana in giro in sella alla sua moto.
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Niente unghie smaltate, niente piega del sabato mattina, niente lingerie indossata per compiacere un uomo che poi non le piace neanche così tanto.
Ce la fate ad immaginare questa realtà alternativa? Pure io un po’ di fatica, effettivamente, la faccio. Ma andiamo avanti, bambin*…
E se il Queer significasse proprio questo, abbandonare il genere (che è solo nella vostra mente, sisì bambin*, ma questa è una storia che vi racconterò un’altra volta) in quanto irreale, e sgretolare pertanto i suoi derivati e le sue conseguenze (ruolo-aspettative-frustrazioni per inadempimento e tradimento delle aspettative e così via all’infinito infinitesimale…)?
Quali ruoli dovremmo ancora rispettare? Il ruolo lavorativo? Se sei un medico o una dottoressa ci si aspetta, anche per un tuo giuramento di Ippocrate, che tu accorra al capezzale della persona malata che ha bisogno dei tuoi servigi.
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Pensiamo allora al fatto che il lavoro si sta evolvendo… anche il ruolo lavorativo lo seguirà in questa evoluzione?
Sarebbe possibile mantenere solo un ruolo lavorativo in evoluzione, concetto super Queer anche questo, ma non vorrei essere noiosa!, e lasciare indietro tutti gli altri ruoli che ci sembrano corrispondere necessariamente? Posso smettere di ricoprire il ruolo di figlia, sorella, compagna, nuora, nipote, zia e smembrare così le aspettative per rimanere semplicemente Marta che vive la sua vita e fa quello che può quando può al meglio che può?
Può essere il Queer l’unica metodologia applicabile per ottenere una reale parità fra le persone, oltre l’uomo e oltre la donna e oltre tutto ciò che sta in mezzo?
La gente ha delle grandi aspettative perché esse rappresentano una grande rassicurazione (non emozionatevi, non è farina del mio sacco, è un pensiero di una vera mente eccelsa, quella del mio compagno d’armi), oltreché una enorme zona di conforto. Se abiti con una donna puoi pure sbattertene altamente di mettere a posto casa, tanto sai che per la sua insana mentalità da femmina-casalinga-ipercontrollatrice a tutti i costi, pulirà lei ogni tua schifezza.
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E se sai che ci saranno degli scatoloni da spostare durante un trasloco, sciatalgia a parte, ci penserà il macho di casa a trasportarli, ti puoi rilassare. Anche questo è binarismo, ruolo, aspettativa.
La fluidità attraverso i generi porta ad una concreta fluidità dei ruoli o li smembra completamente?
L’educazione scolastica ed emotiva dovrebbe basarsi sul potenziamento delle capacità e dei talenti propri, non sull’esclusione o sulla performatività degli stereotipi. Femmine biologiche che vogliono intraprendere la carriera di idraulico? Certo che sì! Potranno i ragazzi adolescenti guardare le repliche di Dawson’s Creek e piangere quando Jen muore? Ovviamente!
L’indottrinamento di genere, e quindi del ruolo a cui corrispondere senza neppure discutere sulla sua fattibilità o meno, dovrebbe essere considerato un crimine contro l’umanità. Un po’ come il binarismo.
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Fate bei sogni, bambin*…
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(non) MATERNITÀ QUEER

21 dicembre… è nata Giorgia, la nostra nipotina number 4.
Quarto fiocco rosa facente parte di una stirpe di femmine biologiche potentissime. Una famiglia di fiocchi rosa ogni pochi anni.
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Momento regalo: abiti e accessori. Ci andiamo con Lady B., la matriarca, la pluri-nonna della cucciolotta umana.
Alla fine prendiamo un abitino bianco con un ricamo rosso, pantaloni con il cavallo basso a righe colorate e lui, l’abitino della semi-discordia: disegni a più colori con un difetto imperdonabile… averci pure l’azzurro in mezzo. Noooooooooooooooooooo, per una bambina l’azzurro noooooooooooo, quale disonore contro il binarismo, quale affronto alla norma femmina-rosa/maschio-azzurro. Noooooooooooooooo, ci sussurra Lady B. , voi siete dei sovversivi, radicali! Siamo troppo Queer, mi sa, per i suoi gusti. ‘Ste brutte cose non si fanno, povera criatura!
Peccato che pure la stanza dell’ospedale dove Giorgia ha vissuto i suoi primi due giorni di vita, e questa è legge karmica, sia completamente celeste. Uhuhuhu, vittoria a mani alte per il Queer!
Lady B., quando  è diventata madre, ci ha spiegato, non applicava le regole azzurrofobiche alle sue pargole ma, all’ora di diventare nonna, qualcosa le è cambiato nella mente. Ha fatto uno switch cerebrale pro-binarismo interessantissimo. Mamma radicale sì, nonna Queer no. Comunque, è una gran bella nonna, credetemi!
Mo’, sto a pensa’ con tutta la forza delle mie sinapsi motrici: ma io, che madre sarei?
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A parte la questione di rifilare al pargolo o alla pargola abiti a caso, senza senso e senza gusto estetico… come si fa la mamma Queer? Che cavolaccio è una mamma Queer? Ne avete mai conosciuta qualcuna? Una specie rara o che non è ancora rintracciabile dal radar poiché è in via di formazione?
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Abiti a parte, ma consideriamo anche i giochi, per esempio: Barbie sì, ma accompagnata dal Defender dei Carabinieri della Lego, My Little Pony anche, chiaro, insieme al parcheggio a più livelli delle Micromachines.
E il colore della cameretta? Rosa con elementi azzurri a macchia di leopardo o colori brillanti che abbiano un equilibrio ed un senso estetico che non facciano vomitare l’infante tutte le volte che va a nanna?
Son cose da considerare, siorre e siorri.
I libri delle principesse che aspettano il principe azzurro? Seeeeeeeeee, ma dove si è mai vista ‘sta storia? Meglio le nuove favole anti-binarismo, che ne dite?, dove le donne fanno un po’ quello che vogliono senza attendere che il lui le salvi e con il lui senza ansia da prestazione.
C’è altro? Fatemi riflettere un momento. Abbiamo detto: colori su abiti, pareti, giochi, favole…
Vi viene in mente qualcosa? Scrivete nei commenti, fatece ‘sto favore, daje!
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Ah, nel frattempo ho deciso che di fare la mamma proprio non se ne parla, almeno per ora, per un prossimo futuro poi vediamo, intanto raccolgo materiale, che magari mi potrà salvare la vita.

NOI SIAMO PAROLA?

Questo post è diventato il Libro di sabbia di Borges, raga!

Quasi due settimane per metterlo insieme e non so bene se sarà una sonora vaccata, probabile!, o mi daranno una medaglia al valore. Magari comincio con il dirvi l’argomento: linguaggio.

Miiiiiiiiiiiiii oh, ha scoperto l’acqua calda… di linguaggio non ne ha mai parlato nessuno, è un argomento così originale! Se mi sono fatta il film tutto da sola è perché so che ci sono stati e ci sono oggi fior fiori di pensatori e pensatrici che ci hanno lasciato, sul linguaggio, riflessioni di tutta una vita, studi seri e conoscenze impagabili. No, io non sono una fra questi menti eccelse. Ma quali studi seri? È il mio solito blaterare, questo qui.

Dai, partiamo.

Stavo riflettendo su ‘sta cosa di nominare tutto a tutti i costi. Perché dare un nome a tutto? Perché definire o definirsi significa chiamare e chiamarsi, e quindi esistere. Fin qui nulla di originale.

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Dirci-dire, definirci-definire e adottare come nostre parole sociali d’altri ci fa sentire viv*, ci restituisce un corpo (anche se a volte debolissimo e poco visibile), ci autorizza a pensare di avere un diritto ad esistere, a manifestarci come esseri umani. Definirci attraverso le parole ci permette immediatamente di comprendere chi ci è simile o dissimile, di trovare l’Altro che si definisce nel nostro stesso modo. Trovare una assonanza significa anche trovare, ma non è sempre detto, mannaggia!, una forma di accoglienza, di comprensione, di accettazione, di legittimazione ad essere esattamente come siamo. Di identificazione, di parità, di interruzione momentanea di questo alienante isolamento che ci ingloba tutt* quant* senza decenza.

Parola come vicinanza, linguaggio come culla, come zona di conforto, di riconoscimento reciproco. Cosa accade, però, quando il linguaggio diviene una trappola infame? Il mezzo per eccellenza per formare le “categorie umane” che ci disintegrano l’esistenza? Una ragione giustificata per rifiutare gli altri? Un sistema di campi di concentramento semantico concentrico? Le parole deportano, lo sappiamo, ci siamo passati tutt* attraverso questa esperienza.

Ho scoperto questa cosa del linguaggio performativo tirato fuori dalla magnifica filosofa americana Judith Butler e codesto concetto mi ha cambiato tutto l’assetto esistenziale in una manciata di giorni. Che cosa è il linguaggio performativo? Diciamo che la società e la cultura sono costruite sulla base di parole che vengono costantemente ripetute, creando, di fatto, una realtà oggettiva, conosciuta a tutt*. Sul fatto che sia riconoscibile, o accettabile, da tutte le persone, questa già è un’altra storia.

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Chiaro che la mia transizione verso il femminile mi sta facendo mettere in discussione tutta una serie di parole che conosco da sempre e che ho ripetuto ed usato, spessissimo anche a vanvera, senz’altro per spiegare o per restituire un concetto a me stessa o all’Altro. E adesso alcuni concetti, dentro quelle parole, stanno svanendo, si stanno sgretolano ai miei piedi come una parete putrida, vengono giù che è un piacere!

Si fa un gran parlare ultimamente di “genderfluid”, “genderqueer”, “cisgender” e altre espressioni simili e mi sono resa conto che nessuna di queste mi appartiene. Mi sento proprio taaaaaaaaaaaanto lontana. Avete presente la galassia più lontana? Un briciolo di più. Ho certamente un assetto Queer, ma non un gender Queer, perché a questo punto della vita non riesco, personalmente, più a riconoscere la legittimità dell’esistenza dell’idea del “genere” slegata da un concetto non derivante da un sistema patriarcale che è pure binario. Mi appartiene profondamente l’idea che il linguaggio performativo formi la società e crei il genere e poi, di seguito, tutto il resto, pregiudizi compresi.

Un corpo contiene una moltitudine di assetti, maschile e femminile, che spesso coesistono non solo nella stessa persona, ma perfino nello stesso istante. Lo sto sperimentando negli ultimi giorni ed è una rivoluzione mentale e fisica, ma anche animica ed erotica. Io posso abitare il mio corpo di bio-femmina ed avere un assetto energetico maschile, ma allo stesso tempo utilizzare un linguaggio che si attribuisce (culturalmente) ad una maggiore femminilità e voler fare l’amore con una energia più maschile ma dentro un desiderio più tenero e accogliente. Tutto questo sentire nello stesso istante. Ti cambia, ti sposta, ti confonde santocielo! Che fare? Viversela, tutta ‘sta rivoluzione!

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Prima si sgretola il concetto collegato alla parola, poi la parola in sé, poi quello che questa parola è capace di restituirti e lì comincia qualcosa che ti sconvolge le viscere, ti velocizza le sinapsi, ti sradica dalla tua radice di non-paradosso possibile. E invece noi siamo paradosso vivo, che respira, che si muove, che ama, che s’incazza, che sogna, che si spaventa, che s’indigna, che fa l’amore. Tutto nel paradosso.

Chiamiamo paradosso quello che non vogliamo riconoscere come possibile molteplicità esistente nello stesso istante, perché, mi sa, ci caghiamo un poco sotto nel momento di dargli legittimità. Se sei una cosa non puoi essere anche il suo contrario. Chi lo dice?

Il linguaggio performativo, baby!

 

CONQUISTARE IL CORPO

Da giorni ho 32 trilioni di pensieri e domande sulla questione “Corpo”.

Adesso che mi sto facendo tutto ‘sto pezzone sul transitare verso una femminilità più profonda, adulta e pure più erotica (si spera, raga, qua si fa quel che si può!), mi vengono in mente le cagate più cagate sull’argomento. Sto guardando docu e film sul clitoride e sulla masturbazione femminile (questo anche perché sto facendo un corso specifico sull’argomento [sì, esistono dei corsi sull’argomento, grazieadio!], non è che mi sono ammaccata il cervello tutto in una botta sola) e arrivo ad un’unica conclusione possibile: il mio corpo, questo sconosciuto! Madoooooooooo, davvero ti viene da dire: “Non so dove mettere le mani”. Letteralmente. Noi alle metafore je spicciamo casa. E sono cavoli se a 33 anni ci rimani presa così male su ‘ste cose che, mi viene il leggerissimo dubbio, forse dovrei già conoscere da un tot ma no, non ne so niente. Sudori freddi di notte, brrrrrividi lungo il midollo: che brutta malattia, l’ignoranza!

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Rimedio, o cerco di rimediare a mio modo: rastrellamento a tappeto per trovare info che mi risolvano la vita e n’do cojo cojo… internet, libri, manuali, fotocopie illegali smazzate agli angoli di buie strade di periferia, racconti tradizionali sardi, leggende metropolitane narrate da madri, zie, sorelle, amiche e gente varia presa a caso dalla strada. Così, tanto per fare numero.

A parte il fatto di comprendere con l’onestà intellettuale imbarazzante che mi contraddistingue che sono informata sul corpo e sulla sessualità Queer forse come un bradipo norvegese albino, comprendo senz’altro che qui è una questione di riferimenti.

Sto andandoli, li sto andando, quale forma è migliore? Ma, non si sa, allora scelgo “li sto andando” a cercare (se avete delle rimostranze grammaticali/sintattiche/ortografiche/etiche, lasciate un commento alla fine del post. Grazie, la Direzione) ma la strada mi sembra un briciolino, o una ‘nticchia (zia Lucia docet) difficilotta, ma si parte.

Il corpo e la sessualità Queer. Cerca. Zero riferimenti. Ma caxxxxxxxxxxo! Facciamo un passo indietro, o meglio, laterale. Chi decide di transitare, di solito, verso un altro genere e, ma non obbligatoriamente, verso un altro sesso biologico? Le persone transessuali e transgender. Un punto per Marta. Dai, che qui non c’è un minuto da perdere!

Qualche settimana fa mi sono guardata i video bellissimi realizzati durante l’incontro annuale organizzato dall’associazione barcellonese “Cultura Trans”: tema di quest’anno, e qui tenetevi forte, “Conquistare il corpo”. I video mostrano i racconti delle persone transgender e transessuali che hanno deciso di condividere la loro personale esperienza con il proprio corpo. Storie magnifiche, super commoventi, che ti rimettono in comunione con l’intera razza umana e porca miseria pettinata, che bella umanità e che bei corpi! E ti senti come liberat@, parte di un mondo strabiliante e molteplice, complesso e permeabile alla bellezza.

E ti rendi conto che maschio-femmina, etero-omo, bianco-nero, sono vaccate di proporzioni bibliche. Il corpo, il corpo umano, è uno solo e dentro quell’unico uno ci entrano tutti i mondi possibili che riesci ad immaginare e a combinare.

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Ho adorato il titolo dell’incontro creato da Cultura Trans (http://culturatrans.org/) e me lo sono intascata senza ritegno. Conquistare il corpo… non vi sembra un titolo magnifico? Cosa significa “conquistare il corpo”, però? E poi, cos’è, prima di tutto, un corpo? E un corpo Queer? Macchina biologica perfetta, affare che ci portiamo dietro per tutta la vita che serve per contenere anima e psiche… c’è di più, gente, uuuuuuuuuh se c’è di più!

Perché mi ha fatto così tanta impressione questo titolo? Sarò spietata.

Corpo. Quale corpo? Il corpo che ignoriamo quotidianamente fino a quando si spezza? Quello che usiamo per trasportarci da un posto all’altro senza sapere manco dove abbiamo braccia e gambe? Dove avete le gambe, in questo momento, voi? E il collo, è rigido o rilassato? Corpo che nelle nostre vite non ha nessun peso, se non quando si ammala, e a quel punto diventa allora un nemico, uno scocciatore incommensurabile, una roba che si è inceppata e che bisogna far ripartire subitissimo e che ci fa perdere a pazienza. Maledetto, muoviti a funzionare a dovere!

E nella sessualità, il corpo, dove lo abbiamo lasciato? E nel sesso? Il corpo invisibile diventa improvvisamente visibile durante l’orgasmo o pochi attimi prima.

Il corpo è che cosa?

Forse, ma solo in un mondo ipotetico e fantastico, conquistare un corpo che sia e rimanga visibile significa, mi viene in mente così a freddo, scollegarlo dalla mercificazione del sesso, dallo sfruttamento della sola vista e ridargli onore, rispetto, tempo, cura e spazio. Ovvero, restituirgli tutto ciò che gli abbiamo sottratto, ma di cui necessita per essere integro. Che merita. Può essere, voi che ne dite?

Conquistare un corpo è starci dentro, respirare anche nei suoi dolori che sono poi i nostri dolori, attraversarlo, farci attraversare da tutti gli elementi che lo compongono e che lo cambiano continuamente, cambiando noi per sempre? Il corpo Queer è un corpo capace di ascoltarsi onestamente, un corpo nel quale desideri, attitudini, natura e cambiamenti sono accolti e presi in considerazione? Ed è, forse, il corpo Queer, fluido, senza limite ipocrita, senza museruola, che parla e soggettiva se stesso per il fatto di sentirsi pieno? O anche solo di sentirsi, a differenza di tutti gli altri?

Un corpo Queer è prima di tutto un corpo che contiene in sé il maschile ed il femminile e tutto ciò che vive nel mezzo di questi due estremi, che crea e lavora energie yang e yin e le sintetizza al meglio, che sa quale tipo di assetto usare in base alla circostanza? È un corpo che sa raccontare la verità di se stesso, che esiste senza chiedere perdono per il fatto di essere com’è?

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In un mondo nel quale tutto è pornografico, veloce, disintegrato, conquistare un corpo significa anche conquistare una sessualità, che non è conquistare il sesso, perché sono due cose differenti, è così?

Un corpo conquistato è un corpo aperto, sveglio, pronto alla vita, preparato all’evoluzione?

Come si conquista un corpo?

Alzi la mano chi sa rispondere a queste domande o semplicemente chi vuole provare a farlo… Lascio aperto il dibattito. Fatevi avanti!

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QUEER IN DA HOUSE

Si fa presto a dire “Sono Queer” al mondo là fuori, ma qui dentro?

Diciamo che siamo bravissim* a scrivere il Manifesto Queer del millennio, gridiamo ai quattro venti da nostra Queeritudine, cerchiamo circoli, associazioni, forum, communities e affini dove possiamo dirci, affermarci, chiamarci innegabilmente, incessantemente, con soluzione di continuità “Queer”. Un applauso, ce lo meritiamo!

Le cose cambiano una ‘nticchia (espressione che mia zia mi porta direttamente da Mola di Bari) quando la Queeritudine la dobbiamo vivere fra le mura domestiche e in famiglia, a volte pure in coppia.

Dunque, vamos por partes:

  • Sssiorri e ssssiorre, direttamente sottratta al femminismo antico, radicale, post-coloniale, post-apocalittico, della terza ondata, post-moderno e tutti i nomi astrusi che ci siamo inventate noi femministe: LA QUESTIONE DEL RUOLO NELLA GESTIONE DELLA CASA. Oppaaààààà. E qui caschiamo tutt*. Commovente dirmi che sono una persona Queer, che sono una femmina femminista, che il Queer ci mette tutt* sullo stesso piano e che le faccende domestiche, così come l’educazione dei pargoli che ooohhhmioddddioperfortunanonho, sono cosa di entrambe le parti della mela romantica. Seeeeeeeeeeeeeeee, certo, come no! Sto con un bio-uomo, Queer anche’egli, bravissimo a passare l’aspirapolvere e a lucidare il bagno, a cucinare e a ritirare i panni stessi ma… ma quando si tratta di mettere a posto casa nel quotidiano io sono come impossessata da un demone di casalinghe morte sul rogo e non rispondo di me. 4Che so! Diciamo che è mooooolto radicata in me ‘sta roba che per essere una femmina che è quasi riuscita a diventare una donna la responsabilità maggiore della casa mi tocca. Nel senso che tocca a me. Mi rilasso pulendo come alcune donne che conosco? Per niente. Faccio tutto il più rapidamente possibile, possibilmente facendomi venire fiatone e tachicardia per il ritmo sostenuto a cui non riesco a stare dietro. E sono sempre lì a raccogliere capelli da terra dopo aver passato l’aspirapolvere o a pulire ritmicamente il vetro sopra il lavandino del bagno che è sempre pieno di schizzi di dentifricio e sapone. Pulizia che ha a che fare con il controllo delle emozioni… madonna che cliché femminile, raga! Ma anche con il fatto che faccio le cose io così le faccio a modo mio, che così sto serena… madonna che altro enorme cliché femminile, raga! Niente, sono Queer quanto volete ma continuo a ripetere all’infinitum eternum tutte le cose disfunzionali classificate come “femminili”.7
  • Gentili tutt*, sotto Natale ci rendiamo conto di quanto il concetto di Queer sia lontano dai regali per gli infanti. Sabato mattina, supermercato, scegliere i regali per le nipotine femmine: un gioco interattivo sulle forme, l’altro su non so cosa e poi il terzo… il bambolotto. Lancio un’occhiata al mio bionico compagno Queer e sono pronta ad argomentare le ragioni per le quali dovremmo, anziché comprarlo, bruciare sulla pubblica piazza quell’arnese giocattoliero infernale. Ma lui comprende prima che apra bocca, forse perché ha colto rapidamente, forse perché è terrorizzato da una mia possibile filippica sui giochi per bambin* che perpetuano il ruolo binario, forse perché vuole lasciare il super il prima possibile. Posa il bambolotto, prende un gioco interattivo sulla geografia. Le nipotine ci odieranno, machissenefrega.
  • Dacci oggi il nostro ruolo quotidiano e liberaci dal Queer in tutti i secoli dei secoli, amen. Già, essere una femmina bio-donna Queer che sta con un bio-uomo Man Femme Queer è forse un po’ complesso da spiegare, non tanto da vivere. Sicuramente i ruoli che si sgretolano all’inizio ci fanno sentire tipo così. 5Ma niente paura, se abbiamo creatività e leggerezza, anche andare a comprare i completini sexy per entrambi, nel senso che per entrambi sono quelli che si trovano nel reparto da donna e che ci interscambiamo volentieri, diventa un’esperienza carinissima. Provate voi a far entrare generosissimi attributi maschili in uno striminzito perizoma da donna e poi vedrete se non vi spunterà all’improvviso un sense of humor degno di Woody Allen. E poi, le posizioni del Kamasutra che diventano accessibili ad entrambi, all’inizio confondendo non poco la nostra mente e stimolando corpo e/o libido? Ne vogliamo parlare? Il sopra è per uomini! Ma chi l’ha detto? L’iniziativa la prende sempre l’uomo o le donne che sono di facili costumi… ma per cortesia! Diciamo che non considerare più il genere né il sesso come fattori determinanti per orientarsi nell’intimità, nell’emotività, nella cognitività e nella fisicità ci rende liber* sul serio. Provare per credere. Questa è la storia, gente. Niente più categorie protette, cassetti inaccessibili e niente più intimo solo per “lei” o per “lui”. Il primo che arriva pesca e meglio alloggia!
  • Nelle conversazioni con familiari ed amici la cosa si fa interessante: la mamma non ha proprio ben capito cos’è ‘sto Queer, papà invece pensa che tu sia ancora una piccola frugoletta che gioca con la Barbie e che rimarrà vergine a vita, gli amici e le amiche ti guardano come se arrivassi da un altro pianeta. 6Chiarezza? Poca. Ascolto? Non molto. Confusione? Insomma, abbastanza. Ci si prova a spiegare questa magnifica cosa del “gender fluid”, del fatto che tutto è una grossa balla globale e che puoi essere tutto e transitare illimitatamente, ma la risposta al pippone del secolo su questi temi è: “Piccola, vuoi ancora del seitan?”. Grazie, sono a posto.

    Mi fa sempre molto divertire l’approccio che scelgo per spiegare questo nuovo blog e questa mia sensazione di transitare degli ultimi mesi, soprattutto a persone con le quali ho poca confidenza. Tipo oggi pomeriggio, durante la lezione di portoghese che ho dato a Gabry, è venuto fuori il concept del blog e abbiamo discuisito amabilmente sulla Teoria Queer. Vi siete persi la faccina adorabile di uno che sta pensando: “Questa qui è fuori come un poggiolo! Ripigliati sista!”

Tutto bene fin qui, pacche sulle spalle, inviti a cena a destra e a manca ma quando si sfiora il tema Queer, vedi un fuggi fuggi generale, un tossire nervoso, un proclamare un impegno improvviso… insomma, tutto ma non il Queer, te prego! Il Queer risparmiamelo, please!

Vorrei rassicurare che le idee non hanno questo sistema endemico di contagio: tranquill*, il Queer non è come la Spagnola, non ne rimarrete vittime solo per essere arrivat* in fondo a questo post. Tutto bene fin qui. Respirate tranquill*, guardatevi intorno, riprendetevi con calma. Aaaaaaaaaaaah che bello, che serenità, che conforto! È ancora un mondo binario. Lo stesso di sempre, quello che conosciamo.

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Easy baby, il Queer lo avete solo sognato. O no?

 

Una, nessuna, centomila donne…

Qualche giorno fa il mio compagno d’armi mi ha detto: “Uomo e donna sono i due estremi della condizione umana.” A me è sembrato così dannatamente giusto.

Uomo e donna sono i punti A e B della condizione esistenziale, ma la cosa veramente interessante è come arriviamo a vivere e ad interagire dentro questi due punti.

Li tocchiamo entrambi “transitando”.

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Questa nostra magnifica “transizione” è un processo totalmente umano, che ci comprende tutt*, e non riguarda solamente le persone transessuali, a differenza di quello che comunemente si è portati a pensare. Tutte le persone, a modo loro, “transitano”.

Sono una bio-donna, ma la “donnità” è un processo attivo e costante, un luuuungo viaggio verso e dentro di me. Per gran parte della mia vita, non mi sono sentita per nulla una donna. Diciamo pure che mi sono sentita un ragazzotto scavezzacollo di 15 anni o giù di lì.

C’entra il fatto che sono entrata in un assetto mentale, psichico ed anche energetico maschile a causa o grazie a tre fratelli maschi con i quali sono cresciuta, a due padri e ad un fottio di amici sempre e solo maschi? Forse. Probabile.

Ho indossato, per gran parte dell’adolescenza, abiti dei miei fratelli anche per andare in giro in strada. Mi hanno confusa per un maschio diverse volte e la cosa mi ha dato un fastidio porco, ma come biasimare la confusione delle persone davanti ad una adolescente non a suo agio nel proprio corpo infagottato malamente?

Mi hanno posto la fatidica domanda un triliardo di volte, soprattutto in famiglia: “Marta, sinceramente, sei lesbica?” Ossssantoddddio! Occhi al cielo perennemente alzati, sbuffare era ormai il mio sport preferito. ‘Sta gente non mi capisce!

La domanda era pure comprensibile, ma qui non si trattava di essere lesbiche e non lesbiche; c’era che io andavo in giro vestita come la brutta copia di mio fratello Fiore, parlavo con un gergo che avrebbe fatto arrossire un bestemmiatore provetto e non ero interessata né ai ragazzi né alle ragazze. Chissenefregava di entrambi, io ero chiusa nel mio mondo di libri.

Ero, come mi si potrebbe definire adesso con la terminologia 2.0 che ci siamo inventat* negli ultimi anni, una persona asessuale. Il sesso? Ma ti prego! Sto cercando di sopravvivere e di sfangarla come meglio posso, a chiglienefregaqualcosadelsesso!

Asessuale, possibilmente lesbica, adolescente radical, ribelle e leggermente problematica, sono poi passata ad avere un corpo fantasma, nascosto sotto centimetri di adipe e cellulite. E anche lì, asessuale. Sì, innamoramenti estemporanei per coetanei o meno di sesso maschile, ma tutto lì. Tutta teoria, tutta fantasia.

Poi un primo vero innamoramento, mo’ le chiacchiere stanno a zero, qua si fa sul serio pure nella pratica. Una convivenza fulminea. In famiglia sembra la notte di Capodanno: festa grande, tirano tutti un sospiro di sollievo, alzano bandiere e danno aria alle trombe in segno di trionfo: Marta è etero!!!!!!!!!!!!

Sì certo, peccato che nel frattempo io abbia conosciuto in una settimana da matti a Lisbona una ragazza slovena incredibile, Matea, che mi ha smosso “tutte le mie cose”.

Io mi sono, da allora, definita bisessuale teorica. No, se qualcuno se lo stesse chiedendo: con Matea non è successo, ahimè, nulla. Che rimpianti, raga!

Comunque, la mia storia è continuata fra avere una vagina e non sentirmi donna e non volere un pene e non ascoltare quel coglione di Freud, ed innamoramenti, convivenze (con uomini) e cambiamenti di nazioni varie ed eventuali e passioni mentali e intellettuali potentissime (con donne).

Quindi, come la mettiamo? Cosa sono?

Mi sono auto-abbuonata la categoria “bisex teorica” e questo mi bastava. Fino alla scoperta della Teoria Queer. Oooooooooooooooooooohhhhhhmiooooodddddddddiiiiioooooooooooooooooooo! Rivoluzione copernicana, gente!

Ma davvero il genere non esiste? Ma sei sicura sicura, me lo giuri? Ma com’è che ‘sto genere è liquido? Ma nel senso? Diciamo che ho scoperto il Queer un anno fa, mi ha tolto il sonno e ci sto riflettendo ancora su, e mo’ c’ho pure aperto un blog, fate voi! Mi ha rivoluzionato la vita, e mi sto tenendo bassa.

Si transita pure nel concetto Queer, eccome se si transita!

Quello che, tirando le somme fino a qui (ed ho 33 anni), ho compreso è che:

  • Mi piace avere una vagina, mi piace assaissimo;
  • mi piace il mio corpo femminile, soprattutto negli ultimi mesi. Nuda sono fighissima;
  • desidero, dopo così tanto tempo passato tra fratelli, padri, amici maschi, stare fra donne (che è un pezzo che mi è venuto fortemente a mancare);
  • mi piacerebbe scoprire che cosa significa, per me, essere una donna ed esserlo a modo mio. In questo momento sesso biologico e transizione verso il femminile pieno coincidono pacificamente e creano una magnifica sinergia, vediamo cosa ci riserva il futuro;
  • volli, sempre volli, fortissimamente volli conoscere altre esperienze umane di “donnità”, dato che una cosa mi è chiara: ogni donna lo diventa a modo proprio e dopo una luuuuuuuuuuuuuuuuuuunga via percorsa per arrivarci.

Quello che mi è chiaro è che io sono una persona che transita verso il femminile, dopo aver a lungo transitato e conosciuto il mio maschile. Avere una vagina, utero, ovaie e la temutissima sindrome premestruale non significa essere una donna, significa solo essere una femmina da un punto di vista puramente biologico. Essere femmina ed essere donna sono due cose moltissimo diverse, oh yeah!

Sono una persona liquida, che si sposa fra l’energia maschile Yang e quella femminile Yin e le contengo entrambe e mi influenzano entrambe. In situazioni diverse ormai adotto automaticamente entrambi gli assetti fisici, sia maschile che femminile, dipendendo da quale fra i due mi occorre in un momento specifico.

Io sono entrambi gli estremi, li contengo entrambi. Sono una donna, sono stata nessuna donna, sarò centomila donne diverse.

Io sono tutto, io sono Queer.

 

Welcome to The Q Word!

The Q Word, parafrasando il titolo della notissima serie tv americana “The L Word” che ha fatto scuola anni fa (ed è rimasta indimenticata da noi fans!) sdoganando la realtà del mondo lesbico made in U.S.A., è un blog sull’universo Queer.

Tatatataaaaaaaaaaaaaaaaaan! Nooooooooooo, l’ha detto! Ha detto la parola che comincia con la Q che non si può assolutamente pronunciare a voce alta, pena la scomunica.

Tranquill*, qui c’è gente scomunicata già da un tot, non che ne andiamo fieri, ma tant’è…

Q sta per Queer, quindi.

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Cosa è il Queer? Diciamo che è una parolina nata in maniera niente affatto simpatica per indicare le persone gay, lesbiche, transessuali, transgender, intersessuali e tutto ciò che non rientrava appieno nella fantomatica categoria “Eterosessualità canonica, inflessibile e ineccepibile”. Queer come strano, diverso, ma anche come frocio, invertito e così via. Posso senz’altro darci un taglio, lo faccio volentierissimo, tanto abbiamo capito tutt* il concetto, vero?

Cosa è accaduto a questa parola? Beh, le comunità formate dalle persone appellate con tale parola non solo si sono tenute ben strette questa Queer-word sbattuta loro in faccia senza rispetto, ma la hanno rivendicata come nuova parola per autodefinirsi con orgoglio. Proud to be Queer! Oh yeah, baby!

Io sono Queer? Puoi scommetterci! E anche tu lo sei, solo che ancora non lo sai. A te che stai leggendo e ti senti forte del fatto che rientri a pieno diritto nelle seguenti categorie umane: “uomo”, “donna”, “maschio”, “femmina”, “etero”… ho una news in diretta per te: queste categorie non esistono. Diciamo che qualcuno ti ha raccontato una bella favola, anzi, neanche poi così bella, nella quale il mondo è abitato solo da persone che si possono definire e catalogare come sopra citato. Una favola raccontata con i fiocchi, sissignore, niente da eccepire.

Ma la favola cambia quando, all’improvviso, nel bel mezzo della storia così rassicurante spunta un tizio diciamo sovversivo, il ribelle, lo strano, che non può essere inserito nelle categorie che ormai già conosciamo a memoria anche se non le comprendiamo poi così bene. E adesso questo che vuole?

Qui entra in gioco il Queer.

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La zona di conforto: donne e uomini eterosessuali. Fin qui tutto bene, siamo tranquill* e tutto fila liscio come l’olio. Se siamo di sinistra e progressisti parliamo, spesso a totalissimo sproposito, di omosessualità e, a volerci proprio lanciare con coraggio senza paracadute (ma solo i più radicali di noi), ecco che ci riferiamo anche alle persone bisessuali e transessuali. Le persone intersessuali sono, poi, fantascienza alla Philip K. Dick.

Car@ lettore e lettrice… una notizia sconvolgente! Identità di genere e sesso sono costruzioni sociali. Ancora sedut@ lì? Svenut@ malamente e battuta la testa sullo spigolo?

No? Ok, allora… per chi è ancora lì con gli occhioni piantati sullo schermo… andiamo avanti.

Il genere non è fisso, stabile, granitico. Si tratta di una costruzione, tipo castello di sabbia sulla riva del mare, solo che è moooooooolto più resistente, mannaggia. Immaginatevi Matrix… ecco, il genere è come Matrix: un mondo irreale.

Il genere è una costruzione culturale e sociale nata come conseguenza di parole ripetute un miliardo di volte da tutte le persone che abbiamo incontrato e sentito parlare: “Le bambine si vestono di rosa, i bambini di azzurro. Le prime giocano con le bambole, i secondi con le macchinine”… ti suona familiare? Parole, parole, parole… come cantava Mina, ripetute un triliardo di volte costruiscono sì una società, un modo di pensare, agire, muoversi, vivere e di sentirsi. Un eterno lavaggio del cervello, pensa che divertente! Da sbellicarsi, davvero.

Genere e sesso taaaaaaaaaaaaaaaaaaante volte non coincidono per nulla ed è perché non sono collegati fra loro.

Tatataaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaan! Dai, la smetto di darti queste notizione tutte insieme che il cuoricino non regge.

Comunque… The Q Word è l’unica parola che rende giustizia a tutti gli esseri umani non animali, l’unica che ci comprende tutti, l’unica che rispetta la nostra interezza, fluidità attraverso genere, sesso, cultura, etnia, cromosomi e altre simpatiche caratteristiche varie ed eventuali che parlano di noi e che ci restituiscono almeno parzialmente al mondo.

Pront* a cominciare questo viaggio nel Queer-World?

Queer is everything, Queer is everywhere.